Valute digitali, le strategie opposte di Usa e Cina
Pechino punta sullo yuan digitale per emanciparsi dal sistema finanziario internazionale dominato dal dollaro. Washington al contrario vieta il dollaro digitale e scommette sulle stablecoin emesse da privati. Sulle valute dematerializzate le due superpotenze hanno visioni molto diverse
Da una parte una nuova valuta digitale emessa da un’autorità pubblica. Dall’altra criptovalute rilasciate da privati. Anche per le monete del futuro Cina e Stati Uniti sembrano aver scelto due strade alternative, e per il momento inconciliabili. Il terreno di questa nuova rivalità è quelle delle monete digitali, che promettono di rendere i pagamenti, anche internazionali, più efficienti e veloci. Aprendo nuove opportunità sia per chi è favorevole allo sviluppo di strumenti meno regolamentati sia per chi cerca di emanciparsi da un sistema finanziario, basato sul dollaro, che offre alle capitali occidentali un’arma, quella delle sanzioni, usata con frequenza sempre maggiore.
La distanza tra gli approcci scelti dalle due potenze mondiali non potrebbe essere più ampia.
Dopo che la Cina è diventata la prima tra le principali economie al mondo a sperimentare una moneta digitale rilasciata direttamente dalla propria banca centrale, l’anno scorso gli Stati Uniti sono diventati il primo Paese a vietare lo sviluppo di un simile strumento, puntando invece sulle cosiddette stablecoin. Strumenti su cui, a sua volta, la Cina ha più di recente posto un divieto.
Progetto e-Cny
Per Pechino quello dello yuan digitale (e-Cny) è ancora un esperimento. Lanciato nel 2020 a Shenzen, non è mai uscito ufficialmente dalla fase pilota, anche se è stato testato in più della metà delle province della Cina continentale.
Dove disponibile, privati e aziende possono creare portafogli digitali (wallet) e convertire yuan in e-Cny emessi dalla banca centrale, che gli utenti possono poi spendere scansionando codici a barre messi a disposizione da ristoranti e altre attività. Da quando è stata avviata la sperimentazione, sono stati aperti più di 230 milioni di wallet personali e circa 18,8 milioni aziendali, anche se il divario con gli strumenti più utilizzati rimane ancora ampio.
Allo scorso novembre, il valore di tutte le transazioni effettuate tramite la valuta digitale risultava pari a 16.700 miliardi di yuan (2.100 miliardi di euro), una frazione dei 279.000 miliardi di yuan transati con le carte di pagamento tramite il sistema UnionPay nel solo 2025.
Negli ultimi mesi la promozione dello yuan digitale sembra però aver subito un’accelerazione. La novità più rilevante è arrivata a inizio 2026, con l’introduzione degli interessi sui risparmi detenuti in e- Cny: si tratta della prima valuta digitale emessa da una banca centrale a offrire questo incentivo. Il tasso è stato fissato allo 0,05 per cento annuo, in linea con il tasso di riferimento per i depositi presso le banche commerciali nazionali.
Nonostante i tempi di lunghi di gestazione, diversi osservatori ritengono che questa volta il Governo sembri voler fare sul serio, introducendo forti incentivi alle banche per favorire la diffusione dell’e-Cny, dopo aver più che raddoppiato il numero di istituti autorizzati a gestire lo yuan digitale, portandolo a ventidue.
Le mosse del Dragone
Dietro le decisioni di Pechino, non sembra esserci tanto l’intenzione di cambiare le abitudini dei residenti, già abituati a usare strumenti digitali come Alipay e WeChat Pay, quanto piuttosto quella di imporre uno strumento alternativo che possa essere usato nei pagamenti internazionali. Una necessità resa ancora più impellente dai cambiamenti del contesto internazionale negli ultimi mesi.
Da questo punto di vista, uno dei progetti che più ha attirato l’attenzione è mBridge, una piattaforma che punta a velocizzare i pagamenti internazionali usando valute digitali. Il suo sviluppo, che è stato portato avanti con il coinvolgimento delle banche centrali di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti, oltre che della Cina, e della Banca dei regolamenti internazionali (Bis), è stato accompagnato da critiche, in particolare da parte di chi riteneva che il sistema potesse essere usato per aggirare le sanzioni occidentali e, più in generale, il sistema del dollaro. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la Bis è stata spinta a ritirarsi dal progetto su pressioni degli Stati Uniti, che avrebbero considerato il progetto «una minaccia» per la possibilità che fosse usato «per evadere le sanzioni». Pressioni che l’allora presidente dell’organizzazione con sede a Basilea , Agustín Carstens, nega tuttavia di aver mai ricevuto.
L’uscita della Bis non ha impedito alle autorità cinesi di continuare a sviluppare la piattaforma, che promette di trasferire fondi da un Paese all’altro in pochi secondi, incoraggiandone l’utilizzo. A novembre la Banca centrale cinese ha detto che la rete, a cui aderiscono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Thailandia, ha gestito un totale di 4.047 transazioni per un equivalente di 387,2 miliardi di yuan (49,97 miliardi di euro). Ben il 95 per cento di queste operazioni erano in e-Cny.
A iniziative sperimentali come lo yuan digitale e mBridge se ne affiancano altre, più tradizionali, con cui la Cina cerca di ridurre la propria dipendenza da un sistema di pagamenti dominato da istituzioni occidentali e di assicurarsi l’accesso ai mercati internazionali anche nel caso di crisi.
Un esempio è la piattaforma di pagamenti Cross-Boder Interbank Payment System (Cips), promossa da Pechino come alternativa a Swift, il sistema più usato al mondo. Proprio negli scorsi mesi la piattaforma ha registrato un balzo record, in concomitanza con lo scoppio della guerra contro l’Iran. Nel mese successivo ai raid del 28 febbraio, il Cips ha gestito transazioni per circa 920 miliardi di yuan al giorno: un aumento del 35 per cento rispetto alla media del 2025, seguito a giugno dal secondo dato più alto di sempre.
Nonostante le dimensioni contenute della rete Cips, che copre 1.791 istituzioni rispetto alle 11.500 di Swift, il dato è comunque significativo. Non è l’unico infatti a indicare l’aumento dell’utilizzo dello yuan a livello internazionale.
A marzo la quota delle transazioni internazionali della Cina espresse yuan, che includono scambi di beni, servizi e strumenti finanziari, è salita al 56 per cento, riprendendo un trend di crescita interrotto nei mesi precedenti. Negli ultimi mesi lo yuan è stato la seconda valuta più utilizzata nei finanziamenti commerciali, anche se ben distante dal primato del dollaro, che secondo i dati Swift ha rappresentato l’80 per cento del valore delle operazioni rispetto all’8 per cento della valuta cinese. Un aumento in parte dettato dalla crescita dei pagamenti denominati in yuan per il petrolio e per i “pedaggi” imposti da Teheran nello Stretto di Hormuz.
Ma secondo gli esperti, citati da The Economist, queste operazioni non basterebbero da sole a giustificare un balzo di questa entità. Parte può essere legata all’uscita di capitali cinesi dalla regione del Golfo, all’introduzione di nuove regole che hanno reso il sistema Cips più flessibile e alla disponibilità di bassi tassi d’interesse, che hanno spinto molti investitori esteri a emettere obbligazioni “Panda” in Cina continentale o obbligazioni “dim sum” a Hong Kong.
Il motivo principale potrebbe essere legato però alla necessità di prevenire il rischio, diventato ancora più concreto di prima, di un’esclusione dai circuiti di pagamento tradizionali, che ha spinto molte economie emergenti a cercare alternative ai sistemi di pagamento legati ai Paesi occidentali. Una dinamica che finisce per minare, come osserva l’economista Paul Krugman, la capacità degli Stati Uniti di imporre sanzioni e dirigere i flussi finanziari globali, spuntando una delle armi più utilizzate da Washington.
Cripto-Trump
Per provare a limitare lo sviluppo di questi metodi di pagamento alternativi l’Amministrazione Trump ha cercato di usare le leve che ha a disposizione: da una parte tramite la minaccia di dazi e altre ritorsioni, dall’altra promuovendo una soluzione alternativa che continua a dipendere dal dollaro.
Poco dopo essere tornato alla presidenza, Donald Trump ha ribadito le minacce di imporre «dazi del 100%» ai Paesi che avrebbero tentato di «sostituire il potente dollaro statunitense» con nuove valute o sistemi di pagamento. Nei mesi successivi il Governo statunitense ha aperto un’indagine su possibili pratiche commerciali sleali da parte del Brasile, con particolare attenzione a Pix, nuovo strumento messo a disposizione dalla banca centrale brasiliana. Lanciato nel 2020, Pix è diventato in pochi anni il metodo di pagamento più diffuso nel Paese sudamericano, riducendo drasticamente l’uso del contante. L’inchiesta aperta da Washington ha portato alla proposta di imporre dazi al 25 per cento su Brasilia.
L’Amministrazione Trump ha anche preso posizione contro lo sviluppo di una moneta digitale come quella che si sta preparando a sperimentare la Banca Centrale Europea dall’anno prossimo. Concepito per rendere più efficienti i pagamenti, riducendo le commissioni sulle transazioni, l’euro digitale punta anche a ridurre la dipendenza da istituzioni statunitensi, oltre che da circuiti di pagamento privati, come Visa e Mastercard, che hanno sede negli Stati Uniti e da nuovi strumenti di pagamento digitale come quelli sviluppati da Apple e PayPal. A differenza che in Cina, il progetto non prevederà il pagamento degli interessi, nel timore che una concorrenza eccessiva ai depositi bancari possa pregiudicare la capacità delle banche di reperire fondi.
Nelle prime settimane del suo secondo mandato, Trump ha vietato esplicitamente la creazione di «dollari digitali» emessi dalla Federal Reserve, puntando invece sulle stablecoin. Una scelta confermata l’anno scorso anche dal Congresso, con l’approvazione del Genius Act con il sostegno di quasi la metà dei deputati democratici all’opposizione. La legge, che entrerà in vigore nel 2027, ha rappresentato un grande successo per l’industria delle criptovalute, che durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2024 ha donato più di 245 milioni di dollari per sostenere candidati favorevoli a questi strumenti.
Win-Win
A differenza di quanto avviene per altre criptovalute come i bitcoin, caratterizzate da forte volatilità, le società che emettono stablecoin promettono di mantenere il loro valore pari a quello di altre divise, tipicamente il dollaro.
Le principali società di stablecoin – Tether, che ha sede in El Salvador, e la statunitense Circle – promettono entrambe un cambio paritario con il dollaro: per poterlo garantire, detengono principalmente titoli del Tesoro statunitense e depositi bancari, anche se Tether ha acquistato alcuni strumenti a rendimento più elevato. Il totale raggiunge i 300 miliardi di dollari, circa l’1 per cento di tutti i titoli di Stato Usa in circolazione.
Secondo molti economisti, le stablecoin non possono essere considerate valute a tutti gli effetti, se non altro perché il loro valore si può discostare da quello della moneta che dovrebbero replicare. Come nel 2023, quando il valore della stablecoin di Circle è sceso a 88 centesimi dopo il fallimento di Silicon Valley Bank, in cui la società aveva depositato le proprie riserve. Queste caratteristiche denotano alcuni dei rischi che si accompagnano alla diffusione di questi strumenti, che alcuni esperti già paragonano a quel sistema di «shadow banking» accusato di aver fatto precipitare la crisi del 2008. Nel caso di una corsa agli sportelli virtuale, le società potrebbero infatti trovare difficoltà a rimborsare tutti gli investitori che vogliono cedere le proprie stablecoin, senza la garanzia di una qualche istituzione.
Per contenere alcuni di questi rischi le varie proposte per regolamentarle richiedono che le stablecoin siano rimborsate alla pari e siano coperte da titoli a basso rischio, oltre a impedire a chi emette stablecoin di pagare interessi, per evitare, anche in questo caso, che possano fare concorrenza ai depositi bancari.
Attualmente le stablecoin vengono utilizzate principalmente nello scambio di altre criptovalute. Molti ritengono però che possano rendere più efficienti i sistemi di pagamento e l’intermediazione finanziaria, oltre a consentire di effettuare transazioni all’estero al riparo da normative «onerose», come scrive la commentatrice Gillian Tett.
Rispetto a quanto avviene per i depositi bancari tradizionali, la titolarità delle stablecoin è anonima: la moneta appartiene a chiunque possieda la chiave numerica che lo identifica, registrata sul blockchain. Ma l’Amministrazione Trump ha messo in risalto altri benefici. Secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent, uno dei vantaggi è da trovare nello stimolo alla domanda per i titoli del debito pubblico statunitense. Oltre a consentire a milioni di utenti in tutto il mondo di accedere «all’economia digitale basata sul dollaro», secondo Bessent, la nuova domanda di titoli potrebbe infatti «ridurre i costi di indebitamento del Governo e contribuire a contenere il debito pubblico». Una «situazione “win-win” per tutti i soggetti coinvolti».