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L’Accademia della Crusca boccia il neo-ministro dell’Istruzione: “Quelle frasi meritano un 5,5”

Di Clarissa Valia
Pubblicato il 15 Feb. 2021 alle 18:17 Aggiornato il 15 Feb. 2021 alle 18:39
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Immagine di copertina
Patrizio Bianchi, ministro dell'Istruzione. Credits: Ansa

Il neo ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi alcuni giorni fa, per spiegare quando aveva appreso che avrebbe ricoperto quel ruolo nel nuovo governo guidato da Mario Draghi, aveva detto “l’ho imparato ieri sera”. Una frase che ha fatto scoppiare subito la polemica. “Ho commentato la mia nomina da Ministro, dopo il giuramento, utilizzando un’espressione tipica emiliana. L’emozione del momento mi ha già fatto guadagnare un’imitazione del bravissimo Crozza, peraltro splendida”, si era difeso il ministro Bianchi ai microfoni dell’Ansa.

Ma la frase è giusta o sbagliata? A rispondere, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, è Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, che ha spiegato: “Il ministro si è difeso dicendo che a Ferrara si dice così, però sarebbe stato meglio evitarlo“. “Il problema è sempre quello del ruolo: se si va in un bar di Ferrara o si va alla bocciofila è un conto, un ministro ha una posizione diversa”. Il neo ministro intendeva dire ‘l’ho appreso’. Quindi ha sbagliato ad utilizzare quel termine? “Più che sbagliato è un termine inadatto al ruolo di un ministro”, spiega il presidente dell’istituzione italiana che raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana.

Bianchi ha pronunciato anche un’altra frase che ha scatenato le critiche social: “Speriamo che faremo tutti bene”. “Anche questa è fuori luogo?”, chiedono i conduttori. “È molto colloquiale, siamo di nuovo lì. Doveva dire ‘speriamo di far bene’. Però qui si tratta di una persona colta, lui un ex rettore, forse la sua potrebbe essere una scelta retorica”, spiega ancora Marazzini. Cinque e mezzo è il voto che il presidente dell’Accademia della Crusca dà a queste due prime frasi del ministro dell’Istruzione Bianchi “Forse occorre una revisione dello stile comunicativo”, conclude Marazzini a Un Giorno da Pecora.

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