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La morte di Borsellino non fu solo una strage di mafia: tutte le prove sui mandanti occulti

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Illustrazione di Emanuele Fucecchi

La muerte no es verdad cuando se ha cumplido bien la obra de la vida” disse Josè Martì. Sembra una frase scritta per Paolo Borsellino, probabilmente il migliore italiano della storia repubblicana. Borsellino vive tutt’oggi. Vive nel ricordo del suo esempio, nel coraggio che la sua essenza continua ad offrire a tutti quei magistrati che combattono Cosa Nostra, Borsellino vibra nelle persone perbene che ricordano a memoria alcune sue frasi come fossero versi di Leopardi.

Ma Borsellino non vive e basta. Muore, eccome se muore. Ucciso ciclicamente dall’ipocrisia di chi per far finta di avere una coscienza lo ricorda una volta all’anno battendosi il petto come un fariseo moderno ignorando, tuttavia, i messaggi che il suo sacrificio dovrebbe propagare. Falcone sapeva di rischiare la vita, Borsellino era certo che l’avrebbe persa. Eppure non arretrò. Proviamo per un istante a metterci nei suoi panni. Amici, collaboratori, poliziotti fidati. Tutti morti ammazzati. Nonostante le scorte, le auto blindate, le misure di sicurezza. E lui, pur di non morire dentro tradendo il sacrificio dei suoi amici, sceglie di andare incontro alla morte pur di non smettere di indagare.

Pochi giorni prima di morire rilasciò un’intervista a Lamberto Sposini durante la quale disse: “Io ho sempre accettato, più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e vorrei dire anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto a un certo punto della mia vita di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me e so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o financo, vorrei dire dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”.

In quell’occasione Borsellino sostenne che dopo la morte di Falcone aveva temuto di perdere entusiasmo e, dunque, di non poter più lavorare come prima. Tuttavia fu la rabbia a permettergli di continuare le indagini. Mi immagino un uomo sempre più solo, spaventato non tanto dalla morte ma dal non poter arrivare alla verità. È evidente che stesse scoprendo indicibili legami tra le Istituzioni e la mafia, legami, in taluni casi, svelati dal lavoro di altri magistrati negli ultimi anni.

L’altro ieri, intervenendo alla conferenza organizzata da AntimafiaDuemila, il dott. Scarpinato, Procuratore generale di Palermo, ha detto: “la strage di via D’Amelio non è soltanto un caso giudiziario. È un capitolo della storia della lotta del potere in Italia. È un paradigma, una cartina di tornasole del reale funzionamento del potere in Italia”. Scarpinato ha anche affermato che alcuni settori della classe dirigente italiana hanno condotto la lotta per il potere non solo con mezzi legali ma anche con stragi ed omicidi. E questo fin dall’inizio della storia repubblicana, un inizio che venne battezzato anche con la strage di Portella della Ginestra, un eccidio i cui mandanti sono rimasti impuniti.

Scarpinato ha sottolineato quanto moltissime stragi (Brescia, Bologna, Italicus, Peteano fino a quelle del 1992 e del 1993) abbiano una caratteristica comune: i depistaggi. Nel 1972, a Peteano, in provincia di Gorizia, un’autobomba uccise tre carabinieri. Vent’anni dopo vennero condannati per depistaggio carabinieri nonché il generale Dino Mingarelli ed il colonnello Antonino Chirico dell’Arma. Per il crac del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi, altro delitto irrisolto, fu condannato Flavio Carboni, quel Flavio Carboni amico di Licio Gelli, quel Flavio Carboni che nel 2016 ebbe alcuni incontri con Pier Luigi Boschi, papà di Maria Elena, per parlare di Banca Etruria. Licio Gelli, fondatore della loggia P2 della quale fece parte anche Silvio Berlusconi, venne condannato per aver depistato le indagini sulla strage di Bologna. “E se si depista, se si occultano le prove, è perché si deve coprire delle verità che sono destabilizzanti. È perché bisogna tenere coperto il volto dei mandanti eccellenti”. Parole di Scarpinato.

Oggi, come ogni anno, i politici fanno a gara per vedere i loro nomi e le loro dichiarazioni pubblicati nei pezzi che ricordano Borsellino. Ma badate bene, tutti coloro che non pronunciano le parole “mandanti occulti”, “servizi segreti coinvolti”, “trattativa Stato-mafia”, “depistaggio”, “pieno sostegno ai giudici che cercano la verità sui mandanti” sono degli ipocriti e l’ipocrisia è il principale assassino del cambiamento. Sì perché, come ricorda ancora il Procuratore generale di Palermo “di anno in anno è sempre più evidente quanto sia lontana dalla verità la narrazione mafio-centrica delle stragi del ’92 e del ’93”. La strage di via D’Amelio mostra con chiarezza la falsità di tale narrazione. La morte di Borsellino e della sua scorta non fu soltanto una strage di mafia e a provarlo vi sono innumerevoli fatti.

In primis il depistaggio compiuto da Vincenzo Scarantino, un giovane mafioso senza arte né parte che si auto-accusò di aver partecipato alla strage di via D’Amelio. Alcuni anni dopo confessò di aver raccontato un mucchio di balle agli inquirenti spinto da Arnaldo La Barbera, il quale, nel 1992, era a capo della Squadra mobile di Palermo. La Barbera divenne poi questore di Napoli, di Roma, prefetto nonché capo dell’antiterrorismo. Tra l’altro giocò un ruolo significativo (era presente sul posto) quando venne inaugurata la macelleria messicana nella scuola Diaz di Genova.

Nel 2007 Gaspare Spatuzza, uno dei killer di Don Pino Puglisi, divenuto collaboratore di giustizia, scagionò Scarantino e ammise che fu lui a rubare l’auto che venne imbottita di tritolo e che esplose uccidendo Borsellino. Sempre Spatuzza disse che nel garage dove venne preparata l’automobile vide un uomo che con Cosa Nostra non aveva nulla a che fare. Spatuzza raccontò inoltre che Giuseppe Graviano, uno di quei mafiosi che custodisce indicibili verità, in un bar di via Veneto a Roma, gli confidò che la mafia aveva ormai ottenuto tutto quel che voleva da Berlusconi e Dell’Utri i quali, erano molto più affidabili dei socialisti che sul finire degli anni ’80 avevano ottenuto voti in Sicilia senza dare nulla in cambio.

A confermare il fatto che la morte di Borsellino non sia stata soltanto un delitto di mafia vi è la dinamica dell’attentato a cominciare dall’accelerazione anomala della sua esecuzione. La strage di Capaci spinse il Consiglio dei ministri di allora ad approvare il cosiddetto decreto Falcone, ovvero l’istituzione del carcere duro per i mafiosi più l’ergastolo ostativo, quello che oggi si vorrebbe smantellare. Il decreto Falcone, come tutti i decreti, per entrare in vigore andava approvato dal Parlamento entro un mese dalla sua emanazione. Se ciò non fosse avvenuto addio 41bis e addio ergastolo ostativo. Ebbene sarebbe scaduto il 7 agosto del 1992. Il numero di parlamentari contrari, qualcuno per garantismo, qualcun altro per presunta connivenza, aumentava di giorno in giorno.

La strage di via D’Amelio, in tal senso, fu un errore da parte di Cosa Nostra, un errore così palese da far credere che la mafia non stesse perseguendo i suoi interessi ma, evidentemente, interessi più alti. Se non fosse saltato in aria Borsellino, probabilmente, il decreto Falcone non sarebbe stato approvato per la gioia dei corleonesi. Pare che Pippo Calò, il cassiere dei Cosa Nostra, il mafioso che ebbe rapporti significativi con la banda della Magliana, in quei giorni, tranquillizzasse in carcere altri mafiosi riguardo all’imminente bocciatura del decreto. E allora perché Riina diede l’ordine di far saltare in aria il giudice? Probabilmente perché la richiesta veniva da molto in alto. E fu lo stesso Borsellino, in un certo senso, a confermare tale versione quando confidò a sua moglie Agnese: “Non sarà la mafia ad uccidermi ma altri”.

Uno dei primi arrestati per la strage di Capaci fu Antonino Gioè, un mafioso in ottimi rapporti con i servizi segreti il quale, una volta finito a Rebibbia, decise di collaborare. Gioè, tra l’altro, era affiliato alla cosca di Altofonte, quella guidata da Francesco Di Carlo, uno dei boss ricevuti nel 1974 a Milano da Berlusconi e che siglò con l’ex-cavaliere il patto per il quale è stato condannato Dell’Utri. Gioè fu trovato morto impiccato in cella il 28 luglio del 1992 (pare con un paio di costole rotte e ferite sul volto) e il fatto avvenne durante la breve assenza del poliziotto di guardia che venne, inspiegabilmente, invitato a lasciare il posto di controllo dei detenuti al 41bis, tra i quali proprio Gioè, per assistere ad un trasferimento di un altro detenuto in un’altra ala del carcere.

Gioè non fu il solo mafioso che perse la vita poco prima di iniziare a collaborare. Il 10 maggio del 1996 venne assassinato a Catania Luigi Ilardo. Ilardo, sul finire del 1993, dopo aver scontato una pena in carcere, si infiltrò per conto dello Stato dentro Cosa Nostra. La sua missione durò più di due anni. Ilardo incontrò più di una volta Provenzano, il quale, dopo l’arresto di Riina, era diventato il nuovo Capo dei capi. L’attività sotto copertura di Ilardo permise agli inquirenti di arrestare sette latitanti. Non solo. Ilardo informò il Ros (Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, lo stesso del quale fecero parte Mori e De Donno, entrambi condannati in I grado per la Trattativa) della strategia di Provenzano il quale voleva farla finita con le bombe in quanto aveva una solida interlocuzione con la politica. Questo fatto l’ha raccontato più volte il giudice Di Matteo.

Ilardo confidò ai carabinieri che avrebbe incontrato a breve Provenzano mettendogli, di fatto, la sua cattura su un vassoio d’argento. Lo Stato, tuttavia, non sfruttò l’occasione. Ilardo, dunque, decise di collaborare ufficialmente con i magistrati anticipando rivelazioni su alcuni omicidi effettuati da Cosa Nostra che in realtà erano stati commissionati da soggetti non mafiosi. Preannunciò, come disse Nino Di Matteo una “deposizione devastante per Cosa nostra, per i politici e per pezzi deviati delle Istituzioni”. Il giudice Di Matteo è convinto che la sua deposizione sarebbe stata seconda per importanza solo a quella di Buscetta. Ad ogni modo, pochi giorni prima di incontrare i magistrati ed iniziare a mettere nero su bianco le sue informazioni, venne assassinato.

Che i mandanti esterni della strage di via D’Amelio non dovessero essere svelati per nessuna ragione al mondo lo conferma un altro episodio drammatico raccontato da Scarpinato l’altro ieri e che riguarda Franca Castellanese, la mamma del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito, e poi ucciso, per tappare la bocca a suo papà Santino Di Matteo il quale aveva deciso di collaborare dopo la strage di Capaci. Santino Di Matteo dopo aver fornito agli inquirenti informazioni sulla morte di Falcone aveva manifestato la volontà di parlare anche di via D’Amelio. A quel punto la Direzione Investigativa Antimafia registrò una conversazione proprio tra Santino Di Matteo e sua moglie Franca Castellanese la quale gli disse: “Abbiamo un altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio”. E Santino Di Matteo ascoltò il suo consiglio.

Veniamo all’agenda rossa di Borsellino, sparita misteriosamente da via D’Amelio e mai più ritrovata. La scomparsa dell’agenda era fondamentale per i mandanti occulti. È evidente che non siano stati i mafiosi a prelevarla dal luogo dell’eccidio. Diversi poliziotti della squadra mobile di Palermo dissero che in via D’Amelio c’erano già uomini dei servizi segreti quando arrivarono loro.

Non si può ricordare Borsellino senza ricordare tutto questo. Non si possono osservare ipocriti minuti di raccoglimento se non si ha il coraggio di fare, pubblicamente, nomi, cognomi e collegamenti. Non si può indossare la mascherina con stampato il volto di Borsellino – come fa Salvini – e andare a braccetto con Berlusconi che Cosa Nostra, ovvero l’organizzazione criminale che ha fatto letteralmente a pezzi il giudice, l’ha finanziata per anni.

Nella sua ultima intervista, rispondendo a Sposini che gli chiese se non si sentisse un sopravvissuto Borsellino disse: “Io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985. Mi disse: ‘Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano'”. Borsellino era un condannato a morte che non ha smesso di camminare. Oggi le Istituzioni sono piene di “vivi e vegeti” che per viltà o interesse stanno fermi dimostrando una morte interiore che non ha mai toccato Paolo Borsellino.

Leggi anche: Da Dell’Utri a Bontate: il curriculum di Berlusconi ci impone di dire No al nuovo governo (di A. Di Battista)

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