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‘La paranza dei bambini’ Orso d’argento a Berlino, lo sceneggiatore Maurizio Braucci a TPI: “Raccontiamo i giovani del Sud, quelli su cui le mafie prolificano”

Il film è stato scritto anche da Roberto Saviano e Claudio Giovannesi

Di Rossella Melchionna
Pubblicato il 17 Feb. 2019 alle 13:24 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 08:05
Immagine di copertina
Maurizio Braucci

“Napoli incarna tanti mali e tante risorse del Sud: è la sua maschera, quella di un territorio con minore democrazia e che non partecipa attivamente all’Europa, dove si fa il baciamano al ministro in visita e che è manipolabile politicamente sfruttandone i bisogni. Ma anche un territorio di forte umanità e di resistenza, di talenti che vogliono esprimersi e che premono su una scarsità di risorse tutte concentrate in poche mani”. A parlare è Maurizio Braucci, cosceneggiatore de La paranza dei bambini, che il 16 febbraio 2019 ha ottenuto l’Orso d’argento – uno dei premi più importanti al Festival del cinema di Berlino e dedicato alla sceneggiatura – condiviso con Roberto Saviano e Claudio Giovannesi, regista del film.

Braucci, classe 1966 e originario di Napoli, ha alle spalle una lunga carriera. Al di là delle sue esperienze da scrittore e promotore culturale – numerosi i progetti avviati nelle carceri e nei centri sociali – il teatro e soprattutto il cinema hanno avuto un peso non indifferente nel suo percorso artistico. Basti pensare alle importanti collaborazioni con Matteo Garrone – in Gomorra e Reality – e il regista newyorchese Abel Ferrara.

TPI ha ripercosso con Maurizio Braucci le tappe più importanti della carriera ponendo l’accento su come si svolge il mestiere dello sceneggiatore nella settima arte.

Braucci, La paranza dei bambini ha conquistato Berlino – uno dei festival di cinema più rilevanti al mondo – e rappresenta per lei il secondo lavoro tratto da un romanzo di Roberto Saviano dopo Gomorra. Dunque, l’autore è lo stesso, il regista è diverso ma le storie sono simili: al centro sempre la camorra. Nel lavoro di sceneggiatura, cos’è cambiato tra le due pellicole?

Gomorra di Matteo Garrone era un film che svelava un mondo – quello della camorra – che allora nessuno conosceva bene nelle forme che aveva acquisito. Forme connesse con l’economia e sorprendenti per la loro modernità. Con La paranza di Claudio Giovannesi abbiamo cercato di fare una pellicola che riguarda la condizione giovanile nel Sud Italia e su cui le mafie prolificano. Infatti, oltre a mostrare quella realtà, abbiamo cercato di raccontare le motivazioni e l’immaginario di adolescenti che vivono come in guerra. Era necessario fare un passo in più dopo Gomorra per capire come sia possibile che dei giovanissimi scelgano la violenza e la morte associandosi a un sistema criminale. Non a caso il film racconta di adolescenti  che si ispirano a un immaginario fatto di tribalismo e post-modernità e con dei desideri di omologazione che si esprimono attraverso la violenza.

In Gomorra– come in altre pellicole dello stesso genere – è emerso il suo stile, asciutto, minimalista e realistico. È la materia trattata a ispirarla?

“Io ho sempre cercato di raccontare l’immaginario degli adolescenti più ribelli, sono quelli con cui sono cresciuto e che ancora vedo nel quartiere dove vivo a Napoli. Un mondo che ho raccontato anche con la rabbia di chi sa che tutto questo non potrebbe essere annullato, ma di certo molto ridotto”.

Lei, appunto, ha lavorato alla sceneggiatura di Gomorra il film. Cosa pensa, invece, della serie televisiva?

Ha segnato una svolta nelle serie tv italiane: moderna, realistica, graffiante. Ma io raramente guardo la televisione e le serie.

Il legame con le sue origini, Napoli, è fortissimo. In quasi tutti i suoi film la città è presente: Napoli, Napoli, Napoli di Abel Ferrara è un affresco, a tratti grezzo, a metà tra fiction e documentario. Che cosa pensa della sua città?

Napoli è ancora la capitale del Sud e noi che la raccontiamo sappiamo che è difficile far capire che i drammi che ambientiamo lì in realtà sono quelli del Meridione. Messi in scena, però, sul palcoscenico della più grande metropoli al di sotto di Roma.

Ha lavorato più volte con Garrone: oltre a Gomorra anche Reality. Al di là della storia in sé, per lei è cambiato qualcosa tra i due film? Quanta importanza dà il regista romano alla sceneggiatura?

Matteo ha sempre dato importanza alla scrittura sebbene il suo metodo di creazione sul set sia forte. È un cineasta che ha sempre avuto bisogno di una sceneggiatura ferrea anche se poi la cambiava. Le modifiche durante le riprese sono abbastanza normali, avvengono anche in sala di montaggio, a meno che non si tratti di produzioni strettamente industriali.

Nel 2014 al Festival di Venezia ha partecipato con due film, Anime nere – prima collaborazione con Francesco Munzi e sulla malavita – e Pasolini, il secondo lavoro con Ferrara e incentrato su un importante intellettuale italiano. Quali tra i due ha sentito più vicino?

Sono stati due progetti molto diversi. Pasolini è stato rocambolesco, ma anche il film di Munzi ha avuto le sue vicissitudini. Ho partecipato molto di più al film di Abel come scrittura, e siccome lì abbiamo toccato la questione della morte di Pasolini, è stato davvero difficile spiegare che non tutto è scontato in quella drammatica vicenda.

Nel film su Pasolini si ricorre a tre lingue, italiano, francese e inglese. Perché questa scelta?

Una decisione del regista, secondo me azzeccatissima, che rappresentava la sua ricerca cinematografica in quel momento e anche la sua forza di imporla ai produttori. Chiaramente è venuta da una condizione reale di multilinguismo degli attori scritturati.

Ha lavorato con Ferrara e Nino D’Angelo anche in Forcella strit, spettacolo teatrale sulla sua città che supera i cliché a essa legati. Che tipo di esperienza è stata quella?

Anche questo è stato un progetto molto impegnativo – e a volte si va di fretta – ma è stato bello andare in scena con quei giovani e in quel teatro (Trianon Viviani, ndr): abbiamo fatto un miracolo. Ho riflettuto molto sul fatto che questa iniziativa sia stata criticata per il testo che, secondo alcuni, era troppo buonista. In genere, al contrario, mi dicono che partecipo sempre a progetti troppo forti e che mettono in chiaroscuro la città di Napoli. Alla fine, vedendo anche alcune reazioni al film La paranza, ho capito che si polemizza sempre su un’idea che è sotto la luce dei riflettori, quindi meglio non preoccuparsi troppo.

Nel suo lavoro ci sono sceneggiatori e scrittori, del passato e del presente, a cui si ispira?

La letteratura è la prima ispirazione, la grande e buona letteratura. Poi ci sono scrittori che hanno fatto dei percorsi nel cinema, come sceneggiatori puri (da Sergio Amidei a Massimo Gaudioso) o partecipando a dei progetti cinematografici (Tonino Guerra, Harold Pinter, Nicholas St John). Ma come non amare Ennio Flaiano, che si muoveva a metà tra letteratura e cinema, e tanti registi che sono poco noti come sceneggiatori e che hanno scritto i propri film (Pasolini, Richard Brooks, Paul Thomas Anderson e altri)?

Lei ha scritto anche diversi libri, Il mare guasto e Per sé e per gli altri per fare degli esempi. Preferisce scrivere per un lettore o per uno spettatore?

Sono due metodi diversi. Lo scrittore ha tutto sulle proprie spalle, lo sceneggiatore partecipa a un progetto che va magari dall’agente fino al montatore del film. Mi piace fare entrambe le cose, ma i romanzi ti cambiano la vita più dei film: leggere è più difficile, più intenso.

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