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La parabola di Conte, da “burattino” a garanzia per un nuovo “governo di svolta”

Come il professore silenzioso si è smarcato da Salvini e Di Maio

Di Donato De Sena
Pubblicato il 30 Ago. 2019 alle 12:09
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Immagine di copertina
Foto: Giuseppe Conte al Quirinale

La parabola di Conte, un ex “burattino”

Un papabile ministro tecnico diventa la garanzia per un nuovo equilibrio politico nazionale, un “avvocato del popolo” diventa il giudice dei partiti, un presunto “burattino” nelle mani di un movimento populista viene promosso con il sostegno dei suoi ex oppositori al timone di “una nuova stagione, civile, sociale e politica” (copyright Nicola Zingaretti). È la formidabile parabola ascendente di Giuseppe Conte, il premier (re)incaricato dal presidente della Repubblica a formare un governo dopo il divorzio tra Lega e M5S voluto da Matteo Salvini.

In 14 mesi il professore di Volturara Appula, un signor nessuno quando Luigi Di Maio lo indicò nella sua squadra monocolore alla vigilia delle Elezioni Politiche, non solo ha abbattuto lo scetticismo di chi lo descriveva privo di spina dorsale, incapace di reggere schiacciato tra due twittatori seriali come i suoi vice, ma è riuscito anche ad imporre una sua linea, una sua visione, senza essere un capopartito e senza affidarsi al termometro del gradimento sui social, senza attendere la ratificazione con votazioni online.

Le news sul governo di oggi, venerdì 30 agosto

“Non vi ho votato, non ero nemmeno un vostro simpatizzante, ma mi avete detto ‘non fa niente, noi vogliamo un indipendente'”, disse quando si presentò al pubblico pentastellato come potenziale ministro della Pubblica Amministrazione. A distanza di un anno e mezzo si può dire che quelle parole potrebbero essere confermate. Indipendente è arrivato e indipendente è rimasto, costruendo ad esempio buoni rapporti con i leader europei che Salvini puntualmente attaccava, Angela Merkel in primis, e non avendo timore di affossare perfino storiche battaglie del Movimento 5 Stelle, come il No alla Tav Torino-Lione.

Non è stato un semplice notaio del contratto di programma, insomma, Conte. Che ha dimostrato di non essere privo di abilità politica. Il professore è riuscito a muoversi con cautela, misurare le parole, rinunciare agli slogan e al consenso più facile per mantenersi pronto anche per i disastri peggiori, arrivare preparato a una rottura che Salvini aveva in mente da tempo (evidentemente più lucido del Movimento che lo aveva lanciato un anno e mezzo prima).

Nel discorso di agosto al Senato, in piena crisi di governo scatenata dal vice leghista, il presidente del Consiglio ha ricordato di aver chiesto al ministro, subito dopo il trionfo delle Europee, se lui, il dominatore con il 34 per cento, ritenesse necessario a quel punto un rimpasto nell’esecutivo. No, era stata la risposta al premier di Salvini, che di lì a poco avrebbe iniziato una campagna estiva di comizi in perfetto stile elettorale.

Nel ricostruire il confronto con Salvini degli ultimi mesi, Conte ha smontato la narrazione salviniana. Non ha esitato a svelare l’interesse della Lega a “capitalizzare il consenso”, manifestato dal leghista in un colloquio a Palazzo Chigi, e si è lasciato andare anche ad un affondo con l’accusa di “mancanza di coraggio”, mettendo il dito nella piaga nella vicenda della mozione di sfiducia della Lega, presentata e poi ritirata (e senza contestuali dimissioni dei ministri). “Se c’è mancanza di coraggio, non vi preoccupate, me ne assumo io la responsabilità io davanti al Paese”, sono state le parole di Conte confermando l’intenzione di dimettersi.

Ma le frecciate non erano destinate a un solo bersaglio. Agli “amici del Movimento 5 Stelle”, nello stesso discorso, Conte rivolgeva un “invito a riflettere sulle responsabilità di governo” e ad “evitare di farsi trasportare dai sondaggi”.

Ora, dieci giorni dopo, è proprio lui a dettare l’agenda del “governo di svolta” con il Pd. Anche l’endorsement del presidente Usa Donald Trump via Twitter (dopo quelli di Angela Merkel, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen) ha avuto un peso per sbloccare una trattativa sul suo nome del premier che sembrava arenata. I retroscenisti oggi raccontano che il presidente incaricato non vuole una squadra con diversi nomi nuovi: un governo con Conte, ma di Conte. “Voglio ragionare con le due forze politiche e incidere sui nomi dei ministri”, è il desiderio riportato da Repubblica. Vedremo se il professore silenzioso, senza dirette Facebook, riuscirà a compiere un altro piccolo passo. Niente male per un burattino.

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