Suicidio assistito, Cappato: “Il sì del Comitato di bioetica può aprire la strada all’eutanasia”

Il leader dell'associazione Luca Coscioni: "Il parere è una bella lezione al Parlamento. Ora è più chiaro chi ha diritto a poter morire bene"

Di Giulia Riva
Pubblicato il 30 Lug. 2019 alle 20:42 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 02:57
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Immagine di copertina
Marco Cappato, leader dell'associazione Luca Coscioni. Credit: Afp/Andrea Ronchini/NurPhoto

Il suicidio assistito medicalmente non è omicidio, e in Italia sarebbe bene legiferare a riguardo. Il parere diffuso ieri, lunedì 29 luglio, dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb), si può riassumere così. Il ‘sì’ a una legge che regolamenti in modo esplicito il suicidio assistito arriva con una maggioranza di misura da quest’organo consultivo, e tratta un tema che da anni in Italia è considerato tabù.

A dare slancio al dibattito, la vicenda di Fabiano Antonioni (noto nelle discoteche milanesi come Dj Fabo), morto in una clinica svizzera a febbraio 2017: dopo svariati appelli ai parlamentari perché legiferassero in materia e gli permettessero di porre fine alla sua vita nel suo Paese, Fabo si era rivolto all’associazione Luca Coscioni per poter affrontare il viaggio fino alla clinica al di là delle Alpi.

Marco Cappato, leader dell’associazione, ha accompagnato dj Fabo nel suo ultimo viaggio e per questo ha subito un processo per assistenza al suicidio. Il procedimento penale si è concluso senza condanna né assoluzione: è stato chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi in merito alla legittimità dell’articolo 580 del codice penale, quello che tratta di istigazione o aiuto al suicidio.

La Consulta ha sospeso il giudizio, dando al Parlamento un anno di tempo per legiferare in materia. Questo “ultimatum” scadrà il 24 settembre prossimo. TPI ha intervistato Cappato per fare il punto su cosa cambia in seguito al parere positivo del Cnb.

Un commento a caldo sul parere del Comitato nazionale di bioetica?

Il Cnb ha dato una bella lezione al Parlamento italiano: vuol dire che sull’aiuto al suicidio è possibile discutere. Anzi: si può persino decidere. Cosa che il Parlamento non ha fatto in sei anni, da quando abbiamo depositato la nostra legge d’iniziativa popolare per l’eutanasia legale, e dopo dieci mesi dalla sollecitazione della Corte costituzionale.

I capi di partito, inclusi quelli che sulla carta sarebbero favorevoli – Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti su tutti – hanno impedito ai loro parlamentari discutere e di decidere. Il Cnb invece ha scelto: onore al merito. Lo dico sia alla maggioranza, che si è espressa con posizioni vicine alle nostre, sia alla minoranza che si è espressa contro.

La maggioranza del Cnb è andata oltre a quanto già anticipato dalla Corte costituzionale nell’ordinanza di ottobre: ha chiesto il diritto di decidere anche per persone che non siano attaccate a delle macchine, perché sono comunque individui che si possono trovare in condizioni di sofferenza insopportabile e di malattia irreversibile. Si supera il caso di Fabiano Antoniani, se vogliamo: il parere del Cnb tocca anche la situazione di Davide Trentini, cioè l’’altro processo che abbiamo in corso Mina Welby e io. Davide non era attaccato a una macchina ma era in condizione di sofferenza.

Per quanto riguarda il Parlamento, questo sarebbe materiale molto importante e utile per una decisione. Noi convochiamo una manifestazione nazionale, un  concerto il 19 settembre a Roma in proposito.

Questa manifestazione, però, va oltre il suicidio assistito: chiede l’eutanasia volontaria.

Seguendo il parere della maggioranza del Cnb si arriverebbe a qualcosa di molto simile alle normative dei Paesi che hanno legalizzato l’eutanasia volontaria. La differenza sarebbe nella modalità con la quale interruzione della vita viene poi effettivamente realizzata. Diventerebbe una legislazione più simile a quella Svizzera che a quella dell’Olanda. In Svizzera il malato deve assumere direttamente la sostanza letale, in Olanda può anche essere il medico a somministrarla.

Io penso che si debba legittimare anche l’intervento del medico, ma la cosa più importante è capire chi ha diritto a poter terminare legalmente la propria vita. Su questo non c’è differenza tra quello che chiediamo noi e quello che ha chiarito il Cnb: il diritto dev’essere concesso a una persona che lo chiede espressamente, che sia capace di intendere e volere che sia in condizioni di malattia irreversibile.

Non stiamo parlando di persone affette da depressione curabile o da patologie reversibili. Si tratta di chi vive in condizioni di sofferenza insopportabile. La nostra manifestazione nasce per dare una mossa al Parlamento.

Anche perché cade poco prima dell’ultimatum di un anno posto dalla Consulta per legiferare sul fine vita.

In realtà noi questa data l’abbiamo scelta perché cadranno sei anni esatti dal deposito della nostra legge di iniziativa popolare. Significa che da sei anni a questa parte il Parlamento si è rivelato incapace di decidere.

Crede che il Parlamento riuscirà a concludere qualcosa prima della scadenza del 24 settembre?

Stiamo lavorando a una convocazione straordinaria perché almeno possa esserci un dibattito. Approvare una legge da qui a settembre, visto lo stato delle cose, ovviamente è impossibile. Finora ci sono state solo le audizioni in commissione: poi Pd, Cinque Stelle e Lega si son trovati d’accordo sul non procedere.

Il parere pubblicato dal Cnb quanto potrà pesare sulla decisione che la Corte costituzionale prenderà a fine settembre?

Il Cnb è un organo consultivo, il Parlamento non è obbligato a seguirne le indicazioni. Essendo un collegio che approfondisce i risvolti etici di un tema così complesso, sicuramente quanto ha scritto sarà tenuto in considerazione. Tanto il parere della maggioranza, quanto quello della minoranza. Il Parlamento dovrebbe riconoscere l’utilità di questo documento, che fa chiarezza su diverse definizioni, senza strumentalizzarlo pro o contro il fine vita.

Prima diceva che il Cnb si è pronunciato sul suicidio assistito, ma che quanto stabilito sarà molto utile anche per ottenere l’eutanasia legale in Italia.

La questione non deve diventare un confronto terminologico. Eutanasia è un termine che significa etimologicamente ‘morire bene’, cioè con la minore sofferenza possibile e nel modo più vicino a quello che la persona vuole.

È un’accezione generale: da questo punto di vista anche un testamento biologico è utile per evitare una morte lontana dalla propria volontà. Sappiamo che con ‘eutanasia’ si considera in senso stretto quello che accade quando un medico provvede con un’iniezione letale, su richiesta del paziente, a procurare la sua morte.

I dibattiti terminologici non mi appassionano: penso che la cosa importante sia determinare chi ha diritto di essere aiutato a morire bene. Poi come la persona venga aiutata, cambia poco.

Ma di questa differenza si deve tenere conto, per fare una legge in materia.

Io credo che debbano essere concesse entrambe le possibilità: sia permettere al paziente di procurarsi la morte, sia di poter usufruire dell’intervento attivo del medico quando necessario. Ma la legge deve decidere innanzitutto chi può accedere a queste possibilità. Riguardo a questo, non c’è dubbio: il parere diffuso dal Cnb è molto utile. Ripeto: malattia irreversibile e sofferenza insopportabile.

Nel Cnb, chi ha detto ‘no’ al suicidio assistito ha parlato di ‘pendio scivoloso’. È quel ragionamento per cui, se si cominciano a legittimare certe posizioni riguardo a una tematica, progressivamente anche posizioni più estreme in materia verranno considerate accettabili, perché ci si è avviati lungo una china su cui si scivola. Lei come commenta?

Il pendio scivoloso si può usare per distruggere qualsiasi legge. È un argomento di totale sfiducia nel diritto, nella possibilità stessa per lo Stato di fare le leggi. Seguendo questo ragionamento, le leggi che autorizzano il licenziamento in determinati casi possono poi rivelarsi un pendio scivoloso per distruggere i diritti dei lavoratori.

Le si potrebbe obiettare che un licenziamento è reversibile, la morte no.

In caso di eutanasia si tratta comunque di fare una scelta: se lasciare il malato in vita contro la sua volontà, oppure consentirgli di morire. Non è che se non fai niente non succede niente. Se non si fa niente, lo si lascia in una condizione di tortura che lui non vorrebbe. Quindi lo Stato una responsabilità se la deve assumere: non si può guardare dall’altra parte perché altrimenti c’è il pendio scivoloso.

La legge serve proprio a porre dei paletti, non a permettere che poi questi paletti vengano elusi. Se lei si presenta alla mia porta e mi dice “Buongiorno. Sono sana come un pesce, ma oggi ho un’unghia incarnita e voglio morire”, la legge deve impedirmi di accompagnarla alla morte. Altrimenti saremmo in uno Stato criminale, che non verifica la condizione della persona. Queste disposizioni – ribadisco – vengono invocate per persone in condizioni di malattia irreversibile e sofferenza insopportabile.

Fare delle regole è indispensabile per tutti, anche per i teorici del pendio scivoloso. Oggi hanno ammesso tutti che una persona nelle condizioni di Piergiorgio Welby aveva il diritto di sospendere la terapia salvavita. Ma 13 anni fa per molti eravamo degli assassini a chiedere una cosa simile. Chi parla di pendio scivoloso, è vittima della sua stessa teoria. Quando si fissano delle regole, non si scivola.

Lei ha più processi all’attivo per aver aiutato persone a morire. Dopo questo parere del Cnb cambierà qualcosa per la sua situazione processuale?

La disobbedienza civile mia e dell’Associazione Coscioni parte da una convinzione morale. Ritengo sia stato giusto aiutare Fabiano Antoniani così come Davide Trentini. E se altre persone in quelle condizioni avranno bisogno di essere aiutate, le sosterremo: che ci sia una legge sul fine vita oppure no. Ovviamente la nostra speranza è che venga riconosciuto dalla Corte Costituzionale – magari anche dal Parlamento italiano – che quello che riteniamo un nostro dovere sia anche un nostro diritto. Ogni discussione in questa direzione è un passo avanti.

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