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Home » Esteri

Così Trump ha trasformato il Venezuela in una colonia petrolifera degli Usa

Immagine di copertina
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

Prima le sanzioni. Poi l’arresto di Maduro e il blocco di miliardi di proventi del greggio, versati in conti gestiti direttamente dagli Usa. Quindi il terremoto che ha provocato migliaia di vittime. Ma per ogni dollaro di aiuti, Washington ne aveva già trattenuti quasi 19

Mentre Nicolás Maduro attende il processo a New York, il Venezuela è un Paese che conta le proprie macerie su tre fronti simultanei: quelle fisiche del devastante terremoto dello scorso 24 giugno  — oltre 2.600 morti, interi quartieri di Caracas e La Guaira rasi al suolo, danni stimati in 37 miliardi di dollari — quelle economiche di un Pil crollato di tre quarti in sette anni, e quelle politiche di una transizione che, a mesi dall’intervento americano, non è ancora tale. Il petrolio, che un secolo fa prometteva di fare del Venezuela la nazione più ricca del Sud America, si è rivelato ancora una volta la sua maledizione. Le riserve più grandi del pianeta non hanno mai prodotto prosperità duratura, ma hanno attirato su di sé ogni forma di predazione, interna ed esterna. Oggi quel petrolio non finanzia né i sogni della rivoluzione bolivariana né i servizi essenziali per una popolazione stremata. Fluisce verso nord, venduto a prezzo di mercato per alimentare i fondi gestiti dalla Casa bianca, mentre a Caracas si aspetta di capire quali decisioni verranno dettate dai nuovi padroni. Ma come si è arrivati a questo punto?

L’operazione
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, più di 150 aerei militari americani sorvolano Caracas. Trump dirà poi di aver fatto spegnere le luci della città grazie a «una certa competenza che abbiamo». I commando della Delta Force fanno saltare le porte del bunker presidenziale in tre minuti. Maduro tenta di raggiungere un’ultima stanza blindata. Non ce la fa. Poche ore dopo è su un volo militare per New York, con gli occhi bendati e le manette ai polsi. «L’ho guardata come se stessi guardando uno show televisivo», commenterà Trump. L’operazione, denominata “Absolute Resolve”, è il più grande intervento militare americano in America Latina dai tempi della Guerra fredda, condotto senza consultare il Congresso. Il presidente brasiliano Lula da Silva scrive su X che «i bombardamenti in territorio venezuelano e la cattura del suo presidente superano una linea inaccettabile». Amnesty International, in un comunicato del 3 febbraio 2026, non usa mezze misure. La segretaria generale Agnès Callamard scrive che l’operazione «costituisce una chiara violazione della Carta dell’Onu. È un atto di aggressione che mette in pericolo i civili e smantella le garanzie del diritto internazionale». E aggiunge: «Non solo l’uso della forza da parte dell’amministrazione Trump era illegale, ma potrebbe incoraggiare azioni analoghe da parte di altri stati e preannunciare future azioni simili degli Usa». Callamard non risparmia nemmeno il governo Maduro — Amnesty documenta crimini contro l’umanità in Venezuela dal 2014 — ma la condanna dell’intervento americano è netta: «Due torti non fanno una ragione. Deve esserci piena responsabilità per l’attacco illegale degli Stati Uniti al Venezuela, e per i crimini di diritto internazionale commessi dalle autorità venezuelane».

“Gestirò io quei soldi”
Il 7 gennaio, quattro giorni dopo l’arresto, Trump pubblica un post su Truth Social. Annuncia, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statunitense Associated Press, che il Venezuela consegnerà agli Stati Uniti tra i 30 e i 50 milioni di barili di greggio. Con il petrolio che quota circa 56 dollari al barile, si tratta di una cifra che può arrivare a 2,8 miliardi di dollari. Il Sole 24 Ore riporta la frase chiave del post: il petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato «sarà gestito da me, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America». Il 9 gennaio, la Casa Bianca formalizza tutto con un decreto presidenziale che blocca i fondi derivanti dalla vendita del petrolio venezuelano in conti del Tesoro americano. Quei soldi non possono essere spostati senza l’autorizzazione del Segretario di Stato. La portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt aveva già detto tutto ai giornalisti, come riportato da Politico: le decisioni del governo ad interim venezuelano «saranno dettate dagli Stati Uniti». Qui non si parla di transizione democratica ma di controllo di un nuovo territorio.

Vent’anni per arrivare qui
La cattura di Maduro potrebbe sembrare un colpo di testa ma non lo è. È invece l’atto finale di un processo di logoramento durato anni, in cui le sanzioni economiche hanno fatto il lavoro sporco prima che arrivassero i militari. Negli anni Novanta, il Venezuela era una delle principali potenze petrolifere del mondo, con una produzione che sfiorava i 3,4 milioni di barili al giorno. Quando Maduro salì al potere nel 2013, il Paese esportava ancora oltre 800mila barili al giorno verso gli Stati Uniti. All’inizio del 2026, secondo i dati della Columbia University, quelle esportazioni erano crollate a 120mila barili al giorno. La produzione totale faticava a superare il milione, con gran parte del greggio venduto sottocosto alla Cina attraverso flotte fantasma per aggirare l’embargo. Le sanzioni americane, inasprite sistematicamente dal 2019, hanno impedito al Venezuela di comprare i diluenti necessari per raffinare il suo greggio pesante, di accedere ai mercati finanziari internazionali, di attrarre qualsiasi investimento estero nel settore energetico. Il risultato, secondo il Council on Foreign Relations, è stato un crollo del Pil di quasi tre quarti tra il 2014 e il 2021, un’inflazione che nel 2018 ha raggiunto il 130mila per cento annuo e la fuga di quasi 8 milioni di persone — la più grande crisi di rifugiati nella storia recente dell’emisfero occidentale, superiore per dimensioni a quella siriana al suo picco, secondo i dati dell’Unhcr. Oltre l’80 per cento della popolazione è scivolata sotto la soglia della povertà estrema. Un Paese che aveva le riserve petrolifere più grandi del pianeta — più dell’Arabia Saudita — non riusciva più a garantire medicine, acqua corrente, cibo nei supermercati. Questo è il contesto in cui arriva “Absolute Resolve”: non un intervento improvvisato, ma il coronamento di una strategia costruita nel tempo.

Gli spiccioli per il sisma
Il 24 giugno 2026, alle 18:04 ora locale, il suolo del Venezuela trema per la prima volta. Trentanove secondi dopo, trema di nuovo, più forte. Due scosse in sequenza — magnitudo 7.2 e 7.5 — lungo la faglia di San Sebastián, a ovest di Caracas, a una profondità di appena dieci chilometri. La rottura si propaga verso est a tre chilometri al secondo, dura più di novanta secondi e raggiunge la costa di La Guaira, il porto della capitale. È il sisma più potente che abbia colpito il Venezuela dal 1900. I palazzi di La Guaira crollano come tessere di domino. A Caracas, interi quartieri residenziali — Los Palos Grandes, Catia, El Valle — si ritrovano con le facciate squarciate e i piani superiori collassati su quelli inferiori. Le immagini fanno il giro del mondo. Secondo i dati confermati dall’Onu, i morti accertati superano i 2.600, i feriti sono oltre 12.600, e decine di migliaia di persone risultano disperse. I danni diretti vengono stimati in 37 miliardi di dollari — una cifra che, per un Paese già in ginocchio, equivale a un colpo mortale. La risposta internazionale è massiccia: secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters, in poche ore arrivano squadre di soccorso da El Salvador, Messico, Spagna, Svizzera, India, Germania, Colombia, Ecuador, Francia e Italia. L’Onu mobilita 25 team con mille persone. Gli Stati Uniti annunciano 150 milioni di dollari in aiuti d’emergenza — 50 milioni per il Programma Alimentare Mondiale e l’International Medical Corps, altri 100 milioni in un fondo comune dell’Onu — e inviano squadre di soccorso con supporto logistico militare.  Una proporzione difficile da ignorare: 150 milioni di dollari in aiuti, contro 2,8 miliardi di dollari in petrolio già sequestrato e bloccato in conti americani. Per ogni dollaro inviato dopo il terremoto, gli Stati Uniti avevano già trattenuto quasi 19 dollari di ricchezza venezuelana. E la ricostruzione — stimata in decine di miliardi — dovrà essere finanziata con risorse che Washington controlla e che, per decreto presidenziale, non possono essere spostate senza l’autorizzazione del Segretario di Stato americano. Delcy Rodriguez, che nel frattempo gestisce sia la crisi politica che quella sismica, difende pubblicamente la risposta del governo al terremoto, come riportato dall’agenzia di stampa britannica Reuters il 3 luglio. Ma la domanda che non viene posta apertamente è un’altra: chi decide come vengono spesi i soldi per ricostruire un Paese il cui petrolio è gestito da Washington?

L’ombra dell’Iraq
«Il Venezuela pagherà la propria ricostruzione con il petrolio». La frase suona familiare. Vent’anni prima, quasi parola per parola, l’amministrazione Bush disse la stessa cosa sull’Iraq. Come ha scritto l’economista Dean Baker sul sito del Center for Economic and Policy Research, la differenza tra i due casi non sta nella logica dell’intervento, ma nella sua franchezza: in Iraq il controllo del petrolio era mediato da contratti con le grandi compagnie e da una retorica di ricostruzione; in Venezuela è esplicito, immediato, codificato per decreto. Trump non ha nemmeno aspettato che si formasse un governo di transizione. Ha sequestrato i fondi prima ancora che Maduro arrivasse in tribunale. L’America Latina ha una lunga storia di interventi americani a tutela di interessi economici, dal Guatemala del 1954 al Cile del 1973. Ma questa operazione è diversa. Non si tratta di sostenere un colpo di stato o di imporre sanzioni finché il regime cade da solo. Si tratta di entrare con i militari, portare via il presidente in manette e firmare un decreto che mette il petrolio del Paese in un conto controllato da Washington. L’intervento è avvenuto esattamente 36 anni dopo l’arresto di Manuel Noriega in Panama: l’ultimo precedente diretto di un cambio di regime americano in America Latina.

Un precedente pericoloso
Che Maduro fosse un dittatore nessuno può negarlo. Il suo governo ha arrestato oppositori, torturato detenuti, manipolato le elezioni presidenziali del 2024. María Corina Machado, la leader dell’opposizione premiata con il Nobel per la pace, aveva vinto le primarie con un margine schiacciante e si era vista negare il diritto di candidarsi. Molti venezuelani hanno accolto la notizia della cattura con sollievo, o almeno con speranza. Ma la reazione internazionale ha dimostrato che il metodo scelto da Trump spaventa quanto il regime che ha abbattuto. Il presidente del Brasile Lula da Silva ha parlato di «precedente estremamente pericoloso per l’intera comunità internazionale». Gli esperti dell’Onu hanno condannato l’operazione come violazione della Carta. Amnesty International ha dedicato un lungo documento all’analisi giuridica dell’intervento. La segretaria generale dell’ong Agnés Callamard scrive che la retorica di Trump — «gestire» il Venezuela e controllarne il petrolio — «accelera lo smantellamento delle regole del diritto internazionale progettate per proteggere i civili e prevenire i conflitti». Il punto che Amnesty sottolinea con più forza è il precedente che si è venuto a creare: da quando ha attaccato il Venezuela, Trump ha minacciato l’uso della forza militare contro Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran e Messico. «Questi sono sforzi calcolati per normalizzare un approccio ‘la forza fa il diritto’ agli affari esteri». Quanto alla giustificazione ufficiale — la lotta al narcotraffico — Amnesty è lapidaria: «Nessuna etichetta può trasformare un bombardamento in ‘applicazione della legge’. I fatti, non la retorica politica, determinano il diritto applicabile». Se l’obiettivo fosse stato davvero liberare il popolo venezuelano, il controllo delle risorse nazionali sarebbe stato restituito subito a un governo di transizione sovrano. Invece, la ricchezza del Paese è finita in un conto bloccato a Washington, in attesa delle istruzioni del Segretario di Stato americano su come e quando distribuirla. La parola “colonia” ha una storia precisa. Evoca il Congo di Leopoldo II, l’India della Compagnia delle Indie Orientali. Accostare quella parola agli Stati Uniti del 2026 può sembrare eccessivo. Ma quando la portavoce della Casa bianca usa il verbo “dettare” per descrivere il rapporto tra Washington e Caracas, e quando il presidente americano dichiara di gestire personalmente i proventi del petrolio di un altro Paese, la distanza tra quella storia e questo presente si riduce in modo scomodo.

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