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Sull’accoglienza dei rifugiati Biden non rompe con Trump e tradisce le sue promesse

Immagine di copertina
Migranti a Tijuana, in Messico

La decisione di Biden di non portare a 62.500 la quota annuale di rifugiati ammessi negli Stati Uniti arriva alla fine di un periodo complicato, in cui il sorprendente afflusso di migranti al confine con il Messico ha messo in crisi i piani della nuova amministrazione di smantellare le pratiche e le strutture messe in piedi da Trump

La corsa di Joe Biden allo smantellamento dell’amministrazione che lo ha preceduto ha mostrato la prima battuta d’arresto venerdì scorso, quando il neo presidente degli Stati Uniti è venuto meno alla promessa di portare a 62.500 la quota annuale di rifugiati ammessi, che Donald Trump aveva abbassato al minimo storico di 15mila. La Casa Bianca ha fatto sapere che quella cifra sarebbe rimasta invariata, provocando un’ondata di indignazione nel partito e tra gli elettori che vedevano in Biden la speranza di restituire agli Stati Uniti un volto umano dopo quattro anni segnati dalle politiche discriminatorie del Tycoon.

A poco è servito il chiarimento arrivato nelle ore successive, quando la portavoce Jen Psaki ha spiegato che entro maggio la soglia sarà innalzata, perché la Casa Bianca ha anticipato che sarà comunque difficile assicurare la quota annunciata due mesi fa. Per l’ala progressista del Partito Democratico Biden ha tradito gli impegni presi in campagna elettorale e nei primi giorni di presidenza, quando aveva definito l’accoglienza dei rifugiati un dovere morale e promesso di porre fine alla “vergogna” dell’amministrazione precedente che, tra le altre cose, aveva deciso di separare genitori e figli al confine con il Messico.

“Questi rifugiati non possono aspettare anni per ottenere una possibilità di vedere la propria richiesta di asilo accolta”, ha detto il senatore dem numero due della Camera alta, Dick Durbin. “Di fronte alla più grande crisi dei nostri tempi non c’è ragione di limitare il numero di rifugiati a 15mila: torni indietro, presidente”, ha aggiunto Durbin. A fargli eco anche i membri della cosiddetta “Squad” del Congresso, rappresentata dalla newyorkese Alexandra Ocasio Cortez, che ha chiesto al neo presidente di “mantenere la sua promessa”.

“Biden ha promesso di accogliere gli immigrati e la gente ha votato per lui sulla base di quella promessa. Sostenere le politiche xenofobe e razziste di Trump, incluso il tetto dei rifugiati più basso della storia è decisamente sbagliato”, ha scritto Cortez su Twitter. A pesare anche le parole della deputata somalo-americana del Minnesota Ilhan Omar, arrivata nel Paese oltre 20 anni fa da richiedente asilo dopo essere fuggita dal conflitto in Somalia, che ha definito quella di Biden una decisione che va contro i valori del partito.

La crisi al confine con il Messico

Il piano di aumentare di oltre 50mila unità il numero di ingressi per ragioni umanitarie è stato complicato da quella che, per la prima volta in tre mesi, Biden ha accettato di definire “crisi” al confine con il Messico, dove Secondo i dati pubblicati dal Customs and Border Protection (CBP) nel solo mese di marzo oltre 172mila persone hanno cercato di attraversare la frontiera con gli Stati Uniti, un incremento del 72 per cento rispetto al mese precedente, il numero più alto di arrivi nel corso degli ultimi quindici anni.

Sempre nello stesso mese le detenzioni sono aumentate del 32 per cento rispetto a febbraio, le deportazioni del 65 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nei primi tre mesi del 2021 la polizia di frontiera ha fermato in totale 569.879 persone, più che durante tutto il 2020, quando 458.068 migranti sono entrati illegalmente nel Paese dal Messico.

“Joe Biden ha creato questa crisi,” ha dichiarato il deputato repubblicano Steve Scalise quando, l’8 aprile scorso, ha guidato una delegazione di rappresentanti del Gop sul lato più caldo della frontiera, quello della valle del Rio Grande, all’altezza del Texas. L’opposizione accusa Biden di aver contribuito all’aumento dei flussi al confine promettendo di allentare le restrizioni imposte da Trump e rimuovendone alcune già nei primi giorni del suo mandato.

I “fattori di attrazione”

Alcuni cambiamenti apportati a gennaio scorso avrebbero alimentato tra le persone che aspirano a ottenere l’asilo negli Stati Uniti la voce secondo cui con la nuova amministrazione sarebbe stato più facile avanzare la propria richiesta. Biden ha bloccato per cento giorni le espulsioni degli immigrati irregolari che si trovavano già nel Paese e messo fine al Migrant protection protocols (Mpp) – anche detto “Restate a casa” – programma che prevedeva che le persone intenzionate a fare ingresso nel Paese restassero sul lato messicano in attesa che la procedura burocratica fosse completata.

In terzo luogo c’è il discusso ordine emesso dal segretario della Sicurezza interna di Trump, che dall’inizio della pandemia ha vietato tutti i viaggi “non essenziali” per limitare i rischi di contagio, il cosiddetto “Titolo 42”, utilizzato dalla polizia di frontiera come copertura legale per fare espulsioni sommarie di centinaia di migliaia di persone. Biden non l’ha rimosso, ma ha deciso di fare un’esenzione per i minori che attraversano la frontiera non accompagnati dai genitori, obbligando le autorità ad accoglierli e a valutare la loro richiesta di asilo all’interno di centri di identificazioni gestiti dal governo.

È stata questa decisione, probabilmente, a provocare l’effettivo aumento del numero di minori non accompagnati che hanno cercato di attraversare il confine dall’inizio dell’anno, spinti anche dalle famiglie che sperano di entrare in un secondo momento attraverso il ricongiungimento: a marzo sono stati quasi 19mila i minori fermati dalle autorità di frontiera secondo il CBP, il doppio di quelli arrivati a febbraio.

Un dato che ha messo a dura prova le risorse del governo: per gestire le richieste di asilo il dipartimento di sicurezza si è trovato costretto a utilizzare alcune delle strutture già impiegate da Trump, dove le condizioni di vita sono difficili e moltissimi bambini sono tenuti in custodia fino a 122 ore, più delle 72 previste dalla legge, in seguito alle quali dovrebbero essere inviati alle famiglie di affidatari negli Stati Uniti. I migranti continuano a vivere in condizioni precarie, in uno stato che si rivela in molti casi simile alla detenzione.

Aspettative e realtà

A 89 giorni dall’inizio del mandato, due immagini rappresentano gli effetti delle scelte di Biden sulla situazione al confine: da un lato, quella dei migranti che, ammassati in piazza a Tijuana, in Messico, sperano che la polizia di frontiera li lasci entrare indossando la maglietta con la scritta: “Biden, please let us in” (“Biden, per favore, lasciaci entrare”), che richiama lo stile di comunicazione usato in campagna elettorale dall’ex senatore del Delaware. Dall’altro, la foto scattata a marzo dal deputato democratico Henry Cuellar in missione a Donna, in Texas, in uno dei centri federali per l’identificazione dei migranti, che mostra i minori dormire per terra ammassati e con poco distanziamento.

Migranti a Tijuana, in Messico. Credits: Twitter
Il centro per migranti a Donna, in Texas

Kamala Harris e la gestione delle frontiere

Non sono state solo le promesse di Biden a generare l’aumento dei flussi al confine: a novembre scorso due devastanti uragani hanno colpito l’Honduras e il Nicaragua, e da allora le persone che hanno perso la casa e il lavoro, già provate dalle conseguenze economiche della pandemia in due Paesi dove violenza, corruzione e insicurezza sono all’ordine del giorno, hanno iniziato a mettersi in marcia.

Ma Biden non può permettersi di gestire la situazione come ha fatto il suo predecessore, e il suo obiettivo è quello di puntare sul lungo termine, cercando di mitigare le condizioni che spingono le persone a partire e permettere loro di presentare domanda d’asilo nel Paese d’origine, senza attraversare il deserto. A marzo il capo della Casa Bianca ha affidato il dossier alla vicepresidente Kamala Harris, che ha il compito di supervisionare gli sforzi diplomatici per gestire le questioni alla base dell’immigrazione dal cosiddetto triangolo del nord dell’America centrale: Honduras, Guatemala ed el Salvador.

Harris dovrà dunque fare pressione su questi Stati per rafforzare i controlli ai confini e contemporaneamente applicare una strategia di lungo termine che affronti le cause dei flussi “alla radice”. Le conseguenze immediate sono stati gli accordi bilaterali con i Paesi di frontiera e un massiccio schieramento di forze dell’ordine al confine: il Messico ha accettato di dispiegarne diecimila, l’Honduras ha inviato settemila militari per disperdere una carovana di migranti e il Guatemala ha mandato 1.500 soldati al confine con l’Honduras secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca.

Il passo indietro

Dopo la bufera innescata dall’annuncio di non innalzare la soglia di rifugiati, la Casa Bianca ha diramato un nuovo comunicato per spiegare che c’era stato un malinteso. La portavoce Psaki ha chiarito che l’intento della direttiva era quello di cambiare la politica di Trump che aveva escluso alcuni Paesi dell’Africa e del Medio Oriente dalla possibilità di presentare domanda di asilo, ma che – a causa di un sistema di gestione delle richieste “distrutto” dalla precedente amministrazione – sarà improbabile riuscire a innalzare la soglia a 62.500 rifugiati.

Questa dovrebbe comunque essere modificata entro il 15 maggio. Ma sono oltre 35mila i richiedenti asilo che hanno già completato la procedura nei Paesi di origine e prenotato il proprio biglietto per gli Stati Uniti in vista della decisione di Biden, e altre migliaia quelli che faranno domanda dall’Afghanistan in seguito alla decisione di Washington di ritirare le truppe dal Paese dopo 20 anni di occupazione militare.

Le promesse mancate del presidente e la crisi al confine con il Messico potrebbero avere conseguenze politiche gravi: da un lato, spaccare i democratici e minare la già precaria unità all’interno del partito, dall’altra, attirare ulteriori critiche da parte del Gop. Il boom d’ingressi clandestini è già stato denunciato da Trump: secondo i repubblicani il governo avrebbe perso il controllo dei confini. Un argomento da utilizzare nella campagna elettorale in vista delle prossime elezioni legislative di mid-term, a novembre del 2022, dove la destra punta a riconquistare la maggioranza in uno dei rami del Congresso.

Leggi anche: 1. Il reportage di TPI dal confine tra Messico e Usa, dove i migranti sono merce di scambio 2. Una storia di lutti, vittorie e sconfitte: perché Biden è l’uomo giusto per guidare l’America del 2021 3. A cosa sono serviti 20 anni di guerra in Afghanistan: Biden prepara il rientro delle truppe, ma i talebani sono ancora lì

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