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2019 o 1919? Come sono simili gli anni prima dei Venti, tra fascismo e populismo

Ci sono, purtroppo, molte analogie tra l'anno 19 dei due secoli: dalla Grande Guerra alla Grande Crisi, da Mussolini al turbopopulismo, dal fallimento di Versailles a quelli di Londra e Madrid. Ma le piazze dei giovani possono ancora salvarci

Di Marco Revelli
Pubblicato il 8 Gen. 2020 alle 06:24
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

“Se i primi venti anni del […] secolo hanno avuto come protagonista la crisi dello Stato liberale, il decennio che sta per iniziare porta con sé l’interrogativo sul possibile riscatto delle istituzioni democratiche e ciò passa attraverso il bivio fra tribù e comunità”. Quando ho letto queste righe di apertura dell’editoriale della Stampa, in prima il 29 dicembre, ho avuto una sorta di vertigine temporale: di quale secolo parlava il direttore Molinari? Del XXI, come stava effettivamente scritto, o di quello prima, del XX di ferro e di fuoco? Di quello che abbiamo quasi tutto, incerto, davanti, o di quello che abbiamo drammaticamente alle spalle?

In effetti, a ben pensarci, l’analogia tra i due ’19 è forte. Tutti e due, non c’è dubbio, anni di “crisi dello Stato”: dello Stato liberale allora, di quello liberal-democratico oggi. Tutti e due anni di turbolenza dopo sconquassi globali (guerra, crisi). E di riallineamento delle relazioni internazionali, con clamorosi fallimenti (Versailles, Madrid). Tutti e due prodromici a successivi (certificati per allora, temibili oggi) ulteriori sconvolgimenti politici, economici, militari…

Il 1919 fu il primo anno dopo la fine della guerra – della guerra per antonomasia, la “Grande Guerra” -. Quello in cui apparve nella sua piena dimensione lo sconvolgimento sociale, economico, esistenziale prodotto dal più immane conflitto che l’umanità avesse fino ad allora conosciuto: il “salto di paradigma” compiuto con il passaggio alla piena dimensione di massa della produzione (di merci, in fabbrica, come di morte, sui campi di battaglia, e di potere in politica).

Fu l’anno, per l’Italia, nel corso del quale, dopo un semestre di illusione “continuista” rappresentata dal Governo di Vittorio Emanuele Orlando – un liberale fedele al vecchio ordine notabilare – la mano fu passata a un uomo come Francesco Saverio Nitti, esponente del Partito radicale di radice risorgimentale, democratico sincero, fautore di un sistema elettorale proporzionale come condizione per una mediazione alta con socialisti e popolari, i due movimenti di massa emergenti e non assimilabili nella routine del liberalismo a-democratico di prima.

Ma, per restare ancora in Italia, fu anche l’anno in cui – fatto allora consumatosi sottotraccia ma foriero di tempesta – Benito Mussolini fondò a Milano, il 23 marzo, i Fasci di combattimento, un primo segnale di come l’ondata di radicalismo nazional-patriottico interventista nata col Maggio radioso e alimentatasi con la retorica bellica, fino ad allora tutto sommato bipartisan tagliando trasversalmente sia il campo reazionario che quello democratico, si preparava a virare decisamente a destra assumendo un profilo violentemente autoritario.

Per l’Europa, e per il mondo, il 1919 è l’anno di Versailles: della Conferenza di pace aperta a Parigi nel gennaio con ambiziose promesse e fallita a dicembre per il neo-isolazionismo americano e per la dissennata volontà di vendetta dei francesi, incapaci di capire che per quella via (umiliando i vinti, deludendo gli alleati, puntando solo al calcolo miope dell’utilità nazionale di breve periodo) non si preparava altro che nuovi, peggiori sconvolgimenti economici, politici, strategici come invece comprendeva assai bene, inascoltato, l’economista britannico John Maynard Keynes (è di quell’anno il celebre saggio sulle Conseguenze economiche della pace).

Anche il 2019 è il primo anno di un “dopo”. Non di un vero e proprio “dopoguerra” ma di un qualcosa che, nelle conseguenze, a una guerra assomiglia assai e da cui solo ora, forse – per lo meno a guardare alle borse mondiali – si può dire di essere in qualche modo “usciti”. Una Crisi “Grande” – come era stata allora la Guerra -, di portata devastante, durata oltre un decennio, dopo la quale – oggi come allora – è abbastanza chiaro che niente è più come prima, né nella struttura della società, né negli umori e nei sentimenti dei popoli, né nell’assetto dei sistemi politici tanto profondo, e diffuso, è stato l’effetto dello tsunami che ci è passato attraverso.

E se la guerra di allora aveva lasciato dietro di sé un esercito di “spostati”, dopo averli incorporati in un esercito di morituri, allo stesso modo questa Crisi si lascia dietro di sé una moltitudine di deprivati, di persone senza più lo status, il reddito, l’auto-percezione e l’identità di prima, dislocate ai margini di quello che era stato un centro conquistato con la fatica di generazioni. E come per il “sociale”, così per il “politico”: anche questo ’19 vede un “viraggio” e una virulentizzazione di quello che è stato il figlio legittimo della Crisi, il populismo, effervescenza che ci ha accompagnati in tutto questo secondo decennio di secolo, mantenendosi in qualche modo in equilibrio, nella sua trasversalità ambivalente, tra destra e sinistra. E infine, ora, risoltosi nell’univocità di una destra conclamata ed estrema, autoritaria nei progetti e rozza nei comportamenti, a vocazione mentale “squadrista” nel culto ostentato della violenza verbale e della disumanità vocazionale.

Forse si può assumere la data dell’8 di agosto, non a Milano ma a Milano Marittima, in spiaggia, al Papeete, per fissare il punto geometrico della “rottura di carico” che ha fatto precipitare l’equilibrio del populismo nostrano, fino ad allora in bilico tra i poli opposti, decisamente a destra, anzi a “destra radicale”, quando l’allora ministro di polizia in carica, dismessi tutti gli abiti tranne le mutande, a torso nudo e pancia in fuori, ha chiesto i “pieni poteri” e dinamitato il proprio stesso governo.

O si può retrodatare la cosa a un paio di mesi prima, fissando l’inizio della deriva autoritario-fascistoide di un populismo fattosi “turbo” nel proprio assalto alla democrazia costituzionale, nel giorno delle elezioni europee, il 26 di maggio, quando la Lega ha superato e doppiato i 5Stelle che alle politiche del 2018 l’avevano sovrastata e doppiata.

Certo è che dall’estate di questo nuovo ’19, si è manifestato un “mutamento di stato” nella natura stessa del populismo italiano paragonabile, per molti versi, a quello che era maturato nel campo “interventista” esattamente un secolo prima. E ci si può chiedere se riuscirà il Grande Mediatore che siede a Palazzo Chigi a realizzare quella “mediazione alta” che allora non riuscì…

Quanto al campo internazionale, poi, anche questo 2019 è stato anno di fallimenti, e di rotture. Per l’Europa, certo, con l’esito delle elezioni generali nel Regno Unito. E per il mondo, con l’infausto esito della Conferenza di Madrid, la 25esima (COP25 significa appunto “Conference of Parts”) sul clima.

Le prime non sono state una tra le tante general elections britanniche, sono state un “secondo referendum”, anzi un vero e proprio plebiscito, con cui gli inglesi – non gli abitanti dell’United Kingdom ma quelli dell’England – hanno detto definitivamente, e brutalmente, addio all’Europa, costi quel che costi, con un taglio delle radici che lascia il continente orfano di una sua componente originaria indispensabile al suo equilibrio, e che costituisce un vulnus difficile da rimarginare. Con quel voto, affidandosi ad un premier belluino come Boris Johnson, il vero ed esclusivo vincitore di quel voto, la liberale Inghilterra ha scelto di darsi a un ultra-liberismo autoritario che nulla ha più a che fare con la cultura politica degli Stuart Mill e Bentham, che fugge lontano da tutela dei diritti umani e controllo sui flussi di ricchezza per farsi piattaforma globale di movimentazione e riciclaggio di denari più o meno “sporchi”, ben piantata sull’asse atlantico con gli Stati Uniti del wrestler Trump: un baricentro destinato a contribuire alla geografia del caos cresciuta nello spazio liscio della globalizzazione.

La seconda, la fallita Conferenza di Madrid “sul clima”, chiude nella delusione (e nella vergogna) un anno drammatico nel quale come non mai il rischio climatico planetario era stato tanto evidente, e nel quale come mai prima si era levata, severa, la voce degli abitanti del nostro futuro, di quelle generazioni di domani che dovrebbero poterlo vivere e che rischiano di esserne private dalla vocazione criminale dei governanti di oggi.

A loro Greta Thunberg aveva chiesto “Come osate voi?”. Voi che avete rubato “i sogni e l’adolescenza” a lei e a tutti quelli come lei: “Persone che soffrono e muoiono. Interi ecosistemi al collasso. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E voi parlate solo di soldi e delle favole dell’eterna crescita economica. Come osate”, gli aveva detto in faccia. E loro, le facce di pietra sedute intorno al tavolo che avrebbe dovuto riunire i “grandi della terra”, se ne sono fregati. Con spirito criminale hanno tirato dritto per la strada che porta al baratro, preoccupati solo di conservarsi il consenso effimero dei consumatori compulsivi e degli affaristi seriali che costituiscono il loro miserabile elettorato. Sapevano tutto, 70.000 scienziati avevano certificato che “non c’è più tempo”. E hanno perso tempo, nel modo più sordido: discutendo del nulla, di compensazioni e di milligrammi di CO2, per poi arrendersi ai reciproci egoismi.

Oggi i giornali recano in prima la notizia che la capitale australiana Canberra è minacciata dalle fiamme, circondata e trasformata in una camera a gas dagli incendi infernali che da oltre un mese divorano il continente e sono già costati decine di morti. Dicono anche che le temperature nell’incipiente estate australe hanno già superato i 50 gradi, un record da sempre. E che il governo si è dichiarato impotente nel far fronte a un’emergenza che ha già prodotto la morte di decine di persone e di 480 milioni di animali (mammiferi, uccelli, rettili, tra cui 8.000 koala). Ebbene, sarà utile sapere che l’Australia è stata, insieme agli Stati Uniti e alla Cina, tra i principali sabotatori della Conferenza di Madrid. I più indisponibili ad assumere misure efficaci contro il riscaldamento globale.

D’altra parte prendiamo Venezia, a novembre allagata a ripetizione da un’acqua alta che nella giornata del 12 ha raggiunto il livello record di 187 centimetri (una quota che comporta l’allagamento di più dell’80% dell’”area di viabilità” cittadina). Le previsioni meno catastrofiche ci dicono che, senza interventi drastici per ridurre le emissioni, nel 2050 l’acqua alta a Venezia sfonderà con una certa regolarità la soglia dei 2 metri (nello stesso anno gli abitanti del pianeta costretti a lasciare le proprie terre per il sollevamento dei mari saranno all’incirca 150 milioni…

Eppure i veneti continuano, in maggioranza a votare e a eleggere quelli che disprezzano ambiente e ambientalisti (in quanto nemici del dogma del “fare”), e definiscono i giovani dei Fridays for Future “gretini”. Per dire della vocazione all’autodistruzione della specie, nonché della stupidità di elettori e governatori…

Con questi segnali (anzi, puzza) di fumo e con questi (cattivi) auspici entriamo in questi altri “Anni Venti” del nuovo secolo. Con la sgradevole sensazione che possano, mutatis mutandis, replicare in qualche modo rischi e pericoli dell’altro. E con la speranza che, al contrario, gli anticorpi accumulati dalla Storia funzionino.

Mi ha colpito una recente intervista del filosofo e storico delle culture politiche Michael Walzer, in cui diceva che “ci sono senza dubbio similarità fra l’epoca che viviamo e il periodo fra le due guerre”, nel senso che oggi “fronteggiamo i grandi cambiamenti con la stessa inquietudine” di allora, e che “il populismo di destra porta avanti un’idea di nazionalismo in certi aspetti simile al fascismo sociale di quei tempi lontani”. “Non vedo nuove dittature all’orizzonte, le tradizioni democratiche sono più forti e radicate di allora”, premetteva. Ma subito aggiungeva che “pure certe scelte fatte alle urne possono condurci verso la barbarie”…

Quegli anni Venti di allora sono quelli in cui il fascismo italiano, assestatosi al potere dopo aver fatto fuori tutti i possibili avversari, si diffuse come modello in Europa. E dove c’è fascismo, c’è guerra: quella storica sciagura aprì infatti le porte prima alla dissoluzione dell’Europa democratica, poi al precipitare di un conflitto che devastò il mondo intero.

Anche oggi c’è chi gioca a dar fuoco alle polveri. I figli malvissuti del turbo-populismo ultima versione si provano – come è stato detto – a gettare dinamite nelle polveriere che le fratture che segnano il volto corrucciato della globalizzazione moltiplicano. La Guerra non è più uno scenario così improbabile come ieri – la guerra in casa, intendo, dal momento che di guerre in questi decenni ce ne sono state in continuazione, ma alla nostra periferia -, e di odio tribale, voglia di prendersi vicendevolmente alla gola, frustrazione e bisogno di farla finita con un lungo senso di agonia, in giro ce n’è in quantità…

Per questo le piazze piene che hanno contrassegnato le ultime settimane del declinante ’19 vanno prese come un prezioso segnale di controtendenza. Il presagio di un altro, possibile, prossimo decennio. Così come le maree di adolescenti che hanno popolato i venerdì di Greta Thunberg, con la loro sfida alla incoscienza degli adulti. Insieme, incrociati e riconnessi quegli spazi pubblici pieni di volti vicini come sardine, ci danno l’immagine di una possibile nuova “comunità virtuosa” contrapposta al belluino spirito di “tribù” altrimenti prevalente. Teniamocele ben strette, evitando arricciamenti di nasi e levate di diti ammonitori, perché da loro dipende se si potrà uscire dalla coazione a ripetere il peggio. E vivere un’”altra Storia”.

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