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L’ex ministro Fioramonti a TPI: “Senza ricerca si muore, ma in Italia esultiamo solo quando due ricercatrici precarie isolano il Coronavirus”

Intervista all'ex titolare dell'Istruzione: "Solo in Italia i ricercatori lavorano senza fondi e senza certezze. Le mie dimissioni non erano un capriccio, servirebbero almeno 500 milioni di investimenti in ricerca e altri 500 in scuola e accademie d'arte"

Di Luca Telese
Pubblicato il 3 Feb. 2020 alle 13:55 Aggiornato il 5 Feb. 2020 alle 13:34
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Immagine di copertina
Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell'Istruzione. Credit: Ansa/CIRO FUSCO

Fioramonti: “Coronavirus isolato? In Italia ricerca precaria e senza fondi”

“Sono preoccupato per il non-dibattito che ha fatto seguito al successo dei ricercatori dello Spallanzani”.

In che senso?

“Io ho fatto diversi tweet sul caso del Coronavirus per mettere l’accento su un punto decisivo”.

Quale?

“È uno scandalo, una piccola vergogna italiana, il sistema che si è rivelato intorno a questa scoperta. Persone che lavorano senza certezze, con pochi fondi, dovendo fare salti mortali”.

Tutto questo perché?

“Perché la ricerca deve avere orizzonti temporali lunghi, deve crescere sulla sicurezza e sulla stabilità. Non solo la certezza dei fondi e degli istituti, intendo, ma anche quella delle persone che lavorano sui progetti. Il contrario di quello che accade in Italia. È proprio su questi temi che io ho deciso di rassegnare le mie dimissioni da ministro. Volevo suscitare un dibattito, provare a cambiare. Le notizie di questi giorni ci confermano che nulla è cambiato”.

Lorenzo Fioramonti, ex ministro dell’Istruzione, ha seguito il dibattito di questi giorni con preoccupazione e persino con una punta di rabbia. “Il rischio – spiega a TPI.it – è quello di non imparare nulla da questa vicenda”.

Perché?

“In Italia viviamo nell’emergenza e nella precarietà permanente su tutto, purtroppo anche nel campo della ricerca”.

Come funziona il sistema?

“Noi ci ricordiamo del valore di questi studi solo quando ci accorgiamo di quanto possono essere direttamente collegati con la nostra sopravvivenza. Quando è questione di vita o morte”.

È stato così anche con il Coronavirus.

“Mi sembra lampante. La Cina non comunica i risultati delle sue ricerche, e oggi se non ci fossero questi ricercatori noi saremmo nel buio”.

Come mai?

“Ci sono saperi che, per motivi diversissimi, non si possono comprare al supermercato. È così anche nel mondo moderno”.

Come funziona la ricerca in Italia?

“I nostri ricercatori sono pagati poco o pochissimo dai loro istituti e sopravvivono in buona parte grazie ai finanziamenti europei”.

In Europa non è così.

“No, è esattamente il contrario perché negli altri paesi lo Stato investe sul capitale umano e considera la ricerca una priorità. Quindi la stabilità è garantita da risorse nazionali mentre i progetti straordinari sono finanziati con i fondi europei”.

Quindi da noi si crea un meccanismo perverso.

“Oggi molti centri di ricerca italiani devono fare il contrario, pagando i loro dipendenti da precari per far quadrare i conti con quello che hanno, e poi cercando i finanziamenti internazionali per sostenere i singoli progetti. Tedeschi e francesi, tanto per fare un esempio, hanno lo stipendio assicurato dallo Stato e poi cercano fondi in Europa sui singoli progetti di ricerca”.

E dopo le sue dimissioni qualcosa è cambiato?

“Se non ci saranno i 3 miliardi che ho chiesto, io non voterò la legge di bilancio. Adesso dovrebbe essere chiaro a tutti che non è un capriccio ma una necessità”.

Proviamo a spiegare quanto costa l’emergenza.

“Io avevo individuato un minimo di un miliardo di investimenti da fare nel 2020 per tenere il sistema in sicurezza”.

Distribuendo queste risorse come?

“I primi 500 milioni da investire nella ricerca universitaria. Poi almeno 200 milioni da destinare agli istituti pubblici. Quindi 100 milioni per garantire il diritto allo studio, che è la base di tutto. Infine 200 milioni che devono andare al settore dell’alta formazione artistica e musicale”.

La cenerentola del nostro sistema formativo.

“È una follia. Stiamo disperdendo il più grande patrimonio mondiale di conoscenze perché abbiamo disinvestito dal settore delle accademie”.

Era una eccellenza italiana.

“Lo sarebbe ancora. Ma abbiamo professionisti che se ne vanno in Corea perché qui non riescono a sopravvivere”.

Ed è anche una fonte di reddito nazionale.

“Pochi lo sanno ma il 18 per cento della popolazione studentesca musicale in Italia non è italiana”.

Vengono da tutto il mondo per perfezionarsi qui.

“Sono persone che pagano per studiare, che vivono, che spendono nel nostro paese. Uno studente su cinque, in Italia, è di altre nazionalità. Ma oggi i conservatori e le accademie sono in bancarotta per i tagli che si sono sommati negli anni”.

E poi?

“Nella patria di Leonardo e di Michelangelo stiamo perdendo gli artisti della raffigurazione. Anche qui per un motivo semplicissimo: abbiamo i talenti ma disinvestiamo”.

Conte aveva detto di voler dare un segnale.

“Il presidente del Consiglio ha annunciato un piano per assumere 1.600 ricercatori: attendo con impazienza. Bisogna farlo il prima possibile”.

In questo caso le sue dimissioni avrebbero prodotto il risultato che lei da ministro non è riuscito ad ottenere.

(Sospiro, sorriso amaro). “Magari”.

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