Processo Cucchi, il pm svela come iniziò il depistaggio: “I carabinieri diedero dati falsi al ministro Alfano”

Di Daniele Nalbone
Pubblicato il 27 Feb. 2019 alle 11:19 Aggiornato il 27 Feb. 2019 alle 11:52
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Il depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, avvenuta all’ospedale Pertini sei giorni dopo l’arresto del 32enne geometra per droga, ebbe inizio il 26 ottobre del 2009.

Tutto iniziò a seguito di un lancio dell’agenzia Ansa delle 15.38 relativo a una pubblica denuncia presentata da Patrizio Gonnella e Luigi Manconi sulle (buone) condizioni di salute del ragazzo.

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“Iniziano a pullulare dal Comando Generale dei carabinieri richieste di annotazioni, comprese quelle false e quelle sotto dettatura, su input della scala gerarchica della stessa Arma, che fino a quel momento non aveva attivato alcuna inchiesta interna a differenza del Dap” spiega il pm titolare del fascicolo d’indagine sulla morte di Stefano Cucchi in apertura del dibattimento, con un nuovo deposito di atti.

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“Quelle annotazioni”, spiega ancora nel processo in assise il pm Giovanni Musarò, “non servivano alla procura di Roma che aveva aperto un fascicolo contro ignoti” ma “erano destinate all’allora Gabinetto del ministero della Difesa che le veicolò al ministro della Giustizia dell’epoca Angelino Alfano che il 3 novembre di quell’anno doveva rispondere al question time”.

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E “per paradosso”, ha sottolineato il pm “Alfano riferì al Senato il falso sulla base di atti falsi che gli erano stati trasmessi dal Gabinetto”.

Si è aperta così quella che è considerata l’udienza clou del processo sulla morte di Stefano Cucchi davanti alla Decima sezione del tribunale di Roma.

In particolare, il ministro Alfano disse, sulla base di quelle informative pervenutegli dalla Difesa seguendo la scala gerarchica dell’Arma, “che Cucchi era stato collaborativo al momento dell’arresto, omettendo ogni passaggio presso la compagnia Casilina e che era già in condizioni fisiche debilitate quando venne fermato dai carabinieri”.

Da qui, ha precisato il pm Musarò, cominciò una “difesa a spada tratta dell’Arma che si tradusse in una implicita accusa nei confronti degli agenti di polizia penitenziazia che avevano preso Cucchi in custodia per il processo”.

Il fascicolo dei pm Barba e Loy era fino a quel momento contro ignoti, ma, “per uno strano gioco del destino”, ha aggiunto il pm, “il 3 novembre del 2009, non appena Alfano finì di rispondere all’interrogazione di Roberto Giachetti, si sedette nel pomeriggio davanti ai magistrati il detenuto gambiano Samura Yaya che riferì di aver sentito nelle camere di sicurezza del tribunale una caduta di Cucchi”.

“Una caduta!!!! Dichiarazione, quella del detenuto, che è stata ritenuta inattendibile con sentenza definitiva”, ha concluso il pm Musarò.

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In aula il più alto ufficiale coinvolto: il generale Vittorio Tomasone, oggi comandante del gruppo interregionale dell’Arma e all’epoca comandante del gruppo provinciale di Roma.

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