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“Siamo marea”: la marcia transfemminista di Verona contro il Congresso delle Famiglie fotografata da TPI

Decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Verona in risposta alle posizioni omofobe e misogine del Congresso della Famiglia. Il reportage di TPI

Di Viola Stefanello
Pubblicato il 31 Mar. 2019 alle 14:27 Aggiornato il 31 Mar. 2019 alle 14:34
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“Sono andata alla mia prima manifestazione a 13 anni. Facevo una scuola di geometri e mi criticavano perché volevo andare a scuola con i pantaloni. C’era stato un consiglio di classe al riguardo, con tutti i professori e anche il preside – tutto perché io, unica ragazza, volevo venire a scuola in pantaloni”. Flavia si riposa un attimo sul bordo della strada, un mare di persone continua a marciarle davanti. “I figli debbono essere desiderati: giù le mani dalla 194, dal divorzio, dalla Cirinnà”, legge il cartello fucsia che tiene fieramente in mano. “Come nella mia vita, continuo a manifestare per la libertà delle donne, per i loro diritti, contro il patriarcato e il maschilismo”, spiega.

È soltanto una delle decine di migliaia di persone che hanno marciato sulle strade di Verona sabato 30 maggio – 30mila secondo la questura locale, 150mila secondo Non Una Di Meno, la rete femminista che ha organizzato la manifestazione di risposta al Congresso Mondiale delle Famiglie, tenutosi nel suntuoso Palazzo della Gran Guardia della città veneta.

Una città, Verona, profondamente simbolica: ora fortemente di destra, negli anni ’80 era bastione del pensiero femminista in Italia grazie alla comunità filosofica femminile “Diotima”, fondata dalla famosa pensatrice Luisa Muraro e le colleghe Wanda Tommasi, Chiara Zamboni e Adriana Cavarero. Già nel 2015, la città era stata la città scelta per il Family Pride, sostenuto da Forza Nuova e il circolo ultracattolico Christus Rex, a cui avevano partecipato l’attuale ministro Fontana e il sindaco di Verona Federico Sboarina.

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Partito dalla Stazione di Verona Porta Nuova, il corteo ha visto migliaia di persone – uomini come donne e queer, anziani come giovanissimi – sfilare con cartelli, striscioni e talvolta costumi per rivendicare i diritti conquistati dalle donne negli scorsi decenni e lanciare un forte messaggio contro le posizioni tenute da molti partecipanti al Congresso della Famiglia, che si oppongono alle coppie omosessuali, ma anche al divorzio, alle coppie conviventi non sposate, all’aborto e alla libertà delle donne di non avere figli. Qui e lì sventolavano bandiere del Veneto dalle frange multicolori, in sostegno alla comunità LGBT. Alcuni cartelli ironizzano su Romeo e Giulietta, simboli universali di un amore proibito.

Tra i manifestanti anche Laura Boldrini, Monica Cirinnà, Susanna Camusso e Livia Turco, oltre ai piani alti dei Radicali. Ma la protesta, hanno voluto sottolineare le organizzatrici parlando al megafono dalle camionette in testa al corteo, è convintamente apartitica e inclusiva.

In piazza, insomma, è scesa una definizione differente di famiglia rispetto a quella cosiddetta “naturale” sostenuta dal Congresso Mondiale delle Famiglie.

Jacopo, Frescovo della Chiesa Pastafariana Italiana – che conta oltre 26mila seguaci nel nostro Paese – ha lanciato anzi una provocazione: “Sono qui per manifestare per la famiglia tradizionale pastafariana, che è un insieme di tante persone che si amano e che si definiscono famiglia. È una famiglia tradizionale che appartiene a tutti: non capiamo perché non siamo stati invitati al Congresso delle Famiglie, dato che per una banalissima equazione matematica la nostra famiglia include tutti. Forse avremmo addirittura dovuto essere noi a capo di questo congresso, ma non lo siamo, e quindi siamo qui con chi manifesta per la libertà”.

In tantissimi sono venuti da lontano. Paolo, rappresentante di Asti Pride, è arrivato dal Piemonte per mostrare che la famiglia “non è solo quella che vogliono loro”. “Manifesto per dei diritti ottenuti a fatica, e per quelli ancora da ottenere”, ha aggiunto. Giorgia è invece salita dall’Umbria la mattina: “Non so quante ore di viaggio fossero, perché le abbiamo passare a cantare e manifestare anche in pullman. Siamo veramente marea”.

Floriano, responsabile circoscrizionale per Veneto e Trentino di Amnesty, indica l’enorme striscione giallo sostenuto dai suoi. Legge “sui diritti non si torna indietro”, in caratteri cubitali. “Questo è il motivo per cui siamo qui, perché molte istanze che vengono portate avanti dal congresso sono per un arretramento dei diritti, soprattutto per le donne e per le persone LGBT”.

Di diritti acquisti che si credevano acquisiti e che invece si deve ancora proteggere si parla molto, soprattutto tra i più anziani che hanno vissuto le proteste degli anni ’70. Tra loro c’è Carlotta: al collo tiene un cartello, dice “Dopo 50 anni mi tocca ancora lottare per gli stessi diritti”. Gliel’ha fatto un’amica che non può camminare per via di un’anca rovinata.

“Le mie prime manifestazioni sono state negli anni 70 – purtroppo, alcune cose che sembravano dei diritti acquisiti ora non lo sembrano più. Lo dico sempre a mia figlia: non bisogna mai abbassare la guardia. Non c’è mai limite al ritorno indietro, la storia procede a balzi. Bisogna sempre essere vigili e attenti per proteggere i propri diritti”.

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