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Togliere il voto agli anziani? Non si può (purtroppo), ma Grillo ha colto un problema serio in Italia

Grillo propone lo stop al voto degli anziani perché la verità è che non si parla più di giovani

Di Charlotte Matteini
Pubblicato il 18 Ott. 2019 alle 20:08 Aggiornato il 18 Ott. 2019 alle 20:12
Immagine di copertina
Beppe Grillo Credit: Twitter

Beppe Grillo e la provocatoria proposta di togliere il voto agli anziani

E se togliessimo il voto agli anziani? A lanciare la provocatoria proposta è stato il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo, una provocazione che, come da collaudato copione, ha immediatamente scatenato un accesissimo dibattito pubblico nonché le ire di molti esponenti politici.

Da sempre strenuo sostenitore dell’allargamento del suffragio universale ai sedicenni, il fondatore del M5S stamane ha voluto affrontare un argomento alquanto spinoso e alquanto ignorato nella maniera più plateale possibile lanciando, tra il serio e il faceto, una delle sue solite boutade. “Se togliessimo il voto agli anziani?”, si domanda Grillo , esponendo al dibattito pubblico e politico una tesi per nulla strampalata, come invece il titolo suggerirebbe.

“In un mondo sempre più anziano, esperti, studiosi e politici propongono di abbassare l’età del voto (così come proposi anni fa), ma cosa dovrebbero fare le democrazie quando gli interessi degli anziani sembrano essere in contrasto con gli interessi delle giovani generazioni?”, si chiede Beppe Grillo. Domanda per nulla scontata, la questione è centrale per tutti i giovani, specialmente per quelli nati dagli anni ’80 in poi. L’Italia, com’è noto, tra gli anni ’50 e ’80 ha vissuto un vero e proprio boom economico, dopo il dopoguerra la crescita è stata pressoché inarrestabile, con qualche freno qua e là dovuto alle congiunture economiche globali.

A trainare la crescita sono stati i cosiddetti “baby boomer”, i nati tra il 1946 e il 1964, che oggi hanno tra i 55 e i 73 anni. “Abbiamo ricostruito questo Paese”, raccontano spesso questi “baby boomer”. Sicuramente è vero, gliene va dato atto, quel che però spesso i “baby boomer” si dimenticano di sottolineare è che si sono anche mangiati il Paese. Un po’ forte come concetto? Sicuramente sì, peccato sia un dato di fatto, anche se a molti non fa piacere ricordarlo.

La generazione dei “baby boomer”, sebbene ormai prossima alla pensione o in pensione già da un pezzo, continua a guidare l’Italia rimanendo saldamente ai posti di comando. Alla generazione dei “baby boomer” si deve certamente il nuovo risorgimento economico italiano del secondo dopoguerra, ma è anche la generazione responsabile dell’accumulo di debito pubblico – vogliamo citare le baby pensioni e il sistema retributivo, radice dei decennali mali dell’Italia, per esempio? – e delle miopi politiche economiche incapaci di tenere conto del lungo periodo, del futuro dei propri nipoti e figli. Arroccati e abbarbiccati alle poltrone e alle posizioni di potere, i “baby boomer”, insieme a tutta la componente over 70, costituiscono la parte più cospicua dell’elettorato italiano nonché la roccaforte del consenso di una classe politica incapace di guardare al futuro.

“I dati dell’Istat dicono che nel nostro paese le persone che hanno più di 65 anni, vicine all’età della pensione, o che hanno già smesso di lavorare, sono oggi oltre 13 milioni e mezzo. La classe più numerosa è quella di coloro che hanno tra i 65 e i 69 anni, ma ci sono anche 17.630 centenari. Sempre i dati ci dicono che gli anziani non amano particolarmente il progresso, scelgono risultati più “vicini” al loro stile di vita […] Una indagine dell’Istat del 2015 rivela che dopo i 65 anni 1 persona su 5 non si interessa di politica e non ne parla mai e questa percentuale sale a circa 1 persona su 3 (il 32%) oltre i 75 anni”, scrive Beppe Grillo, domandosi: “Se un 15enne non può prendere una decisione per il proprio futuro, perché può farlo chi questo futuro non lo vedrà?”. Non fa una piega.

Aggiungerei un carico da novanta, utile a descrivere ulteriormente la condizione dei giovani italiani: Secondo un rapporto di Bankitalia del 2015, “l’indebolimento, dagli anni Novanta, dell’economia italiana ha gravato in particolare sui più giovani: sono aumentate le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro, ma le carriere lavorative sono diventate più intermittenti e i livelli retributivi iniziali inferiori a quelli dei coetanei di generazioni precedenti, nonostante il più alto livello di istruzione.

Secondo i dati dell’Inps, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio del decennio scorso, la retribuzione settimanale d’ingresso è diminuita, in termini reali, di circa un quinto; il calo non è stato accompagnato da progressioni retributive più rapide”. Tradotto: i giovani sono più istruiti dei loro padri ma più poveri e hanno meno opportunità di carriera. Ancora più tradotto: l’ascensore sociale in Italia non funziona più da decenni e a scontrarsi con questo fatto sono i giovani.

E poi, ancora: secondo l’ultimo rapporto Censis (2018) nel 2050 saranno ben 5,7 i milioni di giovani a rischio povertà. Causa precariato, ingresso nel mondo del lavoro in ritardo, occupazione di bassa qualità, stipendi bassi e intermittenti, quelli che tra circa 30 anni avranno l’età degli attuali baby boomer, dopo aver arrancato una vita alla ricerca di prospettive economiche e sociali, costituiranno una vera e propria bomba sociale per l’Italia. La realtà è tragica, ma nessuno se ne occupa seriamente, a meno di proclami televisivi che poi non trovano riscontro nella realtà.

Sebbene il titolo dell’articolo sia indisponente e la proposta di togliere il voto agli anziani impercorribile, la provocazione di Beppe Grillo solleva un tema centrale e da sempre volutamente ignorato da una classe politica improntata alla mera rincorsa di consensi elettorali immediatamente spendibili. Basta dare un’occhiata ai programmi elettorali della maggior parte dei partiti per accorgersi che il tema giovani non è mai affrontato in maniera sostanziale.

Un accenno, giusto perché non si può prescindere dal citarli, e nessuna politica che vada davvero a loro favore. Pensioni, pensioni, pensioni e ancora pensioni, di questo si occupano principalmente politici e sindacati. Il precariato? Sì, in un sistema bloccato come quello italiano è un problema, ma parliamo prima di quattordicesime per i pensionati, di quota 100 e di prepensionamenti. Ma allora, ha davvero così torto Beppe Grillo?

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