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Donne del PD, ora basta: sfondiamo le porte che altrimenti resteranno chiuse (di Monica Cirinnà)

Di Monica Cirinnà
Pubblicato il 15 Feb. 2021 alle 06:39 Aggiornato il 15 Feb. 2021 alle 08:07
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Immagine di copertina
Monica Cirinnà nell'illustrazione di Emanuele Fucecchi

Oggi è il mio compleanno e mi voglio fare un regalo, un regalo prezioso: mi tolgo qualche sasso dal cuore. Sì, dal cuore, perché per me la politica è cuore!

Ora basta.

Dobbiamo analizzare quanto accaduto nella formazione del governo Draghi, con coraggio e senza reticenze, dicendoci la verità sul risultato deludente della nostra delegazione, per quel che riguarda la totale assenza di donne e senza volere, con questo, mettere in alcun modo in dubbio il valore di chi è stato nominato ministro. Non si tratta soltanto di eguaglianza, perché l’eguaglianza è un concetto complesso, e non si riduce alla sola questione delle “quote”. È un problema più profondo, politico e culturale, che riguarda la nostra capacità di rappresentare, il nostro saper stare nel tempo presente: e anche il coraggio di valorizzare, con le donne, non solo “l’altra metà del cielo” o migliori competenze, ma anche e soprattutto un particolare punto di vista sul mondo e sulla politica. Un punto di vista che riconosce valore alle relazioni, alla cura, alla responsabilità verso l’altro e l’altra.

Non è, però, soltanto “colpa” degli uomini. Purtroppo dobbiamo anche dirci la verità su quanto, qualche volta, siano false le relazioni politiche tra donne e su quanto ciò incida sulla capacità delle donne stesse di essere politicamente rilevanti nel nostro Partito. Relazioni false, non solo perché mediate da dinamiche correntizie dettate e gestite da uomini, ma false soprattutto perché soggette a interferenze di varia natura che le influenzano, a cominciare dall’individualismo, dall’invidia, dalla presunzione, dalla radicale difficoltà di essere solidali, di fare fronte comune. Non che tali negatività non siano presenti anche nel mondo maschile. Loro, però, che il potere lo hanno sempre avuto e devono solo gestirlo risultano più potenti e costruiscono reti nelle quali si accordano e si garantiscono posizioni, anche grazie al sistema del correntismo che è il vero male del nostro partito.

Noi donne che, invece, dobbiamo conquistarceli i ruoli e sfondare le porte che altrimenti restano chiuse, manchiamo di promozione reciproca. Perché questo accade? Perché spesso abbiamo preferito usare il modo maschile di fare politica senza renderci conto che è necessario promuoverne uno nuovo, solidale, che passi dal riconoscimento e dalla legittimazione l’una dell’altra. Perché se non siamo noi a promuoverci, a promuovere le donne, non possiamo pensare che lo facciano gli uomini. Men che meno nelle logiche di corrente nelle quali, ahimè, alcune si incastrano sentendosi protette e pensando che restando “al proprio posto” prima o poi, qualcosa arriverà. Per gentile concessione del capo.

La mia sfida sta in una domanda: nella formazione di questo governo difficile, fatto di equilibri tra pluralità diversissime, il Pd ha inteso garantire, nella formazione della delegazione, gli equilibri interni tra correnti? Bene, non discuto la scelta nel merito politico (per ora: lo farò sui singoli provvedimenti) né discuto – lo ripeto – la qualità di chi ci rappresenta al Governo. Discuto le modalità di questa scelta e mi chiedo: se al posto dei ministri – uomini e a capo di correnti – ci fossero state donne indicate da loro stessi, cosa sarebbe cambiato dal punto di vista del merito politico? Nulla, direi: il sistema correntizio avrebbe riaffermato il suo soffocante primato – un primato negativo da mettere in discussione, spero, nel prossimo congresso – ma se non altro ora non ci troveremmo in questa bufera: una bufera non solo mediatica, ma molto molto reale, poiché è davvero forte la depressione e la disillusione delle donne democratiche – e anche di tanti uomini! – in tutti i territori.

Mi scuso con chi è in buona fede: io non credo che il Pd si sia affidato esclusivamente all’art. 92 della Costituzione – che affida la scelta dei ministri al Presidente del Consiglio e al Presidente della Repubblica – e per questo trovo davvero assurdo che solo noi del Pd non abbiamo nostre rappresentanti nel governo.

È stato inutile e controproducente, e si ritorce contro tutte noi, aver affidato la nostra pretesa di rappresentanza a desideri condivisi solo al nostro interno ma mai accettati dalla dirigenza, quasi tutta maschile, del nostro partito, e magari ad essa anche imposti, sulla base di una iniziativa politica coraggiosa. Una dirigenza che declina un’unità interna troppo spesso di sola facciata, e infatti continuamente minata da attentati e arrembaggi a ciò che viene stabilito dalla direzione o dal comitato politico; una dirigenza che non agisce il conflitto ma lo nasconde attraverso continue mediazioni e falso unanimismo.

Ora basta.

Come ho sempre fatto vi ho detto ciò che penso, senza nascondere la mia profonda amarezza. Agirò in piena libertà per sostenere quei valori e quegli ideali in cui credo e che non meritano di restare intrappolati nelle beghe tra correnti. Lavoro da sempre per costruire, su basi di coraggio e verità, l’equilibrio tra riconoscimento di diritti e doveri e le ragioni della convivenza tra diverse visioni del mondo e della vita. Resto convinta che solo così potremo dare alI’Italia un profilo civile solidamente incentrato sull’inclusione e sulla convivenza tra diversi.

Ora basta, davvero. Cominciamo noi, donne del Pd, ad agire il conflitto dentro il nostro partito: costruiamo una iniziativa politica autonoma, partendo proprio dalla questione della rappresentanza paritaria e dal lavoro che abbiamo iniziato a fare, insieme, sui territori e negli organi statutari; ma facciamolo in modo vero, radicale, determinato, indipendente, e soprattutto senza cedere al “contentino” dei ruoli di sottogoverno. Se cediamo su questo, continueremo ad andare avanti così di “contentino in contentino”, senza andare alla radice del problema e, soprattutto, senza una vera riparazione al danno causato dalla nostra assenza lì dove davvero tutto si decide nel partito, nel governo, nel paese.

Est modus in rebus.

Verrà il tempo dell’assemblea nazionale, verrà il tempo del congresso.

Leggi anche: 1. Pensieri per Roma e il suo futuro (di Monica Cirinnà) / 2. Torniamo a parlare di Roma. E facciamo le primarie (di Monica Cirinnà)

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