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Home » Esteri

Project 2025, David A. Graham a TPI: “Trump ha ambizioni autoritarie. Si comporta da bullo. Ma dietro c’è un programma preciso”

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

"Negli ultimi 30 anni la Casa bianca ha preso sempre più potere, il Congresso è intervenuto sempre meno. Ma nessuno è stato audace come Trump, e questo ha fatto la differenza". Il giornalista di The Atlantic ci spiega come il Project 2025 abbia ridisegnato gli equilibri di potere a Washington: "È il punto di partenza di un attacco all'equilibrio istituzionale, allo scopo di creare un esecutivo estremamente potente e di spostare il Paese a destra"

Quando Donald Trump è tornato per la seconda volta alla Casa bianca, le politiche del “Project 2025”, un programma da oltre mille pagine da cui si era dissociato in campagna elettorale, hanno iniziato a comparire, quasi alla lettera, nei suoi atti presidenziali, mentre la sua amministrazione cominciava ad assumere una serie di personaggi coinvolti nell’elaborazione di questo progetto ultraconservatore. Ordini esecutivi ricalcati sul “Project 2025”, un Congresso a maggioranza repubblicana troppo intimidito dall’inquilino della Casa bianca per difendere i propri poteri, agenzie indipendenti trasformate in bracci politici dell’amministrazione e un presidente che non esita a trarre profitti personali dalla propria posizione: oltre un anno dopo l’inizio del secondo mandato di Trump alla guida degli Usa, questo programma ha già ridisegnato gli equilibri di potere a Washington e non solo.
«È il punto di partenza di un attacco al sistema di governo così come lo conosciamo e all’equilibrio tra poteri e un tentativo di creare un esecutivo estremamente potente», ha spiegato a TPI David A. Graham, firma della rivista The Atlantic, vincitore del Toner Prize 2021 per la copertura delle presidenziali del 2020 e autore di un libro dedicato al progetto, edito in Italia da Chiarelettere. Il piano, ci ha spiegato Graham, ha già piegato il Congresso e i tribunali, lasciando agli elettori l’unico argine rimasto contro le pulsioni autoritarie del presidente, ma i suoi ideatori sembrano pronti a perdere le prossime elezioni di novembre pur di spostare il Paese definitivamente a destra. «Non so come si potrà invertire la rotta», ci ha confidato il cronista statunitense. «Persino se i Repubblicani dovessero perdere il potere».
In che modo il “Project 2025” sta cambiando gli Stati Uniti?
«È il punto di partenza di un attacco al sistema di governo così come lo conosciamo e all’equilibrio tra poteri e un tentativo di creare un esecutivo estremamente potente».
Ci fa qualche esempio?
«Esistono molti esempi, ma per semplicità li dividerei in vari gruppi. Il primo riguarda gli ordini esecutivi, soprattutto quelli emessi nelle primissime fasi della seconda amministrazione Trump. Quelli riguardanti, ad esempio, i diritti delle persone transgender e le politiche educative: sono state emanate diverse decine di questi provvedimenti nei primi giorni e nelle prime settimane dopo il suo ritorno alla Casa bianca, molti ripresi quasi integralmente dal testo del “Project 2025”. Un secondo gruppo riguarda invece il tentativo di aggirare il Congresso ed evitare il sistema di pesi e contrappesi. L’idea, ad esempio, che l’esecutivo potesse spendere risorse senza l’autorizzazione parlamentare; o rifiutarsi di erogare fondi stanziati dal Congresso o semplicemente non rispettarne l’autorità. Un atteggiamento confermato dalla Casa bianca quando ha fatto sapere di non aver bisogno dell’autorizzazione del Congresso per la guerra in Iran. Il terzo gruppo di politiche derivanti dal “Project 2025” concerne infine la funzione stessa dell’esecutivo. Il controllo delle agenzie di regolamentazione, tradizionalmente indipendenti, è stato affidato a persone vicine al governo, trasformandole così in un braccio politico dell’amministrazione. Abbiamo anche assistito al licenziamento di funzionari di alto livello e alla politicizzazione dei relativi casi. Il presidente ha sfruttato gli attacchi alle istituzioni come strumenti di potere».
Trump sembra governare attraverso social media e decreti esecutivi. Cosa significa per la democrazia negli Usa?
«È molto pericoloso perché così non si può avere né un governo né un processo decisionale stabili. Da un lato, ripensando a quanto accaduto negli ultimi mesi, il suo rifiuto di rispettare le istituzioni e lo stato di diritto gli ha permesso di garantirsi risultati che altri presidenti prima di lui non avevano ottenuto e di impadronirsi di maggior potere. Dall’altro lato però, tutto questo può ritorcersi contro Trump e la guerra all’Iran ne è un ottimo esempio».
Perché?
«Non ha seguito nessuna delle procedure standard e il risultato è un conflitto andato male, a cui nessuno sembra davvero avere il potere di mettere fine, incluso Trump. Insomma, ha di fatto bloccato tutti i procedimenti ordinari. Questo significa che se un presidente si lancia in un’iniziativa impopolare, nessuno ha il potere di fermarlo. Il Congresso, ad esempio, è stato incapace o non è stato disposto a fare nulla e nemmeno i tribunali. È molto difficile tutelare la responsabilità politica e la democrazia, se il presidente non risponde a nessuno».
Che fine ha fatto il sistema di pesi e contrappesi?
«Il Congresso è debole da molto tempo. Chi ha elaborato il “Project 2025” ha capito che bastava recuperare quei poteri che in qualche modo erano già stati ceduti all’esecutivo e potenziarli al massimo. Negli ultimi 30 anni abbiamo visto presidenti ottenere sempre più potere e il Congresso intervenire sempre meno. Ma nessuno è stato così audace come Trump e questo ha fatto la differenza».
Come?
«Trump ha così efficacemente intimidito i membri repubblicani del Congresso, che questi non sono più disposti a tenergli testa. Nemmeno per difendere i propri poteri. Mi aspettavo che i Repubblicani si sarebbero allineati al presidente, ma credevo che avrebbero difeso le proprie prerogative. Invece non hanno fatto neanche questo».
Per quale motivo?
«Temo sia dovuto, da una parte, alla polarizzazione politica e, dall’altra, alla revisione dei distretti elettorali, che permette ai membri del Congresso di non dover rendere conto più di tanto agli elettori. La maggior parte dei seggi sono ormai “al sicuro”. Ma una volta indebolito il Congresso, si possono fare tante cose».
Ad esempio?
«Prendiamo il caso delle agenzie di regolamentazione. Il Congresso aveva legiferato in modo che queste ultime funzionassero in maniera indipendente: il presidente nomina i vertici ma poi queste agiscono per conto proprio. Trump però ha scardinato questa prassi e ora il Congresso è troppo debole per intervenire».
Possono intervenire i tribunali?
«Ma con la magistratura è lo stesso. Trump ha nominato molti giudici, che sono strettamente allineati alle sue politiche. Persino più che alla legge, tanto che è riuscito ad attaccare lo stato di diritto da tutte le direzioni. L’ultima forma di controllo rimasta è affidata agli elettori».
Che succederà a novembre?
«Trump è molto impopolare e sembra che i Repubblicani se la caveranno male. Ma resta l’ultimo argine, mentre tra un’elezione e l’altra ogni altra forma di questo sistema di pesi e contrappesi sembra non funzionare più».
Trump però ha spinto gli Stati governati dai Repubblicani a ridisegnare i distretti elettorali e la Corte Suprema ha di fatto svuotato le tutele di voto per le minoranze. Il “gerrymandering” può cambiare il panorama politico negli Usa?
«Sì perché è diventato molto più aggressivo rispetto al passato. Allora la paura di incappare in giudizi di incostituzionalità per motivi di discriminazione razziale frenava il “gerrymandering”, ma ora non più. Inoltre, in passato, i politici temevano di essere accusati di voler favorire il proprio partito, sia dagli elettori sia in tribunale. Ora invece queste pratiche stanno diventando sempre più estreme. È una sorta di circolo vizioso molto preoccupante. I politici che ridisegnano i distretti elettorali a proprio favore non possono essere estromessi dal proprio incarico perché non possono essere sconfitti, visto che i loro seggi non sono più contendibili. Se nemmeno i tribunali intervengono, è difficile tornare indietro».
Con quali effetti?
«La polarizzazione e la partigianeria politica saranno ancora più forti di prima. Andiamo verso un periodo in cui gli stati a maggioranza repubblicana cercheranno di conquistare tutti i distretti che votano per i Democratici e viceversa. Alcuni Dem chiedono, ad esempio, che la California disegni una mappa elettorale interamente a maggioranza democratica. Così però rischiamo di arrivare a una sorta di stallo».
Il Congresso potrebbe intervenire, teoricamente.
«Potrebbe ma in questo momento, ripeto, il Congresso è incapace di fare alcunché. Non so davvero come possa andare a finire».
Trump, da parte sua, ha proposto il “SAVE America Act” per impedire, sostiene, frodi elettorali.
«Persino il presidente è conscio di quanto sia improbabile un’approvazione di questa proposta al Congresso. Ai Repubblicani stessi non piace, ed è uno dei motivi per cui, in questo caso, abbiamo visto il procedimento legislativo andare così a rilento. Sebbene, per paura di Trump, non siano disposti ad ammettere pubblicamente la propria contrarietà a questa proposta, non la voteranno. Anche perché, da un lato, vuole risolvere problemi che non esistono, dall’altro, ne crea altri».
Come?
«Nonostante anni di ricerche, non ci sono prove di un voto illegale diffuso o di immigrati senza la cittadinanza che votano. Costringere poi le persone a dimostrare la propria cittadinanza prima delle elezioni, causerebbe seri problemi ai singoli stati. Tanto che, a livello statale, molti Repubblicani hanno denunciato la pericolosità di questa proposta e l’impossibilità di attuarla prima del voto di novembre».
Se non c’è possibilità che venga approvata, a che scopo proporla?
«L’interesse di Trump è sempre stato gettare dubbi sulla regolarità delle elezioni».
Punta quindi a scoraggiare il voto?
«Sta perdendo il sonno nel tentativo di creare il panico e non lo fa solo per scoraggiare le persone dall’andare a votare. Ma anche perché, se le elezioni di novembre dovessero andargli male, potrà sempre dire che sono state viziate da frodi e tentare di farle annullare. Lo abbiamo visto provare a ribaltare i risultati delle presidenziali del 2020 e abbiamo assistito ai tentativi dei Repubblicani di far annullare i voti dopo alcune tornate elettorali a livello statale. Non mi sorprenderebbe vedere tentativi simili dopo le elezioni di novembre».
Non è un rischio per la sua stessa amministrazione?
L’eccesso di potere è sempre un problema per i politici ed è proprio quello che sta succedendo negli Stati Uniti. La domanda è chi ne risentirà di più. Il caos generato da questa amministrazione è pericoloso per lo stesso Trump, la cui popolarità è in calo, ma lo è anche per i Repubblicani. Credo però che le persone coinvolte nel “Project 2025” siano disposte a correre il rischio».
Perché?
«Hanno una visione apocalittica e temono che questa sia la loro ultima possibilità di “salvare l’America”, come dicono. Per questo sono anche disposti a rischiare il collasso del sistema e la sconfitta politica. Sanno quanto le loro iniziative siano impopolari. Nel 2024, la Heritage Foundation, un ente storicamente vicino alla loro sensibilità, condusse una serie di sondaggi che riscontrarono una forte avversione tra gli elettori a queste politiche. Ma i promotori ritengono comunque che siano necessarie al Paese. Sono dei “veri credenti”, in questo senso».
Qual è l’obiettivo?
«Sperano di provocare un cambiamento tale all’interno del sistema da avviare un irreversibile spostamento a destra del Paese. Temo che per molti versi potrebbero avere ragione, anche se dovessero uscire sconfitti dalle elezioni di novembre o dalle presidenziali del 2028. Non so come si potrà invertire la rotta, persino se i Repubblicani dovessero perdere il potere».
Su The Atlantic, ha denunciato una “evoluzione della corruzione” sotto Trump, che “non si lascia più intimidire dalle reazioni negative”.
«Negli scandali di corruzione a cui abbiamo assistito durante il suo primo mandato, Trump faceva pagare il Secret Service per far soggiornare gli agenti nei suoi resort. Lo stesso accadeva con il suo vicepresidente Mike Pence. Oppure società e diplomatici stranieri prenotavano nel suo hotel a Washington per ingraziarselo. Parliamo di piccoli metodi meschini per sfruttare la propria posizione. Ma in confronto a oggi sembra niente. Il New Yorker ha calcolato che, nel primo anno del suo secondo mandato, il presidente e la sua famiglia hanno guadagnato 3,4 miliardi di dollari. Il tutto grazie alle speculazioni in criptovalute, alla vendita di grazie presidenziali e ad affari immobiliari conclusi in Paesi con cui gli Stati Uniti sono in trattative e in cui sono coinvolti membri della sua famiglia».
C’è un problema di conflitto di interessi, che Trump però nega.
«Una volta, negli Stati Uniti, certe tradizioni venivano rispettate. Ad esempio, i presidenti rinunciavano a qualsiasi controllo sui propri interessi e attività, perché era la cosa giusta da fare. Ma Trump semplicemente si rifiuta di farlo e non c’è una legge che possa obbligarlo. Oggi stiamo assistendo al fallimento di questo tipo di limitazioni informali».
Eppure gli scandali non sembrano sortire effetti politici.
«Durante il suo primo mandato, Trump doveva fronteggiare una maggiore opposizione interna ai Repubblicani, che erano disposti a denunciare questi comportamenti sbagliati. Nel secondo però, sempre più membri del partito gli si sono asserviti. Chi gli si opponeva si è ritirato oppure è stato costretto a lasciare l’incarico. Molti, semplicemente, hanno deciso che non è nel loro interesse criticarlo. Così, anche quando i Democratici o la stampa fanno molto rumore al riguardo, non succede nulla. Avremmo bisogno, invece, di una reazione bipartisan. Ma, in assenza di una vera opposizione politica e di adeguati obblighi legali, Trump ha colto la sua opportunità».
Il presidente non perde occasione per prendersela con giornali e tv, trascinando anche diverse testate in tribunale. Qual è lo stato di salute della libertà di stampa negli Usa?
«Credo che la libertà di stampa in America sia minacciata. È però interessante vedere chi scende a compromessi e chi no. Alcune testate sono disposte a combattere, in particolare giornali e riviste cartacei come il New York Times, il Wall Street Journal e The Atlantic. Il giornalismo radiotelevisivo, forse, è più fragile, anche perché l’amministrazione è arrivata a minacciare la revoca delle autorizzazioni all’uso delle frequenze. Inoltre, queste emittenti sono spesso di proprietà di grandi aziende, che hanno altri interessi commerciali da difendere. Così l’ABC, di proprietà della Disney, ha preferito raggiungere un accordo per evitare di veder minacciate altre attività del gruppo. È un abuso di potere da parte dell’amministrazione, ma è comprensibile che la proprietà voglia minimizzare i rischi dal punto di vista aziendale. Quello che mi preoccupa di più però non è l’effetto sulle grandi testate».
Cos’altro?
«Mi preoccupa che i giornalisti vengano intimiditi e possano essere dissuasi dal fare il proprio lavoro. Temo che Trump possa alzare a tal punto il tiro che i cronisti semplicemente potrebbero finire per non approfondire più certe storie. Ci sono ancora ottimi giornalisti negli Stati Uniti, ma certamente la stampa non è più libera come lo era cinque anni fa».
C’è un rischio autoritarismo negli Usa come in Europa nel XX secolo?
«Ogni Paese, in ogni epoca, deve affrontare problemi specifici. Ma è importante guardare al passato per cercare di capire come le istituzioni possono fallire e dove e come si può reagire. Le ambizioni di Trump sono chiaramente autoritarie, d’altronde ha ammesso di sentirsi limitato soltanto dalla sua “morale personale”. Ha attaccato i tribunali, ha rifiutato l’autorità del Congresso, ha persino dichiarato che dovrebbe essere illegale criticarlo. Sono tutte azioni autoritarie, eppure non so quanto sia davvero forte. Credo anzi che nasconda una debolezza dentro di sé. Molto di questo suo comportamento è una forma di bullismo e i bulli sono spesso deboli dentro. Qualcuno però deve pur tenergli testa».

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