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“Ebreo”: gli insulti dei leghisti a Gad Lerner rivelano l’abisso culturale di milioni di italiani

Immagine di copertina
Il giornalista Gad Lerner. Credit: Miguel MEDINA / AFP

Se davvero vogliamo fermare Salvini e la sua propaganda dell'orrore, non combattiamo le urla delle bestie ma il silenzio assordante che le ha generate

Gad Lerner e gli insulti dei leghisti che rivelano l’abisso culturale degli italiani

Dal “Mattarella mi fa schifo” ai pugni alle telecamere fino alla bambina di Bibbiano sul palco, in meno di 24 ore, al raduno nazionale della Lega a Pontida, il popolo di Salvini è riuscito a toccare alcuni dei momenti più bassi e bui della storia recente della politica italiana. Ma ce n’è uno che non può essere derubricato a mero episodio di odio e rabbia sociale: quella parola, “ebreo”, ripetuta ossessivamente da decine di militanti leghisti sul prato di Pontida al passaggio del giornalista Gad Lerner.

Senza aggettivi né avverbi. Come se quelle cinque lettere, da sole, potessero rappresentare un insulto nella testa di qualche risorsa salviniana con troppa birra in corpo e pochi libri in testa. Il tutto senza che Matteo Salvini si sia mai dissociato o abbia chiesto scusa al giornalista. “Non sei italiano. Sei ebreo”, si sente distintamente pronunciare nel video della vergogna.

Se ci pensate, in questa frase si ritrovano concentrati, uno dopo l’altro, tutti i tratti distintivi del sovranismo: il razzismo, la xenofobia, l’ignoranza strisciante, l’assenza di ogni logica reale o apparente. In fondo, non è neppure l’antisemitismo a mettere paura (quella è quasi una conseguenza), bensì l’abisso culturale che lo ha generato.

Prendete lui, Gad Lerner. Nella testa di un leghista medio, è fondamentalmente tre cose: giornalista, di sinistra (più spesso “comunista”) ed ebreo. Bastano queste tre caratteristiche a renderlo all’istante il nemico numero uno di Salvini e della Lega. Ma chiunque conosca anche per sommi capi la sua storia sa che è molto più di questo. E molto più interessante, profonda e complessa.

Gad Lerner è nato a Beirut, in Libano, 65 anni fa, da una famiglia ebraica che si era stabilita in Palestina sin dalla fondazione dello Stato di Israele. Il padre, Moshé, è nato e cresciuto in un kibbutz di Haifa da genitori galiziani originari di Drohobyc (nell’attuale Ucraina, all’epoca parte dell’Impero Austro-ungarico), mentre la madre israeliana è cresciuta in Libano con la famiglia, in un ambiente animato da un ricco mercante turco e dalla figlia di intellettuali lituani.

A tre anni Gad si è trasferito con i genitori a Milano, dove per trent’anni è stato apolide in attesa della cittadinanza italiana, che gli viene riconosciuta solo nel 1986. In un uomo solo convivono sangue israeliano e ucraino, natali libanesi, radici ebraiche, cuore palestinese, storia e passaporto italiani, influenze turche e lituane. E fede interista.

Ora, mettetevi per un attimo nei panni di un elettore medio di Salvini, un leghista padano che nella sua vita non ha mai viaggiato più in là della Brianza e per cui l’Europa comincia e finisce a Orio al Serio. E, a un certo punto, si ritrova di fronte uno come Gad Lerner. Il minimo che possa accadere è che gli vomiti contro “ebreo”, convinto probabilmente che l’Ebreia sia una nazione esotica covo di migranti e terroristi, anche se di preciso non la sa collocare sulla cartina.

Perché, in fondo, prima ancora dello squadrismo e del razzismo, persino prima dell’antisemitismo, il problema vero oggi in Italia è il baratro culturale in cui sguazzano orgogliosamente milioni di persone votanti che non viaggiano, non conoscono, non si informano, sono istintivamente spaventate da vite, lingue e culture diverse, da quello che non possono vedere e da chiunque non riescono a etichettare.

Non hanno paura di Gad ma di quello che rappresenta, della meravigliosa miscela multiculturale che incarna. Se davvero vogliamo fermare Salvini e la sua propaganda dell’orrore, non combattiamo le urla delle bestie ma il silenzio assordante che le ha generate. E il sovranismo magicamente morirà di inedia e di stenti. Insieme a chi lo ha cavalcato.

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