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Salvini chiede rispetto per i suoi figli, ma dimentica i figli di quelli che lui offende tutti i giorni (di S. Lucarelli)

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 12 Feb. 2020 alle 18:34 Aggiornato il 12 Feb. 2020 alle 19:08
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Salvini chiede rispetto per i suoi figli, ma dimentica i figli di quelli che lui offende tutti i giorni

“Non parlo di figli minori che non fanno parte della politica. Mi vergogno a nome di chi coinvolge i bambini nella polemica politica, attaccate me ma lasciate perdere i figli e i bambini!”. Era il primo agosto della scorsa estate, e tuonava così Matteo Salvini, durante una conferenza stampa in cui un giornalista gli poneva una domanda sul famoso giro del figlio sulla moto d’acqua della polizia.

Indignato, offeso, risentito da questa gretta abitudine altrui di strumentalizzare i bambini, di non tener conto della loro sensibilità, della loro fragile innocenza. Sono Matteo, sono un uomo, sono un padre. Ed è così, che oggi, Matteo Salvini commentando l’ok del Senato al suo processo per il caso Gregoretti, con la solennità di chi incappucciato avanza scalzo verso la ghigliottina, memore del suo accorato discorso di qualche mese prima, ha dichiarato: “L’unica preoccupazione non è per me, mi spiace per i miei figli. Chi è a a casa non ha scelto questo, ha un papà che fa politica e che domani finirà sui giornali descritto come un criminale e un sequestratore di persone. Quindi portate rispetto a due ragazzi che vanno a scuola, chi borbotta non ha il figlio che prima di andare a scuola oggi gli ha scritto forza papà!”.

Insomma, Salvini s’è scordato tutto. Non ci si deve vergognare più di coinvolgere i figli nella scena politica. E allora parliamo di questi benedetti figli, spiegando due cosette a Salvini, questo padre amorevole e protettivo che non teme per il suo futuro, ma per i figli che “leggeranno sui giornali che sono un delinquente”. Evidentemente sopravvalutandone uno e sottovalutandone un altro, verrebbe da dire, visto che la piccola ha sette anni e leggerà, a stento, il libro delle principesse, l’altro ne ha 17 e se è convinto che un rinvio a giudizio voglia dire che il padre è un delinquente, è perché ha assorbito egregiamente le lezioni del padre. Quello che appena qualcuno viene arrestato, lui “buttate la chiave!”.

E allora parliamo di figli, sì, visto che oggi Matteo Salvini ci autorizza tutti a farlo, perché i figli non devono pagare le colpe dei padri, perché non devono soffrire a causa di quegli adulti che si dimenticano di loro, che attaccano i loro papà, con spietatezza, senza pensare a quei “forza papà”. Povere creature. Sono Matteo, sono un uomo, sono un padre. Perché dimentica, Matteo padre, che anche tanti dei suoi bersagli preferiti sono padri. Bersagli che non piagnucolano a favore di telecamera snocciolando la retorica del figlio che soffre, quando fa comodo.

Sono Matteo, sono un uomo, sono un padre. Ma era padre anche il tizio a cui tu, Salvini, hai citofonato con giornalisti al seguito per chiedere “Suo figlio spaccia?” e suo figlio è dovuto andare in tv a dire di non essere uno spacciatore. Erano padri tanti di quegli uomini lasciati in mare per le tue codarde dimostrazioni di forza, i cui figli erano lì o chissà dove, chiedendosi, magari, quale sorte potesse mai toccare al padre. O essendo troppo piccoli per farsi domande.

Erano padri tutti quegli uomini che senza ancora una sentenza tu hai etichettato sui media come “delinquenti, criminali, bestie, animali e che marciscano in carcere, buttiamo la chiave”. Anche loro hanno figli, anche quei figli non dovrebbero pagare le colpe dei padri, non dovrebbero leggere queste parole sui giornali, anche quei figli scrivono “forza papà”, magari mentre il padre affronta un processo con un avvocato d’ufficio, senza soldi, senza paracadute, senza sconti.

Erano padri anche tanti di quegli uomini derisi, chiamati “risorse” o “clandestini”, che tu hai sbattuto sui tuoi social a tradimento, seduti su una panchina, a mollo in una fontana, nudi in un parco o per strada perché magari avevano problemi psichiatrici dopo anni di torture in Libia o l’aver visto l’orrore nelle carceri e nel deserto. Anche quelli, sai, forse hanno figli. Certo, magari qualcuno è annegato in mare e non soffrirà, mi dirai tu, premuroso.

Hanno figli anche i rom, quelli che tu definisci zingaracci e di cui dici “sono gli unici a fare figli perché tanto se ne fregano”. Ha una figlia anche Laura Boldrini, che tu hai perseguitato per anni con una campagna d’odio senza precedenti e sbeffeggiato su un palco, fingendo che fosse una bambola gonfiabile. Una figlia che ha sofferto, che ha avuto paura, che non se lo meritava.

Avrà un figlio, chissà, anche quel ragazzo dislessico che giorni fa deridevi sui tuoi social e suo figlio, un domani, navigando troverà quel video, quelle tue parole, quel becerume che hai scatenato contro suo padre. Abbiamo figli noi tutti, figli che dobbiamo educare costantemente alla civiltà, impauriti come siamo all’idea che trovino seducenti le tue parole, i tuoi slogan, il tuo populismo tossico. Siamo in tanti, ad essere genitori, caro Matteo. Solo che che al contrario tuo, ci ricordiamo di essere padri, di essere madri, ma anche di un’altra cosa. E quella cosa si chiama “i figli degli altri”.

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