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La rivincita dei pop corn (di Giulio Gambino)

Chi ci ha governato negli ultimi anni è stato talmente scarso da riuscire a far riabilitare un uomo, Matteo Renzi, che era politicamente morto e sepolto

Di Giulio Gambino
Pubblicato il 21 Ago. 2019 alle 15:22 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 15:40
Immagine di copertina
Matteo Renzi

Fissate sul vostro calendario questa data: il 7 agosto 2019. Il tradimento di Sabaudia e il seguente bombardamento da Pescara. Una mitragliata la sera prima e poi una cannonata violenta quella dopo. La fine del governo giallo verde.

Quattordici mesi di storia. Fatta di piccoli e grandi tradimenti. Continui. Estenuanti. Ma anche di conquiste storiche: penso ad esempio al reddito di cittadinanza, che nulla ha a che vedere con lo sviluppo del paese come piace a noi, e che per nulla agevola la produttività e la creazione di nuovi posti di lavoro in Italia, vero, ma che consegna pur sempre un briciolo di dignità a milioni di italiani che dopo vent’anni di depauperamento culturale e finanziario si sono risvegliati poveri.

Provvedimento, quello bandiera-simbolo del M5S, senz’altro criticabile e non privo di pecche, anche stilistiche e di forma oltre che di sostanza. Ma un segnale grosso a una parte del paese del tutto dimenticata e lasciata indietro, emarginata.

Perdenti contro vincitori, gufi contro l’Italia del fare. E così la retorica del paese reale ha preso forma distanziando sempre più le élite dal popolo. Popolo che invece Matteo Salvini, anche noto come Matteo Selfini, ha davvero saputo conquistare e intercettare.

Ora però l’harakiri del ministro dell’Interno, che ha perso la testa e ha deciso di fare tutto da solo, cancella e tradisce tutto quanto era stato fatto.

Gli equilibri di forza e la sete di potere sono un elemento importante nel ponderare l’azione politica, ma questi leader di oggi non capiscono più cosa voglia dire rispettare la parola data agli italiani.

E in questo senso trova perfettamente spazio il leitmotiv dei pop corn lanciato un anno e mezzo fa dall’ex premier Matteo Renzi, vincitore uscente per caso di questa crisi di governo (Luigi Di Maio invece: rimandato, nel senso che ormai non parla nemmeno più).

Ci divertiremo a vedere questi cialtroni mentre fanno macello e mandano in vacca il paese – parafrasando a memoria – dicevano Renzi e il Pd in seguito alle elezioni politiche del 2018 che – ricordiamocelo, la memoria è importante – videro i 5 Stelle trionfare come primo partito italiano con il doppio dei voti da loro oggi raccolti alle ultime elezioni europee.

È l’era-breve dei leader. Renzi è durato 2 anni. Salvini forse meno. I 5 stelle hanno tenuto un anno scarso, salvo poi dilapidare tutto perdendo credibilità, anima e visione, cedendo ogni centimetro di campo alla Lega che intanto dilagava.

Ed è davvero questa la rivincita dei pop corn. E beninteso non certo perché aveva ragione il Pd 14 mesi fa, quando mai, quanto piuttosto perché chi abbiamo chiesto, eleggendolo, che ci governasse negli ultimi anni è stato talmente scarso da riuscire a far riabilitare un uomo, Matteo Renzi, che era politicamente morto e sepolto.

Forse come nessun altro leader italiano negli ultimi 15 anni, secondo solo a Silvio Berlusconi e per certi versi anche più odiato, complice anche l’influenza dei social oggi, che hanno amplificato i tre punti su cui è caduto l’apprezzamento dell’ex segretario dem: i conflitti d’interesse del padre, la questione banche e la negazione del tema flussi migratori. Giusto per non parlare del referendum.

Quel 7 agosto sera a Sabaudia io c’ero. Matteo Salvini aveva l’Italia ai suoi piedi. Era davvero il padrone d’Italia. È in quel momento, mentre il leghista sganciava dal cielo di Sabaudia le prime bombe a mano contro il governo di cui fa(ceva) parte, che il forno a microonde ha iniziato a tintinnare: erano i pop corn pronti per essere gustati.

Dieci giorni di follia. Crisi. Poi l’affondo. Poi la non parlamentarizzazione della crisi stessa. Il non-ritiro dei ministri. Le non-dimissioni. E l’inerzia delle cose che ti si ritorce contro. Quel folle ritiro della mozione di sfiducia.

E poi in extremis: “Scusa non volevo lasciarti, era uno scherzo”. Ma è troppo tardi: Giuseppe Conte improvvisamente è lo statista “che non pensa alle prossime elezioni ma alla prossima generazione”.

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E Di Maio, fortunatamente costretto a un mutismo selettivo per i giorni della crisi, è la “vittima” di una crisi che egli stesso ha in fondo voluto perché incapace di ribattere a ogni richiesta della Lega, pur avendo una posizione di forza superiore, quantomeno formale.

Questa è la rivincita dei pop corn, del “ve l’avevamo detto”. Sì, certo, ma non per merito dell’opposizione.

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