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Perché nelle foto dei bambini dell’Ottocento le madri vengono nascoste

Il motivo ha a che fare con i tempi molto lunghi richiesti all'epoca per sviluppare una fotografia

Di Emma Zannini
Pubblicato il 24 Nov. 2017 alle 18:16 Aggiornato il 25 Nov. 2017 alle 13:06
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Pubblicato nel 2013, il libro dell’artista italo-svedese Linda Fregni Nagler, The Hidden Mother (La Madre Nascosta), raccoglie le foto-ritratto di diversi bambini, perlopiù americani. La particolarità di questi scatti però è costituita dal ruolo della madre, che veniva nascosta e che si tentava di far passare per una suppellettile, con un esito piuttosto inquietante.

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Nell’Ottocento il processo fotografico era piuttosto lungo e complesso e richiedeva al soggetto di stare fermo per un lungo lasso di tempo. Oltretutto, un singolo scatto era molto costoso, al punto che la maggior parte delle persone poteva permettersene solo uno in tutta la vita.

La madre vestiva il bambino di tutto punto con l’abito migliore e lo portava nello studio fotografico, rimanendo nella stessa posizione per diversi minuti.

Solitamente per i bambini si trattava di un’impresa pressoché impossibile, e per evitare che l’intero processo andasse a monte o che la foto venisse sfocata, era richiesto alle madri di tenerli fermi, travestendosi da sedie, tende, divani o altri oggetti di arredamento.

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I risultati fotografici sono davvero stranianti: molto spesso le madri si intravedono distintamente, accanto alle sedie o in piedi, altre volte invece si rivelano solo per l’emergere delle mani attraverso il tendaggio che le ricopre.

L’immobilità di queste foto risulta comunque impressionante, ed è dovuta anche alla tecnica utilizzata all’epoca. Il collodio umido veniva utilizzato come legante per le immagini ed è proprio questa la causa del carattere spettrale degli scatti. Il collodio infatti trasforma i colori bianchi della realtà in una sorta di beige slavato che fa risaltare moltissimo le macchie scure delle madri travestite, rendendole inquietanti presenze che incombono sui loro bambini.

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