Recovery Fund, iniziamo male: il governo dice che darà il 40% al Sud ma non spiega per fare cosa

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 25 Lug. 2020 alle 15:56
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La ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli. Credit: ANSA/FILIPPO ATTILI UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI

La discussione sull’impiego dei fondi del Recovery Fund sta animando il dibattito politico nazionale. L’ultima proposta è arrivata dalla ministra De Micheli, che ha chiesto un impiego di oltre il 40% delle risorse (su un totale di circa 209 miliardi di euro) per il Sud Italia. Ancora una volta la discussione sembra però ignorare i temi di misurabilità e processo decisionale. Prima ancora di decidere in quali aree dell’Italia dovrebbero essere investiti i fondi, sarebbe corretto stabilire chi o quali organi verrebbero considerati responsabili del processo decisionale, quali obiettivi darsi, e quali strumenti di misurazione dovrebbero essere adottati.

Senza un approccio “scientifico” alla pianificazione delle politiche pubbliche, il dibattito sull’utilizzo dei fondi del Recovery Fund rischia di esaurirsi in un’asta dove il vincitore è chi grida più forte o chi riceve più like sui social network.

La storia economica dimostra che la ricchezza non si crea con i sussidi, ma con misure e riforme di politica pubblica efficaci. Le regioni dove la presenza dello Stato nell’economia è più elevata sono quelle con maggiori problemi di sviluppo economico. Spesso i due fenomeno sono conseguenza e causa dell’altro, in fasi storiche alternate, e per averne prova è possibile studiare i dati del declino economico di città come Genova o Torino, dove l’industria di Stato ha per decenni anestetizzato l’iniziativa imprenditoriale libera, sostituendola, frequentemente, con forme di capitalismo clientelare.

Molti Paesi nel mondo sono riusciti a uscire dalla trappola della povertà investendo su istruzione e servizi sociali, riformando programmi scolastici (la Thailandia introdusse l’insegnamento in lingua inglese in tutte le scuole pubbliche assumendo migliaia di insegnanti filippini) e rivoluzionando interi quadri normativi.

C’è un antico detto che spiega come un uomo non imparerà mai a pescare, se gli porterai sempre il pesce pronto, ma potrà farlo se gli regalerai una canna da pesca. Le riforme possono essere viste in questo modo: attivatori di processi che permettono a imprese e cittadini di produrre e creare ricchezza. Con 209 miliardi lo Stato potrebbe investire sostenendo misure a favore di chi ha perso il lavoro, superando – o almeno riformando – l’utilizzo dei navigator. A fine agosto il Paese potrebbe trovarsi di fronte a centinaia di migliaia di licenziamenti e in quella fase sarà indispensabile sostenere l’economia con misure che includano formazione e riconversione di lavoratori e imprese.

Un esempio virtuoso arriva dalla Danimarca, dove da decenni si promuove il sistema di “Flexsecurity” che integra flessibilità sui contratti unita a importanti misure di sostegno ai lavoratori che perdono il lavoro. Il tema del lavoro è chiave nella rinascita economica del nostro Paese, e i fondi Recovery potrebbero essere integrati in una strategia di riforma complessiva del sistema, con misure di decontribuzione per le aziende e i liberi professionisti e di sostegno ai lavoratori.

Proposte di questo tipo, però, non accontentano gli appetiti di chi vede nella destinazione d’uso dei fondi europei un’opportunità di gratificazione immediata di elettori, media e social network. Riformare il sistema del lavoro darebbe però risposte a imprese e lavoratori che nel medio-lungo periodo rischiano di trovarsi in condizioni davvero disperate.

Il costo della mancanza di lavoro viene pagato dallo Stato, sotto forma di incremento del debito pubblico e di una maggiore instabilità dei conti pubblici. Per l’Italia può aprirsi una nuova fase, ma bisogna avere il coraggio di guardare i libri contabili e non i social network, le scadenze dei prossimi 5 o 10 anni, e non delle prossime elezioni locali.

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