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Ma quale censura, i media americani che oscurano Trump sono un esempio da seguire contro le fake news

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 7 Nov. 2020 alle 16:55 Aggiornato il 8 Nov. 2020 alle 11:25
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Immagine di copertina

Al di là delle valutazioni politiche, queste elezioni americane saranno ricordate per un fatto senza precedenti nella storia, un fatto forse destinato a cambiare per sempre il rapporto tra i media e i social media e la politica. Alle 18 del 6 novembre 2020, ora di Washington, il presidente Donald Trump convoca una conferenza stampa alla Casa Bianca per fare il punto sullo spoglio in corso: il suo sfidante, Joe Biden, avanza inesorabile in Georgia, Arizona, Nevada, e Pennsylvania. Trump è decisamente alterato, è già pronto a spostare la battaglia nelle aule di tribunale; ma vuole anche mandare un messaggio forte ai suoi, vuole lanciare una vera e propria chiamata alle armi in un Paese dove di armi ne girano tante, troppe.

Se si contano i voti legali, vinco facilmente. Se si contano anche i voti illegali, loro possono provare a rubarci le elezioni”, così esordisce il Tycoon in diretta tv. A quel punto, MsNbcNbcAbcCbsCnsbc silenziano il collegamento e i giornalisti in studio spiegano ai telespettatori che non c’è nessuna prova a sostegno delle dichiarazioni di Trump, di fatto smentendolo.

La CNN, che invece trasmette per intero l’intervento, manda in onda un sottopancia – un sottopancia che entrerà nella storia – con la scritta “Without any evidence, Trump says he’s being cheated” (Senza alcuna prova, Trump dice di star subendo una frode).

Persino Fox News, rete di proprietà del magnate amico Rupert Murdoch e megafono dei repubblicani, puntualizza che non c’è nessuna prova a sostegno delle parole di Trump, a dimostrazione che anche il giornalismo più schierato deve restare giornalismo, che non può prescindere dai fatti.

Atteggiamento analogo quello di Facebook e Twitter: i due social network, già da tempo, oscurano continuamente post e tweet dell’inquilino della casa bianca spiegando ai navigatori che contengono informazioni fuorvianti e notizie false. Al di là dei social, che al momento sono dei soggetti privati che offrono un servizio e hanno piena autonomia su ciò che può essere veicolato tramite le loro piattaforme web, in queste ore, in Usa e nel resto del mondo, ci si interroga su quanto sia giusto che la redazione di un tg possa entrare così a gamba tesa sulle dichiarazioni pubbliche di quello che sulla carta è (ancora per poco) l’uomo più potente del mondo. E sono in molti, anche nel nostro Paese, a gridare alla censura.

In realtà quello che è accaduto negli Stati Uniti deve essere un esempio per tutti noi, perché rimette al centro il ruolo dell’informazione e la sua stessa missione. Se i giornalisti – come ci insegnano proprio gli americani – sono i “watchdog“, “i cani da guardia del potere”, hanno il dovere di filtrare tutto quello che il potere vuole veicolare attraverso i canali dell’informazione, anche se per voce del presidente degli Stati Uniti d’America. Perché la notizia, alle 18 ora di Washington del 6 novembre 2020, non è che il presidente Trump rischia di perdere le elezioni a causa di brogli elettorali, ma che il presidente Trump convoca i giornalisti alla Casa Bianca per denunciare dei brogli elettorali senza avere mezza prova, bollando come “illegali” i voti di milioni di elettori.

Intendiamoci: nel mondo pre-social la scelta più giusta (come ha scritto Luca Telese su queste pagine) è indubbiamente quella della CNN, ma in un mondo interconnesso, dove quel video può diventare “virale” e oggetto di propagande politiche, la voce del giornalista che in diretta spiega che quello che dice Trump è privo di fondamento diventa – a mio avviso – fondamentale.

Nel Paese del salotto bianco di Bruno Vespa, delle interviste concordate e degli inchini reverenziali di molti giornalisti verso i potenti di turno, dovremmo tutti prendere esempio da chi già nel 1972 ha spiegato al mondo che un’inchiesta giornalistica fatta bene può mandare a casa chiunque.

Quello che è successo alle 18 ora di Washington del 6 novembre 2020, è la prima grande risposta dei professionisti dell’informazione alla circolazione delle fake news, alla grande piaga globale che inquina l’opinione pubblica e ha da tempo offuscato il concetto di notizia e soprattutto di verità. La prima risposta efficace perché il fact checking, per quanto fatto bene, arriva solo ad alcune fasce di lettori e ascoltatori, a una minoranza del totale. Dai giornalisti d’oltreoceano ci arriva l’ennesima grande lezione: non è censura spiegare in diretta che un uomo, per quanto potente, sta raccontando una bugia: è un dovere imprescindibile di chi fa il nostro mestiere.

Leggi anche: 1. Elezioni Usa 2020, Trump: “Senza brogli vinco io”. Msnbc interrompe il collegamento in diretta: “Non ci risulta” | VIDEO; // 2. Trump è un eversivo. Ma censurarlo non è figo, è da idioti (di Luca Telese); // 3. Il golpe mediatico (con fanfara) di Trump (di Luca Telese)

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