Il sindaco di Bari a TPI: “I miei video famosi? Io non vedo l’ora che i cittadini tornino a rimproverarmi per le buche”

Le scene in cui invita le persone in strada a tornare a casa per contenere il Coronavirus hanno fatto il giro del mondo, ma Antonio Decaro farebbe volentieri a meno della visibilità in cambio di un po' di normalità. Troppo doloroso chiudere gli spazi che ha impiegato anni a restituire alla città, e vietare i contatti umani a chi è abituato a vivere la comunità come fosse una famiglia. Intervista al sindaco di Bari

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 25 Mar. 2020 alle 20:09 Aggiornato il 25 Mar. 2020 alle 22:20
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Immagine di copertina
Antonio Decaro, sindaco di Bari Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Coronavirus, intervista al sindaco di Bari, Antonio Decaro

I sindaci d’Italia sono diventati il volto della lotta al Coronavirus, tanto che i loro rimproveri e blitz per spingere i cittadini a restare in casa sono finiti anche sul New York Times. Ma per il sindaco Antonio Decaro, uno dei primi ad aver condiviso sui social il video di una passeggiata per le strade di Bari durante i primi giorni di quarantena, non c’è niente di cui stupirsi: le battaglie si combattono in strada, casa per casa, bacchettando i cittadini con rigore ma “senza perdere la tenerezza”, usando testa e cuore, come ha sempre fatto in qualità di primo cittadino anche in altre lotte, da quella alla criminalità organizzata a quella per la riconquista degli spazi pubblici.

“Credo che sia normale che i sindaci, essendo il terminale della Repubblica più vicino ai cittadini, ci mettano la faccia. Io l’ho fatto anche in passato, quando vietavo ai baresi di alzare il prezzo dei biglietti ai turisti, o invitavo i cittadini a scendere in piazza per abitare i luoghi riqualificati. Questa volta oltre a utilizzare le segnalazioni e le forze dell’ordine, ho fatto il mio dovere di sindaco parlando direttamente ai cittadini. Volevo spiegare che è necessario stare a casa per interrompere la catena del contagio”, ha detto a TPI commentando i filmati dei suoi sopralluoghi sulla spiaggia e nei parchi della città, in cui intima alle persone assembrate di “lasciare la racchetta da ping pong” e “andare a casa a giocare alla play station”.

Quelle immagini di persone quasi spiaggiate al sole “facevano a pugni con quelle che arrivano da altre parti d’Italia, dal cimitero di Bergamo con le camionette, dall’ospedale di Cremona, dalle terapie intensive di Brescia”, racconta. Così ha deciso di chiamare in diretta Facebook il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, per raccontare ai cittadini quello che stava succedendo nella città devastata dal contagio, sperando che quelle storie potessero avere su di loro un effetto deterrente. “Alcune persone vedono il problema lontano, non hanno parenti, amici o colleghi che sono stati contagiati e non si rendono conto del problema. Ho voluto mandare in diretta la telefonata con Gori per far capire che quello che sta succedendo non è un telefilm”, dice. “Ho avuto il vantaggio di aver capito da altri colleghi che stanno vivendo situazioni più complicate quali potevano essere i problemi anche quando il problema sembrava lontano”.

Francesco Passerini, sindaco di Codogno, è stato il primo a sostenerlo quando è iniziata la quarantena anche a Bari, e Decaro si è commosso guardando i locali chiusi dopo l’ora del coprifuoco. Anche quel video ha fatto il giro dei social “ma era venuto spontaneamente e mi aveva ripreso il mio portavoce”, assicura. “Il giorno in cui sono andato a verificare se il decreto del presidente del Consiglio che prevedeva la chiusura alle 18,30 degli esercizi commerciali fosse entrato in vigore mi sono commosso in diretta, e il messaggio più bello dopo il video è stato quello di Passerini. Mi ha ricordato che i sindaci ‘hanno questo ruolo oneroso ma onorifico, di dover essere il baluardo del cittadino preoccupato e disorientato. Ma ne usciremo bene, con la responsabilizzazione, noi sindaci non molliamo mai'”, racconta leggendo il testo dell’sms. “È stato bello sentirmelo dire proprio da lui che stava soffrendo”.

Adesso Decaro, che è anche presidente Anci, sta facendo quanto può non solo per assicurare il rispetto di decreti e ordinanze, ma anche per stare vicino ai più fragili e far funzionare un tessuto sociale che rischia di sgretolarsi a causa dell’isolamento forzato e della mancanza di risorse. “Nel primo decreto ‘Cura Italia‘ sono state individuate norme che permettono ai comuni di sopravvivere per qualche giorno, ma nel secondo ci aspettiamo risorse e l’utilizzo di avanzi di amministrazione per tutti, altrimenti non reggeremo, perché anche il comune ha delle spese, offre servizi in cambio di entrate. Se non ci sono le entrate, i servizi non possono essere erogati, e sono importanti soprattutto in questo momento”, osserva.

“Chi lavora nella filiera produttiva nazionale utilizza il trasporto pubblico, chi lavora al supermercato prende i mezzi. E poi ci sono i servizi sociali. Ora non c’è più l’assistenza domiciliare, e quando un anziano ha una flebo nel braccio da tre giorni chiama il sindaco. Oggi una signora mi chiedeva: sono in quarantena non posso scendere a fare la spesa, non posso buttare la spazzatura. Chi lo fa? Lo fa il sindaco, attraverso i servizi sociali, ma se crollano chi le fa queste cose? E se crolla l’azienda dei rifiuti altro che Coronavirus, avremo un’altra pandemia”, osserva con tono preoccupato, e confessa che rinuncerebbe volentieri alla visibilità acquisita con i suoi “state a casa” per recuperare un po’ di normalità: “Non vedo l’ora che i miei cittadini tornino a rimproverarmi per le buche o l’attesa dei mezzi, significherebbe che tutto è tornato normale”. Per questo sogna che gli spazi che è stato costretto a transennare tornino liberi.

“Mi sento deluso dal fatto che ho dovuto chiudere i parchi, ho avuto un magone perché sono andato a chiudere con il nastro bianco rosso gli spazi che ci siamo conquistati in questi anni e che per noi erano simboli, che abbiamo liberato dalle automobili e riqualificato per restituirli alla comunità. Io ero il sindaco che chiedeva ai cittadini di uscire di casa per stare insieme negli spazi che avevamo riqualificato. Ci eravamo inventati le reti civiche urbane per ognuno dei 14 quartieri, che animavano dal basso la comunità. Avevamo fatto un lavoro bellissimo e andare in quelle piazze a dire alle stesse persone a cui avevo detto negli anni di uscire che non dovevano uscire più, andare a inibire lo spazio pubblico fatto per ospitare la comunità non è stata una bella sensazione”, dice con la stessa voce spezzata e commossa che ha fatto il giro d’Italia con il suo primo video.

“Se vogliamo tornare a vivere la quotidianità e fare quei gesti semplici che magari abbiamo sottovalutato nel passato e che oggi, al termine di questa esperienza, rivaluteremo, come la possibilità di stringersi la mano e abbracciarsi, dobbiamo restare a casa. Lo dobbiamo fare per noi, abituati a vivere la comunità come fosse una famiglia, e che di quei gesti sentiamo la mancanza”.

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