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La sentenza storica contro Big Tech: Meta e YouTube di Google condannate negli Usa perché le loro piattaforme provocano dipendenza dai social

Immagine di copertina
Credit: Berke Citak / Unsplash

Una giuria di Los Angeles ha emesso il primo verdetto della storia contro i colossi della tecnologia per i danni arrecati da Instagram e YouTube alla salute mentale di una giovane statunitense, fissando un risarcimento complessivo di tre milioni di dollari. Le aziende hanno già annunciato ricorso. Ma questo è solo il primo di migliaia di casi simili negli Usa

Kaley G. M. aveva solo sei anni quando ha iniziato a usare YouTube e a nove aveva già aperto un profilo su Instagram. Prima di finire le elementari aveva pubblicato 284 video online e all’età di 16 anni trascorreva fino a 16 ore al giorno sui social. Oggi ne ha 20, ha fatto causa a Meta e Google per i danni arrecati alla sua salute mentale dalla dipendenza sviluppata su queste piattaforme e ha vinto. Le aziende, condannate a pagare alla giovane un risarcimento complessivo di tre milioni di dollari, hanno già annunciato ricorso ma il suo è solo il primo di migliaia di casi simili aperti negli Stati Uniti.
La sentenza pronunciata ieri, 25 marzo, da una giuria di Los Angeles è la prima del genere mai emessa negli Usa. Il verdetto, raggiunto dopo oltre otto giorni di camera di consiglio al termine di un processo durato sette settimane, riconosce le due società colpevoli di negligenza nella progettazione delle proprie piattaforme e stabilisce che, pur essendo consapevoli dei rischi per la salute, non hanno mai messo in guardia gli utenti, causando danni concreti alla querelante. Il risarcimento complessivo ammonta a tre milioni di dollari, di cui 2,1 milioni a carico di Meta e 900mila di YouTube. La giuria ha infatti attribuito al colosso fondato da Mark Zuckerberg il 70% della responsabilità e il restante 30% alla piattaforma video di Google.

La storia di Kaley
La querelante, identificata solo con il suo nome di battesimo Kaley o con le iniziali KGM in quanto minorenne all’epoca dei fatti oggetto del procedimento, aveva trascinato in giudizio, insieme a sua madre, Meta, YouTube, Snapchat e TikTok, accusando le rispettive piattaforme di essere responsabili della sua dipendenza dai contenuti online, sviluppata sin da bambina, causandole ansia, dismorfofobia e pensieri suicidi. Ma se prima dell’inizio del dibattimento Snapchat e TikTok hanno scelto di addivenire a un accordo stragiudiziale con la querelante, Meta e YouTube hanno scelto di far decidere alla giuria.
Cresciuta in una famiglia difficile, come è emerso nel corso del procedimento, Kaley non ha avuto un’infanzia idilliaca. Sua madre ha divorziato dal padre violento nel 2005, quando aveva tre anni, e ha cresciuto i suoi tre figli per lo più da sola. La querelante ha cominciato a usare YouTube nel 2011, a soli sei anni, e Instagram nel 2014, a nove. Prima di finire le scuole elementari aveva già pubblicato 284 video online. A 16 anni, in un singolo giorno del marzo 2022, ha trascorso più di 16 ore scrollando video e foto su Instagram. Sua madre aveva tentato di limitarne l’uso attraverso un software di controllo parentale e vari blocchi, senza mai riuscirci. In aula, la giovane ha raccontato come questa dipendenza condizioni ancora oggi la sua vita adulta: spesso si allontana dal lavoro per consultare i social e trascorre ore a modificare la propria immagine con i filtri delle app.

La versione della querelante
Il processo si è aperto il 9 febbraio presso il tribunale statale di Los Angeles. L’avvocato di Kaley, Mark Lanier, ha definito Instagram e YouTube dei veri e propri “casinò digitali”, sostenendo che la funzione di scorrimento infinito generi picchi di dopamina che innescano meccanismi di dipendenza. “Per una bambina come Kaley, strisciare il dito sullo schermo era come girare la leva di una slot machine”, ha dichiarato Lanier alla giuria. “Solo che non lo faceva per i soldi ma per la stimolazione mentale”.
A sostegno della tesi, il legale della querelante ha presentato una serie di documenti interni delle due società. Un estratto di una strategia di Meta, risalente a dieci anni fa, affermava esplicitamente che per avere “grande successo tra gli adolescenti” bisognava “attirarli quando erano ancora preadolescenti”. Un documento interno di YouTube, invece, suggeriva di posizionare la piattaforma come una sorta di baby-sitter digitale. Altri dati sono emersi nel corso del dibattimento su come Meta avesse scelto di mantenere attivi i filtri di bellezza, quelli che alterano il viso in tempo reale, nonostante almeno 18 esperti e diversi dipendenti avessero sollevato preoccupazioni sui potenziali danni per gli utenti.
L’avvocato Lanier quindi ha paragonato il pulsante “Mi piace”, presente sulle piattaforme, a una “dose chimica” di approvazione per adolescenti in cerca di conferma, citando anche uno studio interno di Meta denominato “Project Myst”, che avrebbe rilevato come i bambini già esposti a “effetti negativi” fossero più inclini a sviluppare dipendenza da Instagram e come i genitori fossero di fatto impotenti di fronte a tale comportamento.

La versione della difesa
Gli avvocati di Meta e Google invece hanno imboccato strade diverse. Paul Schmidt, legale di Meta, ha puntato sul contesto familiare in cui è cresciuta la querelante: Kaley ha avuto un’infanzia segnata, con una madre single che cresceva tre figli dopo un divorzio da un marito violento. I suoi terapeuti, ha sostenuto l’avvocato, non avevano mai indicato i social media come causa principale del suo disagio. Uno di loro ha testimoniato di non ricordare che Instagram fosse “il filo conduttore dei problemi principali” di Kaley. Un’altra terapeuta ha invece riferito che la ragazza stessa le aveva detto di aver intentato causa perché “lo voleva sua madre”.
Il legale della querelante, Lanier, ha risposto rovesciando l’argomento, affermando che le pregresse fragilità di Kaley non riducevano la responsabilità delle aziende citate, semmai la aggravavano. Una bambina in difficoltà, secondo l’avvocato Lanier, è proprio il tipo di utente che un sistema progettato per massimizzare il coinvolgimento riesce a intrappolare più facilmente.
I legali di YouTube invece hanno giocato la carta dei dati. L’avvocato, Luis Li, ha iniziato la sua arringa di apertura del processo con una semplice affermazione: “Vado subito al sodo: la signora GM, Kaley GM, non è dipendente da YouTube”. Il legale ha mostrato alla giuria che dal 2020 Kaley utilizzava la piattaforma in media 29 minuti al giorno. “Meno di un programma televisivo medio”, ha precisato Li. La funzione di riproduzione automatica, ha poi sottolineato il legale di YouTube, intratteneva la giovane per appena quattro minuti al giorno. “Lo scorrimento infinito non è infinito”, ha rimarcato Li durante il processo. “Il suo comportamento non sembra quello di una persona dipendente”. L’avvocato della querelante ha però replicato con una spiegazione semplice: quei dati erano parziali perché Kaley aveva cancellato la cronologia del suo account e, come molti utenti, usava spesso la piattaforma senza essere connessa al proprio profilo.
Intanto sul banco dei testimoni sono saliti i vertici delle due aziende: Mark Zuckerberg, fondatore e amministratore delegato di Meta; Adam Mosseri, direttore di Instagram; e Cristos Goodrow, vicepresidente del reparto ingegneria di YouTube. Se Mosseri ha riconosciuto che l’uso dei social può essere “problematico”, ha però escluso possano causare una vera dipendenza clinica. Goodrow invece ha dichiarato che persino i suoi figli usano YouTube per diverse ore ogni giorno, ritenendo questo fatto “positivo”. Da parte sua Zuckerberg ha accusato il legale della querelante di travisare il funzionamento di Meta, affermando che i presunti “obiettivi” dell’azienda, citati da Lanier, per aumentare i minuti che gli utenti trascorrevano ogni giorno sulle app, erano solo metriche legate alla competitività, e attribuendo l’aumento dell’engagement degli iscritti alle sue piattaforme al “valore” dei servizi offerti. “Le persone modulano il loro tempo in modo naturale in base a ciò che giudicano prezioso”, ha detto il fondatore e amministratore delegato di Meta durante il processo.

Un verdetto storico
Alla lettura della sentenza in aula erano presenti sia Kaley che sua madre, insieme ai genitori di altri adolescenti che accusano le Big Tech di aver provocato loro danni simili. La speranza è che questa convinca il Congresso degli Stati Uniti ad approvare una legislazione più stringente in materia di sicurezza online. Meta e YouTube però hanno entrambe annunciato ricorso.
“Non condividiamo la sentenza”, ha detto un portavoce dell’azienda di Zuckerberg. “La salute mentale degli adolescenti è profondamente complessa e non può essere ricondotta a una singola app”, ha commentato invece il portavoce di Google, José Castañeda, secondo cui questo caso “travisa la natura di YouTube, una piattaforma di streaming costruita in modo responsabile, non un social network”.
Ma il caso di Kaley è solo il primo ad arrivare davanti a una giuria di oltre 1.500 procedimenti simili in tutti gli Stati Uniti. Questo precedente non vincola automaticamente l’esito degli altri processi ma potrebbe orientarli significativamente. Una serie di ripetute sconfitte in tribunale potrebbero infatti costringere le grandi piattaforme a rivedere il proprio funzionamento, soprattutto riguardo agli utenti minorenni, per evitare di dover pagare miliardi di dollari di risarcimenti.
Entro la fine dell’anno è già atteso un altro processo simile, il primo di una lunga serie intentata da alcuni distretti scolastici e procuratori statali in tutto il Paese. Un’offensiva legale che ricorda la stagione dei procedimenti contro Big Tobacco degli anni Novanta, quando le grandi aziende del tabacco furono travolte da una valanga di cause che cambiò per sempre le regole del settore.
Questa sentenza inoltre arriva a un solo giorno di distanza da un’altra condanna significativa inflitta a Meta in New Mexico, dove un’altra giuria ha condannato l’azienda di Zuckerberg a pagare 375 milioni di dollari per non aver protetto i minori dai predatori sessuali online, violando le leggi statali a tutela dei consumatori.

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