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“Milano doveva andare in lockdown dal 16 ottobre”: il rapporto ignorato da Fontana

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 21 Ott. 2020 alle 13:43 Aggiornato il 21 Ott. 2020 alle 13:52
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Milano doveva andare in lockdown venerdì: il rapporto ignorato da Fontana

Milano doveva andare in lockdown venerdì, perché l’epidemia già il 16 ottobre, con oltre 13mila casi registrati in una settimana e il suo epicentro principale nella metropoli da 3 milioni di abitanti, si riteneva incontrollabile. È quanto rivela il Fatto Quotidiano citando il rapporto – visionato in esclusiva – con cui i medici del Comitato Tecnico Scientifico lombardo si sono presentati alla riunione di venerdì al Pirellone, in cui la Regione e i sindaci hanno guardato in faccia la situazione e discusso le misure da adottare per limitare la corsa del virus. Che ha reso Milano “il malato più grave”, come sottolineato dal virologo e membro della task force lombarda Fabrizio Pregliasco, il quale già la settimana scorsa suggeriva la possibile chiusura della città.

Il documento di 47 pagine citato dal quotidiano, denominato “Report sintetico nuovi casi Covid 15.10.20” e sottoposto agli amministratori locali durante la riunione dal direttore generale della sanità Marco Trivelli, dimostrava con dati, grafici e proiezioni che “non si era più in grado di controllare l’epidemia” e mostrava quattro scenari di rischio. Il primo, il “verde” – già superato – relativo a un livello di diffusione dell’epidemia simile a quello di luglio e agosto e il più grave, il rosso, a una situazione “non controllabile con con criticità nella tenuta del sistema sanitario nel breve periodo” e 15mila casi settimanali, che giustificherebbero la parola che nessuno vuole pronunciare: lockdown. E il 15 ottobre si era a 13mila. L’unica soluzione possibile per salvare il capoluogo che, come spiegato a TPI dal direttore dell’Ats Vittorio Demicheli, è il nuovo epicentro dell’epidemia con una estensione del virus che “nemmeno il miglior sistema sanitario al mondo potrebbe tracciare”, secondo i tecnici è la chiusura.

Ma la politica ancora una volta, come avvenuto anche all’alba della prima ondata tra il lodigiano e la bergamasca – con le mancate zone rosse ad Alzano e Nembro – ha deciso di attendere Roma e adottare misure meno impattanti sull’economia e l’opinione pubblica. Durante la prima riunione, quindi, si sarebbe deciso di aspettare l’annuncio delle nuove misure previste dal governo per regolarsi su come intervenire dopo. D’accordo con il sindaco Giuseppe Sala ma in disaccordo con quello di Bergamo, Giorgio Gori, che suggeriva misure più estreme ricordando le scene davanti al cimitero della sua città, Fontana ha optato per il coprifuoco, e cioè di limitare spostamenti e attività dalle 23 alle 5 del mattino come previsto dall’ordinanza firmata in queste ore.

Sempre secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, Fontana e Gallera ancora una volta hanno osservato che la chiusura di Milano e dell’intera Regione – volta ad evitare lo stigma solo sul capoluogo meneghino – al massimo dovrebbe deciderla il governo. Ma l’unica misura che eviterebbe di precipitare verso la “fase rossa” del report rimasto inascoltato per gli scienziati è il lockdown. Nell’ultimo mese si è passati da circa 5.400 contagi a settimana ai 13.774 di quella che va dal 5 all’11 ottobre e che precede il report del Cts, con il virus che colpisce di più la popolazione giovane, oggi corrispondente all’80 per cento dei contagi in Lombardia, a differenza di quanto avvenuto a marzo. Ma questa non  è una buona notizia: significa che il virus circola di più e si fa vedere meno, e a farne le spese saranno sempre i parenti anziani a seconda di quanto i loro nipoti s’infettano. L’unico modo per fermare questa catena in parte invisibile non è il coprifuoco dalle 23.

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