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Questo sarà il decennio di Roma? Forse, ma i romani non se la prendano con Milano

Di Pietro Guastamacchia
Pubblicato il 26 Set. 2020 alle 14:57
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Le pagine di questo giornale stanno ospitando un interessante dibattito sul futuro della capitale e su un suo rilancio urbanistico, architettonico e, ça va sans dire, economico. Niente di più auspicabile per Roma, per l’Italia e per l’Europa tutta. Nato a Milano nei magici anni Ottanta e amandola di quel particolare amore nutrito dalla nostalgia che solo chi è andato a vivere lontano conosce, io non ho problemi a dire pubblicamente che Roma è la città più bella del mondo e il suo rilancio è importante per tutti.

Ci si è interrogati su Roma per costruire questa Milano? No, nel dibattito sull’identità della capitale ho visto comparire insistentemente la parola Milano e allora credo sia interessante sfatare un po’ di miti, sempre ovviamente per il bene dei romani. Il modello Milano non è mai stato un modello nazionale, se non forse nella testa di qualche avventuroso dirigente politico che pensava di scalare in suo partito grazie a fantomatici successi locali, ma ciò che Milano ha fatto negli ultimi anni lo ha fatto per Milano soltanto e questo forse è anche stato il suo grande limite. Ma quando, immersi nelle nebbie della Milano pre Expo, l’intellighenzia meneghina si è prodigata nel pensare il grande progetto di rilanciare Milano, la parola Roma non è praticamente mai comparsa.

Ma quindi basta il design e due spritz per fare un modello? No, Mi rendo conto che da fuori della cerchia dei navigli uno possa avere l’impressione che Milano si sia reinventata grazie a quattro studi di architettura e due fashion boutiques, ma non è così. Milano ha iniziato a macinare grazie a una cosa soltanto: il lavoro. Attenzione, non il lavoro del “vai al lavurà” dei milanesi, non la retorica “dell’etica lombarda e lo spirito del lavorismo” che dovrebbe essere nel Dna meneghino. Lascio queste analisi agli antropologi urbani, che assieme ai designer degli interni sembrano essere diventati una categoria professionale preminente nella mondanità bauscia. No io parlo di tassi d’impiego, di stipendi che danno la sicurezza di sposarsi, di fare figli, di creare, di investire… di crescere.

È tutto oro quel che luccica? No! A Milano i problemi sociali ci sono eccome, la povertà c’è nelle periferie e nel centro, la discriminazione sociale, inter-etnica e sessuale esiste eccome, ma si moltiplicano gli esempi di progetti spesso spinti da Palazzo Marino e diretti ai giovani, alle seconde generazioni e alle diverse comunità meneghine, volti a rinforzare il senso di comunità dei cittadini. Il divario tra le promesse delle due “giunte progressiste” e lo sforzo reale in questa direzione rimane troppo vasto per essere considerato un successo, ma resta il fatto che due amministrazioni abbiano raccolto il voto dei milanesi insistendo su politiche inclusive. Vediamo se sarà cosi anche alle prossime comunali.

Milano ha rubato al sud? Sì e tanto. Milano ha rapinato il sud italia con furia coloniale, portando generazioni prima di operai, poi di impiegati e infine di laureati a supportare lo sviluppo industriale e finanziario della città che ci ha tenuto in gara per decenni nella battaglia dello sviluppo industriale europeo. La responsabilità storica di Milano è incontestabile, ma non è colpa dei milanesi di oggi, né di quelli di ieri, semmai fu colpa dell’aristocrazia industriale italiana e di uno scellerato modello di sviluppo. Il sud ha pagato caro, però il sud, non Roma. Roma non ci ha rimesso da quella fase, anzi ha incassato, in rendita fiscale e in potere finanziario nazionale, speso in politica estera ed energetica. Per il bene di tutti, per l’amor d’Iddio, ma dire che lo sviluppo di Milano sia avvenuto a discapito di Roma trova pochi riscontri.

Il Covid ha cambiato la città? Sì, Milano oggi è ferita, anzi lo è Lombardia, e attenzione perché qui si innesta un altro tema importante. Con tutto rispetto per Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo (la cui popolazione sommata raggiunge la provincia di Brescia), il rapporto tra capoluogo e regione in Lombardia è un po più complesso. La ferita della mala amministrazione lombarda durante la pandemia è dura da rimarginare, i lombardi non capiscono perché sia toccata a loro, sarà necessario ripensare un sistema sanitario che ha dato troppo spazio al privato, e al contempo promuovere politiche sociali sempre più massive per ridare ai cittadini e ai lavoratori ciò che gli è stato tolto in questi mesi di lockdown.

Il prossimo decennio sarà quello di Roma? Prego, anzi moeuves (muovetevi), a Milano non posso che augurare di tornare a essere un po’ più provincia e di passare più tempo a riflettere su se stessa, che tanto qui nessuno è New York o Pechino. Come ho letto nelle analisi che mi hanno preceduto, è giusto che Roma faccia a modo suo, senza copiare schemi e modelli che non le si adattano. Solo i romani, ma non quelli al Campidoglio a quanto pare, sanno cosa vada bene per Roma. Dalle rive del Naviglio non ci si può che augurare che i romani possano esprimere la classe dirigente giusta per il cambio passo. Unico consiglio, pensate meno a Milano perché per dirla con le parole di un milanese: “L’orgoglio, che tacitamente ci fa supporre la nostra superiorità nell’abbassamento degli altri, ci consola de’ nostri difetti col pensiero che gli altri ne abbiano de’ simili o de’ peggiori”.

Leggi anche: 1. Questo è il decennio di Roma: rendiamola il più possibile distante dal modello Milano (di Stefano Mentana) / 2. Matteo Renzi a TPI: “Sono tornato. E ora supererò anche i grillini, siamo solo a 3 punti. Non rientro nel Pd e non chiedo il rimpasto di governo”

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