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Il misterioso carcere italiano dei “suicidi sospetti”: un’inchiesta apre le porte del “Mammagialla” di Viterbo

Un servizio di Laura Bonasera ci porta dentro il carcere "Mammagialla" di Viterbo, attraverso testimonianze che denunciano presunti abusi e violenze

Di Anna Ditta
Pubblicato il 2 Mar. 2019 alle 15:13 Aggiornato il 2 Mar. 2019 alle 16:32
Immagine di copertina

“È un inferno in terra, le persone sono trattate in modo abominevole, mi sono sentito perso. In isolamento c’è una sporcizia indicibile, sudiciume indescrivibile e sangue ovunque, nel lavandino e sui muri”. Sono le parole di un ex detenuto del carcere Mammagialla, di Viterbo.

A raccoglierle è la giornalista freelance Laura Bonasera, che ha realizzato un’inchiesta sul carcere dei “suicidi sospetti”, andata in onda nella trasmissione Popolo sovrano (Rai2), giovedì 28 febbraio, con Ilaria Cucchi presente in studio.

Bonasera ha incontrato familiari di ex detenuti, raccogliendo e raccontando le loro storie, ma anche un agente e la moglie di un detenuto.

Una delle storie raccontate è quella di Andrea Di Nino, 36 anni, trovato impiccato il 21 maggio 2018 in una cella d’isolamento. Era in carcere da due anni per possesso di stupefacenti. Ha lasciato una compagna e 5 figli.

“A mezzanotte e mezza squilla il telefono. Chiamavano dal carcere per comunicare d’avere trovato morto Andrea”, raccontano i familiari di Andrea, che era a un anno dalla fine della pena, e probabilmente sarebbe uscito dal carcere anche prima.

“Aveva voglia di spaccare il mondo. Tutto poteva, tranne che togliersi la vita”, dice il fratello di Andrea. “Il clima all’interno era teso, con gli agenti di polizia penitenziaria. Non accuso nessuno, ma conosco mio fratello”.

Nel servizio parla anche la moglie di un detenuto, che racconta di averlo trovato durante una visita “con lividi” e “l’occhio sinistro pieno di sangue”.

“L’hanno preso a mazzate, cazzotti, pugni ai fianchi e alla schiena. Picchiato da dietro e portato in isolamento”, afferma la donna.

Il carcere dei suicidi sospetti: la storia di Hassan Sharaf

Un’altra misteriosa vicenda riguarda Hassan Sharaf, un egiziano di 21 anni che avrebbe finito di scontare la pena il 9 settembre successivo, ma è stato trovato impiccato nella cella di isolamento dove era stato trasferito da appena due ore, il 23 luglio 2018.

A marzo 2018 Hassan mostrò alle assistenti del garante dei detenuti alcuni segni rossi su entrambe le gambe e dei tagli sul petto che, secondo il suo racconto, gli sarebbero stati provocati da alcuni agenti di polizia che lo avrebbero picchiato il giorno prima.

Hassan aveva anche riferito di avere “molta paura di morire”, come racconta Stefano Anastasia, garante dei detenuti per le Regioni Lazio e Umbria, nel servizio di Laura Bonasera.

Alcuni mesi dopo, Hassan viene portato in isolamento. Era stato ritenuto responsabile del traffico di psicofarmaci tra le celle, ma la sanzione non era stata messa in atto prima perché l’isolamento era pieno.

Secondo la ricostruzione, poche ore dopo si impicca usando un lenzuolo. Soccorso dagli agenti e portato in ospedale, muore dopo una settimana.

“Sono riuscito a vederlo solo dopo morto, all’obitorio”, dice il suo avvocato Giacomo Barelli, nominato dall’ambasciata d’Egitto. “Lo perseguitavano in carcere, lo hanno ucciso loro”, sostiene la madre del ragazzo.

Sul caso è in corso un’inchiesta della procura contro ignoti per istigazione e aiuto al suicidio.

Il carcere dei suicidi sospetti, l’agente: “Schiaffo di correzione? Ben venga”

“Sui presunti abusi siamo fiduciosi nel lavoro della procura”, dice Danilo Primi, agente da 26 anni. “Per i suicidi, come si tolgono la vita colleghi per fatti personali o di servizio, in qualsiasi istituto può succedere che un detenuto si tolga la vita. Sono il primo a dire che mi dispiace, se un detenuto si suicida. Hassan sono stato io a portarlo in ospedale. Il nostro è un lavoro pesante, un collega si è suicidato in caserma con l’arma d’ordinanza”.

Primi sostiene che gli agenti a Mammagialla siano “traumatizzati”. “Se durante una perquisizione ti mettono una lametta sotto la gola, purtroppo, simili episodi sono all’ordine del giorno. Oggi le punizioni sono più blande e non siamo d’accordo”.

Poi l’agente si lascia andare a una frase che mostra chiaramente la sua idea di carcere: “Il limite non lo stabilisce nessuno. A volte ci sta che si possa arrivare a un eccesso, ma non si passa ad aggredire. Se ci scappa il famoso schiaffo di correzione, ben venga”.

Quando Laura Bonasera gli chiede cosa intenda per “schiaffo di correzione”, l’agente risponde: “Quello per fargli capire cos’è la vita quello non preso dai genitori. Se il carcere di Viterbo è nominato come istituto punitivo perché vengono fatte rispettare le regole, per noi è un istituto punitivo. Perché non facciamo altro che far rispettare le regole”.

Dalle dichiarazioni di Primi si dissocia nettamente il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE): “Un rappresentante della Polizia Penitenziaria non può ammettere l’uso di mezzi o modalità non previste dall’ordinamento penitenziario o dalla legge in generale. Anzi deve denunciare, se a conoscenza, tali procedure alle autorità di riferimento in primis all’autorità dirigente dell’istituto”, si legge in una nota di Donato Capece, segretario generale del sindacato.

“Una dichiarazione simile ci lascia a bocca aperta. Vogliamo credere che sia una dichiarazione personale e confidiamo nel lavoro della locale Procura affinché sia rispettato l’onore della Polizia Penitenziaria e soprattutto la dignità di quei colleghi che ogni giorno affrontano il mandato a testa alta e nel rispetto della legge e dell’istituzione”.

In merito ai sospetti sul carcere di Viterbo, il segretario del SAPPE invita però a “non trarre affrettate conclusioni prima dei doverosi accertamenti giudiziari. Noi confidiamo nella Magistratura perché la Polizia penitenziaria, a Viterbo come in ogni altro carcere italiano, non ha nulla da nascondere”, dice Capece. “Consiglio prudenza a chi paragona le nostre carceri a dei lager”.

Qui il link per vedere il servizio di Laura Bonasera.

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