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Giancarlo Siani ucciso dalla camorra 34 anni fa. “Mio fratello non è morto. Vive nei ragazzi che continuano a parlare di lui”

Parla a TPI Paolo Siani, pediatra e parlamentare dem, fratello del giovane cronista de Il Mattino assassinato la sera del 23 settembre 1985. Oggi a Napoli l'inaugurazione della Fondazione Giancarlo Siani

Di Marta Facchini
Pubblicato il 23 Set. 2019 alle 09:37 Aggiornato il 26 Set. 2019 alle 17:23
Immagine di copertina

Giancarlo Siani moriva ucciso dalla camorra 34 anni fa. Nasce la Fondazione che ricorda il cronista de Il Mattino

Cerca notizie di prima mano. Vai in strada, consuma le scarpe. Guarda, capisci e scrivi. Rigore, sempre. Trova le fonti, mantieni la professionalità. “Giancarlo voleva solo fare il giornalista. Era preparato, appassionato, e ci ha insegnato a lavorare con senso del dovere. Ma in alcuni posti questo può essere pericoloso, anche se rivoluzionario”, racconta a TPI il fratello Paolo Siani, pediatra e parlamentare che porta avanti con ostinazione la memoria del cronista de Il Mattino, assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985. La settimana scorsa, avrebbe compiuto sessant’anni.

Nella redazione di via Chiatamonte, a Napoli, sono da poco passate le 22, l’ora in cui le dita smettono di picchiettare sulla macchina da scrivere e si deve andare in stampa. Servono poche righe per completare la pagina e il redattore, con un gesto ormai rituale, alza la cornetta e chiama il 113.

La domanda è la solita: “C’è qualcosa per noi?”. La risposta del poliziotto è diversa: “Dottò, conoscete Siani? È stato ammazzato nella sua auto a piazza Leonardo al Vomero”. Là c’è la sua Citroen Mehari verde: Siani è dentro, colpito con dieci colpi di pistola alla testa. Il capo è riverso sul volante, la guancia sinistra sporcata da una riga di sangue. Ha da poco compiuto ventisei anni. 

Giorno per giorno, da precario dell’informazione, Siani aveva raccontato sulle pagine de Il Mattino i cambiamenti che attraversavano la città. La malavita, la criminalità organizzata e le ombre sulla classe dirigente. I clan che insanguinano i vicoli, il degrado. L’ultimo articolo parlava di ragazzini di tredici anni sfruttati come corrieri della droga

Dopo il terremoto in Irpinia nel novembre del 1980, Siani aveva scoperto le connivenze tra gli esponenti politici di Torre Annunziata, dove lavorava come corrispondente, e il boss locale Valentino Gionta, diventato capo dell’area torrese-stabiese grazie al traffico di droga.

In un pezzo pubblicato il 10 giugno 1985, aveva svelato il retroscena della cattura di Gionta, resa possibile da una soffiata che il clan Nuvoletta, alleato dei corleonesi di Totò Riina, aveva fatto ai carabinieri. Aveva scritto nomi e cognomi, Siani, e aveva offeso “l’onore mafioso” dei Nuvoletta, che si sentirono messi in discussione. I suoi assassini saranno condannati all’ergastolo nel 1997 con dodici anni di ritardo.

“Mi sorprende ancora, dopo trentaquattro anni, vedere che la memoria di Giancarlo è viva. Gli studenti che incontro nelle scuole non smettono di meravigliarmi. Vogliono sapere chi era mio fratello e credo che la loro partecipazione, così sentita, sia dovuta alla possibilità di identificarsi con un uomo che, alla fine, era come loro. Giancarlo non era un eroe: era un ragazzo normale, allegro e sorridente. Voleva fare bene il suo lavoro, senza piegarsi”, sottolinea Siani. 

Oggi Napoli ricorda il giornalista de Il Mattino con l’inaugurazione di una fondazione a suo nome e una sala al Pan, il Museo delle arti, alla presenza del presidente della Camera Roberto Fico. In mostra c’è la Mehari del cronista, l’auto, portata in giro per l’Italia, diventata un simbolo di legalità. In alto, sulla volta, tutti i nomi dei giornalisti italiani uccisi dalle mafie.

“Giancarlo mi manca. Mi manca un fratello con cui confrontarsi e condividere esperienze. Mi sarei sentito sconfitto solo se fosse stato dimenticato perché avrebbe significato darla vinta ai suoi assassini”, continua Siani.

“È ancora vivo. A Napoli e non solo. Lo è nei ragazzi che ogni anno partecipano al premio a lui dedicato. Nelle lettere che gli studenti gli indirizzano si legge quanto abbia seminato in città. Ne vado molto orgoglioso”.

Anche la Fondazione “Giacarlo Siani” vuole essere un esercizio della memoria. “Nel 1986 è nata l’associazione: era un modo per dare una risposta organizzata alla tragedia che ci aveva colpito”, spiega Siani. Ora la Fondazione sarà presieduta da un nipote di Giancarlo, Gianmario, affiancato dalla sorella Ludovica. “Sarà diretta da mio figlio e mia figlia”, prosegue. “Porteranno avanti insieme, e con ostinazione, la battaglia e il ricordo di uno zio mai conosciuto”.