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Home » Opinioni

Il degrado culturale dell’America

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Credit: AGF

Gli Usa di oggi sono un misto di nazionalismo, populismo e demagogia senza precedenti. Difficile distinguere Trump dai vari Putin, Xi Jinping, Erdoğan. Ecco perché l’Europa deve ripartire dai Trattati di Roma

Sosteneva il grande economista John Kenneth Galbraith che non bisognerebbe mai visitare l’America per la prima volta perché si potrebbe tornare indietro con un mucchio di idee sbagliate. Lo scrittore William Saroyan, invece, in uno dei suoi romanzi più celebri si domandava: «Che ve ne sembra dell’America?». Dovendogli rispondere in quest’amara stagione, ci viene in mente un marasma. 

L’America di Trump non è più uno Stato e neanche una nazione: è un misto di nazionalismo, populismo e demagogia senza precedenti che rischia di destabilizzare il mondo, peraltro favorendo l’arcinemico cinese che, in cuor suo, gode per la crisi morale e valoriale di un rivale che ha fondato sull’autoesaltazione il proprio dominio. 

Prima di essere un Paese, infatti, l’America è un un’epopea: la forza delle armi, nel suo periodo aureo, contava tanto quanto il “soft power” hollywoodiano, Frank Capra e i cartoni di Walt Disney. Se abbiamo amato l’America, insomma, non è solo per il controllo della Nato, ma perché fin da bambini abbiamo letto le storie di Topolino, trascorso il Natale in compagnia de “La vita è meravigliosa” e, da grandi, adorato scrittori come Hemingway, Steinbeck e Faulkner e registi come Elia Kazan, cantori dell’altra America o, potremmo dire addirittura, dell’anti-America. 

Ebbene, oggi il problema principale dell’America trumpiana è proprio quello di non potersi più presentare come l’Impero del Bene contrapposto all’Impero del Male. Di fronte al profluvio di dazi introdotti lo scorso 2 aprile, ma soprattutto a immagini come quelle degli immigrati deportati in catene o della segretaria della Sicurezza interna Kristi Noem davanti a una gabbia piena di venezuelani espulsi dagli Stati Uniti e tenuti in prigione a El Salvador, al cospetto di un simile scempio, dicevamo, è inutile sottolineare i crimini di Putin, la repressione di Xi Jinping e persino la ferocia di Erdoğan: il mito dell’Occidente buono e giusto ormai è svanito. 

E sì che dopo il Vietnam e le guerre di Bush la favola bella dell’America liberatrice era entrata già abbondantemente in crisi, ma ormai siamo all’indistinguibilità dell’Amministrazione statunitense rispetto ai summenzionati governi. 

Se a ciò aggiungiamo la figura barbina rimediata dai vari Vance, Waltz ed Hegseth, con il direttore del The Atlantic, Jeffrey Goldberg, inserito in una chat WhatsApp che sarebbe dovuta rimanere riservatissima, nella quale si discutevano i piani d’attacco agli houthi nello Yemen, siamo di fronte a un livello di dilettantismo che rischia di mettere a repentaglio non solo la sicurezza nazionale di quel Paese ma anche la nostra. 

Che fare, dunque? Posto che finalmente anche gli atlantisti più incarogniti stanno cominciando a prendere atto che la Nato andrebbe superata, è chiaro che la reazione europea non possa consistere nell’isteria collettiva che sembra aver contagiato i vertici di Bruxelles, con il Regno Unito pronto a soffiare sul fuoco di un riarmo sconsiderato pur essendosi allontanato in seguito alla Brexit.

L’Unione Europea non può più prendere ordini: né dallo Zio Sam, ormai in procinto di abbandonarci, né da un ex impero che non ha ancora capito che il Novecento è finito e l’antica gloria del Commonwealth non tornerà. Servirebbe un’Unione politica, questo sì, ma non si può fare in un contesto a ventisette e, meno che mai, inserendo all’interno altri Paesi i cui livelli di democrazia e stabilità interna sono ampiamente al di sotto dei nostri standard. 

Bisognerebbe ripartire dall’Europa dei Trattati di Roma, coinvolgendo su un piano di parità Spagna, Portogallo, Grecia e pochi altri. Dopodiché, servirebbe un esercito comunitario con comandi diffusi ma chiari, una difesa unitaria e una centrale unica per gli acquisti che non dia neanche un euro alle industrie delle armi americane. Infine, ci vorrebbero un social e una piattaforma di acquisti europei, entrambi pubblici. Socialismo o trumpismo: questa è oggi l’alternativa, dove il secondo equivale alla barbarie.

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