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Giornalismo trash? Toglietevi quella puzza sotto il naso: il caso Briatore-Covid ci riguarda tutti

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 26 Ago. 2020 alle 16:11 Aggiornato il 26 Ago. 2020 alle 16:18
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briatore covid
Flavio Briatore, 70 anni. Credit: Facebook

La notizia della positività di Flavio Briatore, negazionista sfacciato del Covid e titolare della discoteca che è diventata il maggiore centro di contagio dell’estate, è stata ieri riportata in apertura da tutti i maggiori quotidiani italiani. Giustamente, anche se per alcuni si tratterebbe di un’informazione degna di un rotocalco rosa, con il focolaio del Billionaire scambiato per un falò di confronto di Temptation Island. Inquadrare questa notizia tra gli esempi della terrificante omologazione giornalistica di cui molto spesso soffre la nostra stampa o peggio spacciarla per una nota folkloristica è da dilettanti.

Non è gossip, questa è la storia di un imprenditore che nell’estate della pandemia ha preteso di continuare a guadagnare quanto e più di sempre sulla pelle dei suoi dipendenti e dei clienti della sua discoteca, negando a gran voce l’esistenza del virus. È l’emblema della stagione del “liberi tutti”, durante la quale tanti degli sforzi compiuti durante il lockdown sono stati vanificati andando a nutrire il paradosso della prevenzione, secondo il quale il calo dei contagi non sarebbe frutto di tre mesi di chiusura e del rispetto delle basilari regole di sicurezza ma la prova che il Covid non esiste. Per magia?

È la storia di un imprenditore che, a differenza dei comuni mortali, riesce a lasciare la Sardegna nonostante i sintomi di un contagio; a raggiungere Montecarlo e poi Milano, dove verrà ricoverato in gran segreto presso un ospedale privato, in un reparto a pagamento non attrezzato per ospitare pazienti risultati positivi al Covid, come nel suo caso.

È una storia di classe che fa acqua da tutte le parti, perché dimostra che nella malattia non tutti i cittadini sono uguali. Ci sono quelli che rimangono incastrati in quarantena su un’isola deserta – al netto della Costa Smeralda durante i mesi estivi, lo spopolamento della Sardegna è un incubo reale – e quelli che possono comodamente fuggire dall’Italia e rientrare per vie traverse senza controlli. Ci sono quelli ai quali tocca in sorte l’ospedale di Oristano, o la malconcia sanità pubblica del Sud Italia, e quelli del “solventi” del San Raffaele.

È sufficiente non citare il nome del protagonista di questa storia per capire quanto questa storia abbia un interesse pubblico generale sul quale il mondo dell’informazione ha il dovere di continuare a indagare. Chi considera questa notizia alla stregua di un’edizione speciale dell’Isola dei Famosi, con un enorme cast d’eccezione, il virus che si sostitisce al televoto e la salute come elemento pornografico di intrattenimento, è un portatore sano di cattiva informazione. Fa il gioco dei negazionisti, del morbo più letale di tutti: derubricare a pettegolezzo da bar una vicenda che incide sulla carne viva delle persone.

Ieri mi sono imbattuta su un post Facebook della testata indipendente Slow News, critica nei confronti della stampa mainstream che compattamente riportava in apertura il ricovero di Flavio Briatore. “È questo che cerchi quando apri un giornale?”. I colleghi, a riprova della sbornia collettiva, citano un brano dei Ministri del 2009, “La faccia di Briatore”, e la schermata iniziale del videoclip: “Per i media italiani le vacanze di Flavio Briatore meritano il triplo di attenzione di un’epidemia di colera in Zimbawe che ha colpito 70.000 persone e ne ha fatte fuggire altrettante. Lo stesso oblio mediatico è toccato alla crisi sanitaria del Myanmar, alla Somalia e al Congo Orientale, paesi dilaniati dagli scontri tra Governo e gruppi militari ribelli. Ogni volta che vedi la faccia di Briatore – conclude la scritta – ricorda quello che non ti stanno facendo vedere”.

Slow News è un progetto editoriale di approfondimento, non schiacciato sull’attualità e non succube del clickbait che in qualche modo cerca di imporre in Italia un modello giornalistico più ecologico, meno inquinato dalle pretese degli algoritmi e dallo sciaccallaggio mediatico per il quale anche le carcasse devono essere spolpate. Nasce perché l’informazione italiana cerca di emanciparsi dal primato della carta stampata da almeno un decennio senza successo. Ci siamo tutti dentro fino al collo ma la sacrosanta battaglia per restituire qualità al nostro giornalismo digitale si sta polarizzando su posizioni integraliste che non aiutano affatto la causa.

La questione Briatore mostra come i fondamentalisti del giornalismo possano prendere delle cantonate colossali, andare in cortocircuito, quando una notizia di estrema importanza riguarda personaggi acchiappaclick, e non essere quindi più in grado di capire la differenza tra le vacanze di Flavio Briatore e il focolaio al Billionaire con più di 60 persone positive tra il personale e decine di turisti di lusso asintomatici ma lavorativamente esposti, cioè altamente contagiosi, fino all’altro ieri.

Citare oggi la crisi sanitaria del 2008 in Myanmar, come fulgido esempio di quello che “la stampa non ci dice”, è una roba da concorso di bellezza, assomiglia dannatamente alle Miss Italia, ma anche a certa sinistra italiana, che quando si tratta di individuare un problema concreto e vicino ti rispondono che c’è la fame nel mondo. D’altra parte anche il nostro sindacato, quello dei giornalisti, pecca spesso di universalismo per cui è più facile che si scenda in piazza per la libertà di stampa in Afghanistan che si porti a casa un risultato efficace contro la piaga italiana delle querele temerarie.

Insomma, speriamo che il giornalismo “diverso” al quale ambire non sia quello dei moralizzatori che pensano possa essere sufficiente affrontare solo questioni vecchie di dieci giorni che interessano solo un pubblico di carini, e che vorrebbero Briatore sempre e solo in ultima pagina, “irrilevante e inutile” anche quando con il suo comportamento irresponsabile ha messo in pericolo la sua stessa vita e innescato una bomba sanitaria con la quale faremo i conti tutti. Anche perché, se a prevalere fosse questo tipo di informazione ostinatamente raffinata, il risultato sarebbe identico al prevalere di un’informazione spudoratamente spazzatura, con i lettori italiani che andranno comunque a leggersi il New York Times, modello d’eccellenza degli italici giornalisti perbenino: “Coronavirus-Sceptic Businessman Briatore Hospitalized With Virus. His club is now seen as a coronavirus hotspot with more than 60 staff members and guests testing positive in recent days”. Sempre che conoscano l’inglese.

Leggi anche: 1. Facciamo gli auguri a Briatore, ma chi nega il virus abbassa le difese (di Luca Telese) / 2. La folle crociata negazionista degli anti-virus come Briatore (di Giulio Gambino)

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