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“La predizione di Bill Gates sul coronavirus? Parole affatto profetiche, lo scenario era prevedibile”

Di Redazione TPI
Pubblicato il 16 Mar. 2020 alle 15:03 Aggiornato il 16 Mar. 2020 alle 21:37
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Immagine di copertina
Credit: JAVIER ROJAS/PI

Il mondo sembra stupirsi delle parole pronunciate da Bill Gates nel 2015 quando disse che un nuovo virus più potente e letale dell’Ebola sarebbe puntualmente arrivato. Le sue parole non sono affatto profetiche; lo scenario da lui prospettato era ed è facilmente prevedibile:

1. dopo il bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki dell’agosto 1945 compiuto con due ordigni diversi, uno all’Uranio 235, l’altro al Plutonio 238, le grandi potenze hanno capito che la cultura odierna non ne accetta più l’impiego per risolvere un conflitto: distruzione di tutto entro il raggio d’azione degli ordigni per effetto termico e meccanico, troppi morti, troppi danni sui superstiti e fallout radioattivo;

2. dagli anni 60 del secolo scorso si è a lungo studiato il deterrente di un’altra arma, la cosiddetta bomba al neutrone che non provoca fallout radioattivo ma libera una quantità enorme di neutroni che agiscono sul DNA di ogni essere vivente. Questi ordigni avrebbero dovuto avere un impiego esclusivamente tattico con il vantaggio di lasciare pressoché indenni edifici e infrastrutture. Nonostante i vantaggi rispetto alla bomba atomica, la cultura odierna ne ha rifiutato l’impiego anche per risolvere conflitti più limitati;

3. arriviamo così al ruolo delle cosiddette armi biologiche che includono virus potenti e letali. L’impiego di questi virus è silente, non ci sono radiazioni, se ne può anticipare a tavolino la diffusione da uno o più punti nel mondo, avendo presente l’aneddoto del ‘modesto’ prezzo richiesto dall’inventore della scacchiera: 1 chicco di grano sulla prima, due sulla seconda, quattro sulla terza, otto sulla quarta, 16 sulla quinta, 32 sulla sesta… per arrivare alla sessantaquattresima casella nella quale i chicchi di grano possono solo essere espressi in termini matematici dato l’ordine di grandezza: 264; nella sessantatreesima casella sono 18.446.744.073.709.551.615. Se traduciamo tutto questo in termini di contagi da uomo a uomo nel contesto della popolazione mondiale attuale che è pari a circa 7.771.235.554 abitanti, ci rendiamo conto del potenziale di questi virus.

Sintetizziamo la realtà attuale:

1. è in atto una pandemia da coronavirus che ha avuto probabilmente origine da uno dei tanti mercati del pesce di Wuhan dove erano venduti anche pipistrelli, pangolini ed altre rarità ‘commestibili’. Le carni infette di questi animali, avrebbero consentito la successiva diffusione del virus da uomo a uomo in Cina. Il virus è presente a Wuhan (provincia di Hubei) già a dicembre 2019. Ai primi di gennaio la Cina comunica di averlo identificato in un nuovo coronavirus, COVID-19 (nCoV-19), intervenendo con misure adeguate solo a partire dal 20 gennaio 2020.

2. Rapidamente il virus si diffonde in altri paesi, Thailandia, Corea del Sud, Giappone ed Australia veicolato da soggetti provenienti da Wuhan. Negli Stati Uniti il primo di questi casi è individuato il  21 gennaio. Il resto è storia che conosciamo bene.

Vediamo la realtà del nostro Paese, che è al secondo posto per numero di contagi e per la gravità della situazione di emergenza soprattutto nelle Regioni del Nord e cerchiamo di fare alcune considerazioni.

24.747 contagiati e 1.809 morti sono numeri da bollettino di guerra, destinati per ora ad aumentare. Il personale del nostro Servizio Sanitario Nazionale è allo stremo; non può più reggere né contrastare efficacemente la diffusione del virus da uomo ad uomo (ricordiamoci della scacchiera e dei chicchi di grano). Dappertutto emergono carenze di guanti, mascherine, tute, visiere ed altri DPI oltre che di ventilatori meccanici e di strutture adeguate alla crescente richiesta di ricovero in emergenza.

Acclarato che questa situazione non è la conseguenza di una guerra combattuta con armi biologiche mi chiedo comunque se il nostro Paese:

1.  è dotato di un piano emergenziale per sostenere un attacco con armi biologiche;

2. in funzione di un piano emergenziale ha provveduto ad immagazzinare in luogo sicuro ed in quantitativo adeguato i dispositivi di protezione individuale necessari in uno scenario di questo tipo;

3. ha immagazzinato in diversi luoghi ventilatori meccanici ed altre attrezzature da impiegare in rianimazione in numero adeguato;

4. ha identificato una o più strutture dove ricoverare le vittime;

5. ha laboratori e stabilimenti chimico-farmaceutici in grado di rendere disponibili indagini e farmaci da impiegare o da sviluppare in queste situazioni;

6. ha disponibili tende da campo per sopperire alle necessità dell’organizzazione ospedaliera.

Tutto questo perché il numero dei morti e dei colpiti è del tutto eccezionale e gli stessi decessi, se paragonati a quelli di un qualunque recente conflitto locale, sono di gran lunga superiori, per non parlare dei danni incalcolabili sotto il profilo economico e sociale.

In prima fila c’è tutto il  personale del Servizio Sanitario Nazionale con Regioni e Presidenza del Consiglio che hanno fatto e continuano a fare tutto il possibile. Ma di fronte a così tante vittime non basta la rassegnazione. Alcune domande in attesa della fine dell’emergenza, non possono rimanere senza risposta.

A cura di Antonio Carolei, Già Professore ordinario di Neurologia

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