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Il rastrellamento del Ghetto di Roma 74 anni fa

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Il 16 ottobre del 1943 la Gestapo catturò oltre mille ebrei romani per deportarli nel campo di sterminio di Auschwitz, nell'attuale Polonia

Il 16 ottobre del 1943 Settimio Calò uscì dalla sua casa di via del Portico d’Ottavia, nel Ghetto di Roma. Quando vi fece ritorno, sua moglie Clelia Frascati e i loro nove figli non c’erano più, e non li avrebbe mai più rivisti.

Il 16 ottobre, infatti, la moglie e i figli di Settimio Calò furono tra le 1.259 persone – di cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini – appartenenti alla comunità ebraica di Roma che caddero in una vasta retata organizzata dalla Gestapo, la polizia segreta della Germania nazista.

Herbert Kappler, il comandante della Gestapo a Roma, non volle che alcun italiano partecipasse al fianco dei suoi uomini nel rastrellamento, dal momento che non li riteneva abbastanza fidati.

La storia del tragico rastrellamento del Ghetto era iniziata il 26 settembre del 1943, quando Kappler convocò nel proprio ufficio il rabbino di Roma, Ugo Foà, minacciando di deportare in Germania 200 ebrei romani qualora la comunità non gli avesse consegnato entro 36 ore 50 chilogrammi d’oro.

Gli ebrei romani iniziarono dunque la raccolta dell’oro, riuscendo a raggiungere la quantità richiesta e senza la necessità di attingere a un prestito di lingotti d’oro che la Santa Sede si era resa disponibile a elargire in via ufficiosa.

L’oro, pari a 50,3 chilogrammi, venne consegnato ai nazisti che lo inviarono a Berlino. Non contento, Kappler, il 14 ottobre saccheggiò le biblioteche della comunità ebraica di Roma, prelevando anche l’elenco con i nomi e gli indirizzi di tutti gli ebrei romani.

Fu in seguito a questo episodio che Kappler inviò una lettera a Rudolf Hoess, capo del campo di sterminio di Auschwitz, che gli avrebbe inviato in dieci giorni quasi mille ebrei italiani.

Fu così che il 16 ottobre del 1943, 365 uomini della Gestapo raggiunsero il Ghetto di Roma all’alba, rastrellando uno per uno gli appartamenti abitati da ebrei. Le strade vicine furono chiuse e gli ebrei che venivano trovati venivano radunati in strada.

Molti italiani contribuirono a nascondere numerosi ebrei, spesso sottraendoli con successo alla retata a detta anche dello stesso Kappler.

Una volta raggruppati, i 1.259 rastrellati furono condotti a Trastevere, nel palazzo del Collegio militare, e tenuti per oltre un giorno in condizioni di forte disagio. Da lì, 237 persone vennero liberate, in quanto considerate “di razza ariana”: si trattava spesso di persone legate in qualche modo agli ebrei arrestati che erano finite in mezzo alla retata.

La Santa Sede tentò di intervenire per salvare almeno gli ebrei battezzati, ma senza riuscirci, dal momento che la legge tedesca non considerava gli ebrei convertiti come membri della “razza ariana”.

Durante questa reclusione, non mancarono gli atti di coraggio. Una donna, Marcella Perugia, di 24 anni, mise alla luce un neonato, mentre Piera Levi, giovane ebrea di Ferrara, riuscì a convincere le autorità tedesche di non essere ebrea. Quest’ultima, forte del fatto di non risultare negli elenchi degli ebrei romani in quanto di Ferrara, riuscì a essere rilasciata insieme alla madre.

Ci fu poi una donna cattolica che, pur di non separarsi da un orfano ebreo molto malato che le era stato affidato, si dichiarò anch’essa ebrea andando incontro alla morte nei campi di sterminio nazisti. Successivamente, Costanza Calò, pur sfuggita alla retata, raggiunse spontaneamente i rastrellati per non separarsi dal marito e dai cinque figli che, invece, erano caduti nelle mani della Gestapo.

Il 18 ottobre del 1943, 1.014 ebrei vennero caricati su 18 carri bestiame presso la stazione Tiburtina e da lì condotti al campo di sterminio di Auschwitz.

Degli oltre mille ebrei romani presi durante il rastrellamento del Ghetto di Roma, solamente 16 sopravvissero ai lager nazisti: 15 uomini e una donna.

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