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Governo Draghi: ne valeva davvero la pena?

Di Luca Telese
Pubblicato il 13 Feb. 2021 alle 13:29 Aggiornato il 13 Feb. 2021 alle 18:23
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Immagine di copertina
Credit: Emanuele Fucecchi

Non è il dream team che tutti sognavano. La prima notizia è questa, qualsiasi cosa se ne pensi, qualunque idea politica si abbia. E non è nemmeno il “governo dei migliori”. Questo è il punto, ed anche il fatto strano di questa vicenda. La prima cosa che stupisce è tutta qui: nato con la possibilità di scegliere chiunque, e con l’aspirazione ad una discontinuità assoluta con il passato, il primo governo di Mario Draghi è molto poco sorprendente. Si fonda (nella parte tecnica) su degli onestissimi gregari, e nella parte politica, come vedremo nel dettaglio, sul trapianto chirurgico di corposi frammenti di tre importanti governi del passato: quello di Conte (ovviamente), quello gialloverde, e – addirittura – dell’ultimo governo Berlusconi. Guardi questa foto di gruppo e non puoi fare a meno di dirti: “Tutto qui?”.

Questo il commento, partendo dall’idea che tutti ci auguriamo il meglio, ovviamente, che sognavamo davvero la squadra dei sogni, ma non potendo fare a meno di chiedersi come mai il risultato finale sia sia determinato in questi termini. Per giunta, come se fosse uno scherzo, invece di gioire, i primi a lamentarsi sono stati gli uomini di Forza Italia e la Lega. Matteo Salvini – lo ha fatto in prima persona – quando ha commentato, quasi in diretta, da Enrico Mentana. E Silvio Berlusconi, che lo ha detto in maniera informale, facendo filtrare il malessere con dei retroscena autorizzati di agenzia. Una faccia tosta straordinaria, va detto: il centrodestra si ritrova con sette ministeri in un governo in cui la maggioranza parlamentare (soprattutto alla Camera, non va mai dimenticato) è garantita dalla pattuglia giallorossa. Il prezzo del biglietto di questo governo, dunque – sul piano politico – è pagato interamente da Pd e M5s.

Tuttavia ci sono diverse considerazioni da fare. Nella squadra della Lega c’è un buon ministro, Massimo Garavaglia, persona seria e non ideologica. Nella squadra del Pd, al lavoro c’è Andrea Orlando, uomo altrettanto esperito, e anche connotato, il che garantisce che non ci saranno strappi sul piano della tenuta sociale. Nella squadra azzurra c’è Mara Carfagna, che è sicuramente è più progressista e liberale della ministra renziana, Elena Bonetti (una che non risulta pervenuta nemmeno nella prima esperienza di governo, e misteriosamente riconfermata).

La prima buona notizia – per chi scrive – è che Italia Viva, il partito-killer che ha la responsabilità della crisi e dell’incertezza in cui ci siamo ritrovati, sulla carta perde un ministero (anche se poi recupera con un “tecnico” di area). Qui il dubbio che mi viene in mente, e che i giornali adoranti (ma spiazzati), di certo non esprimono, è: ma se io fossi stato Draghi e avessi dovuto nominare un renziano, non avrei fatto di tutto per prendermene almeno uno buono? Non sarebbe stato bello un Massimo Recalcati alla Cultura? O un Alessandro Baricco alla pubblica istruzione? E dovendo scegliere “un tecnico”, invece del classico polveroso professorone (Patrizio Bianchi), perché non osare e cercare persone del livello di Renzo Piano? Se mi serviva un leghista non potevo pensare di arruolare la competente Giulia Bongiorno? Si sarebbe potuto continuare all’infinito, e nel Pd, magari, reclutare persone esperte e stimate come Roberta Pinotti, e non il soporifero capocorrente, nonché apostata renziano, Lorenzo Guerini. Il primo punto di dubbio, dunque, è che di migliori c’è n’erano, ma non sono stati messi in squadra.

Mentre anche fuori dal pallottoliere è più delicato indagare le conseguenze del prezzo politico enorme sostenuto da chi – come abbiamo visto – garantisce i voti decisivi, e cioè M5s e Pd: perdono entrambi metà della loro delegazione, perdono – questo stupisce – i loro ministri più giovani. Perdono le donne (perché come è noto il governo Conte era molto “rosa”). La selezione darwiniana c’è stata, dunque, ma al contrario: dovendo tagliare, è stato consentito ai partiti di fotografare i loro rapporti di forza, di proiettare le correnti sul governo. E il premier che poteva scegliere -a norma di Costituzione – con insindacabile autonomia, ha seguito questa logica.

Ecco perché c’è molto manuale Cencelli: quattro ministeri ai Cinque stelle, tre al Pd, tre alla Lega, tre (senza portafoglio) a Forza Italia, uno a Italia Viva: numeri che come abbiamo spiegato producono gli effetti che stiamo raccontando: via Peppe Provenzano, Roberto Gualtieri e Francesco Boccia – sempre per fare l’esempio del Pd – dentro i succitati Guerini (Difesa) e Orlando (Lavoro), con l’aggiunta di Dario Franceschini (Cultura sia pur senza Turismo), che non a caso è anche il terzo leader di una corrente interna. L’unica componente che non ha preteso una fetta – e questo dice tutto dello stile di Nicola Zingaretti – è quella del segretario, che ha lasciato i posti agli altri. Il primo effetto collaterale di questo criterio è la scomparsa delle donne o di figure estranee all’oligarchia di partito. O anche di quadri di partito che da sempre meriterebbero il ruolo di ministro, cito solo l’esempio di Gianni Cuperlo.

Messaggio politico elettorale. Committente: Tobia Zevi

Lo stesso criterio è stato proiettato sui Cinque stelle, dove i trionfatori nella conta interna sono Luigi Di Maio (riconfermato agli Esteri) e l’ala di “sinistra governista” di Roberto Fico (con la conferma di Federico D’Incà ai rapporti col Parlamento) e Fabiana Dadone (alle politiche giovanili). Ma questa logica non garantisce la stabilità del Movimento, malgrado la conferma di Stefano Patuanelli, (unico superstite tra i più vicini a Conte, spostato dallo all’Agricoltura).

Le chiavi di casa dello Sviluppo economico sono state consegnate a Giancarlo Giorgetti. E – forse il fatto più grave – i rapporti con le regioni finiscono nelle mani di Maria Stella Gelmini, già coordinatrice regionale di Forza Italia in Lombardia. Dappertutto si poteva mettere, Maria Stella, fuorché in quel ruolo, dato questo enorme conflitto di interesse, non economico, ma politico: il ministero che deve tenere unita l’Italia non può esprimere una classe dirigente connotata sul piano locale. Ho trovato su Twitter la battuta più bella coniata in proposito dall’intelligenza collettiva della rete, sul profilo satirico”Prugna”: “Finalmente potremo usare il tunnel della Gelmini per gli spostamenti tra regioni”. Al posto di Gualtieri va Daniele Franco, superministro dell’Economia, ex direttore generale della Banca d’Italia e uomo simbolo della ragioneria dello Stato: va bene perché è nel suo ruolo, quello di una appendice vitale del premier.

Restano all’Interno il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, un “tecnico” gradito al Colle e alla Sanità il ministro della Salute Roberto Speranza. Ovvero due bersagli prediletti della Lega, per come hanno gestito il tema rovente dell’immigrazione, e il ministro “delle chiusure” e della “gestione fallimentare della pandemia” (per stare a quello che Salvini diceva di Speranza).
Ed eccoci, come in un racconto di Dickens, ai fantasmi dei governi passati che hanno visitato Draghi: Giorgetti, Garavaglia (al Turismo) ed Erika Stefani (che nel Conte 1 era agli Affari Regionali, e oggi va alla Disabilità). Sono volti della Lega che vengono tutti dal governo gialloverde. Brunetta, Gelmini e la Carfagna sono tre ministri dell’ultimo governo Berlusconi. Ci sono persino degli ex del governo Letta: Enrico Giovannini (allora al Lavoro) e il sottosegretario Roberto Garofoli alla Presidenza del Consiglio.

Tra i tecnici Vittorio Colao (all’Innovazione) sembra sia stato risarcito per il suo omonimo piano. Mentre Roberto Cingolani è un profilo interessante, anche se è curioso che un ex di Finmeccanica venga piazzato proprio nel ministero voluto dal M5s (che avrebbe dovuto essere il più verde di tutti). Marta Cartabia ministro della Giustizia, dovrebbe garantire la sterilizzazione della guerra fra garantisti e giustizialisti, ed è perlomeno una garanzia. E la grande domanda riguarda gli effetti che questo governo avrà nei partiti: il primo nel M5s, dove ha prodotto una scissione (quella di Alessandro Di Battista). Il secondo nel Pd, dove Zingaretti (come abbiamo visto) si è sacrificato per la squadra, ma dove qualcuno vorrebbe strumentalmente usare questo esito politico come una leva per scalare il partito. Tentativo già fallito nei suoi presupposti proprio valutando questo risultato.

Il risultato di questa squadra, paradossalmente, ci chiarisce per l’ennesima volta, che metà della campagne di stampa di discredito contro il governo Conte erano infondate, ideologiche o pretestuose: non ci sono uomini della provvidenza in giro, non ci sono Ronaldo e Messi a spasso, nel nostro paese, altrimenti li avremmo trovati al governo. C’è l’Italia, e la sua classe dirigente piena di limiti (anche fra i “tecnici”) con le sue professionalità, ma anche con gli evidenti angoli di mediocrità, i suoi politici “sugheroni”, che stano a galla per disciplina di partito più che per il cursus honorum. Speriamo che nella vita del governo Draghi le politiche riescano a nobilitare la qualità della materia umana, visto che (come abbiamo visto) non è accaduto il contrario.

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