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Reportage tra le palestre di Roma minacciate dal governo: “Noi capri espiatori del contagio, siamo a norma ma pagheremo gli errori di altri” | VIDEO

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 19 Ott. 2020 alle 21:52 Aggiornato il 20 Ott. 2020 alle 12:14
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“Siamo i capri espiatori del contagio”: tour tra le palestre di Roma minacciate dal governo

“È molto più facile chiudere il settore sportivo che la ristorazione. Nelle palestre c’è meno gente e girano meno soldi. Lo sport è il primo che paga in queste situazioni”. A parlare a poche ore dalla conferenza stampa del premier Giuseppe Conte sulle nuove misure anti-Covid è Raul, personal trainer di una palestra nel cuore del quartiere San Lorenzo di Roma. Ha vissuto con il bonus di 600 euro al mese per i collaboratori sportivi previsto dal decreto aprile fino maggio 2020, quando è potuto tornare a fare il suo lavoro. Adesso è quasi convinto che tra una settimana tornerà al regime di prima. “Secondo me non ci manderanno nemmeno controlli, se i contagi aumentano, chiuderemo noi”, dice a TPIEppure in questi mesi molte strutture hanno investito centinaia di migliaia di euro per mettere a norma gli ambienti: assicurare il distanziamento di due metri tra clienti nelle sale destinati ai corsi, stabilire una capienza massima di 15 persone durante gli allenamenti o di sei in sala pesi, programmare i corsi in modo da non affollare gli spogliatoi. E nelle palestre non sono esplosi focolai. Ma nell’annunciare le norme previste dal nuovo Dpcm, Conte è stato chiaro. “Daremo una settimana alle palestre e alle piscine per adeguare i protocolli di sicurezza e verificarne il rispetto. Se questo avverrà non ci sarà ragione di chiudere le palestre, altrimenti la settimana prossima saremo costretti a chiudere attività sportive che si svolgono in palestre e piscine”, ha dichiarato da palazzo Chigi.

La sensazione è che a fare le spese dell’errore di pochi sarà l’intero settore, e che l’indecisione del governo sulla possibile chiusura delle palestre lascerà gestori e personale in un bilico per una settimana mentre i clienti ridurranno la frequenza. “In una settimana, con il count down in corso, noi saremo morti. La gente non verrà a fare le prove e staremo fermi. A questo punto era meglio restare chiusi, così non ha alcun senso”, osserva l’istruttore di una palestra romana che si occupa di training “one to one”, in cui cioè in sala sono presenti sempre e solo due persone e l’allenamento prevede tute igienizzate e mascherine. “Paragonarci ad altre palestre dove c’è un assembramento continuo, una mescolanza di gente e persone, ci ha dato fastidio. Non ha senso generalizzare. Ha più senso chiudere solo le palestre che non rispettano i protocolli”, dice a TPI mentre sterilizza gli strumenti che userà per il prossimo allenamento. Secondo Emilio Facconi, gestore di una palestra vicino Piazza Fiume, sono altri i luoghi dove dovrebbero essere effettuati controlli e regolati gli assembramenti. “Nella mia palestra si seguono delle procedure molto rigide, noi stiamo al primo piano e abbiamo il vantaggio del riciclo di aria. Ma in mezzo alla strada se ne vedono di tutti i colori, sarebbe il caso di occuparsi prima di quello che succede sui mezzi. E poi bisogna essere in grado di quantificare i rischi e gestire la situazione”, afferma. “Ma la gestione non è dire ‘questa settimana state in purgatorio’, perché questa settimana ha un costo, le aziende stanno già sull’orlo del baratro. Continuare nell’indecisione con annunci fatti alle 10 di sera vuol dire spingerle dal burrone in quel punto di non ritorno e in una situazione che non sarà sostenibile”.

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