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Il ponte tibetano su cui cammina Theresa May

La premier britannica si trova al centro di più fronti, che vanno in direzioni contrarie, influenzando enormemente una trattativa che sembra non voler camminare

Di Maurizio Carta
Pubblicato il 17 Ott. 2017 alle 12:08 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:51
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Immagine di copertina
La premier britannica Theresa May. Credit: John MACDOUGALL

Esattamente come i famosi ponti del Tibet, ci si mantiene in equilibrio su tre corde: l’Europa, gli stati del Regno e il partito Conservatore. E il vento soffia fortissimo.

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La trattativa di Theresa May non si svolge solamente sul versante europeo, con il Regno Unito rappresentato da David Davis e l’Unione Europea dal francese Michel Barnier.

Sono presenti anche altri equilibri, altre dinamiche che influenzano enormemente una trattativa che sembra non voler camminare.

In Europa

Nonostante l’Unione europea parli con una voce unica rappresentata da Barnier, è chiaramente la sintesi delle posizioni di 27 paesi che comunque al loro interno presentano delle diverse vedute. Vedute che non riguardano il fare sconti al Regno Unito, sia chiaro, ma di poter quantomeno esplorare internamente (e quindi senza consultarsi con il Regno Unito) una strategia meno rigida di negoziazione.

Fra i paesi che sarebbero propensi ad abbassare le pretese, stando alla riunione degli ambasciatori con Barnier, i paesi del Nord Europa sarebbero quelli che sarebbero meno rigidi, spinti forse anche da una vicinanza geografica che ne favorisce il commercio.

La vicinissima Irlanda, inizialmente preoccupatissima per il suo diretto coinvolgimento nel confine, appare in linea con la fermezza tedesca e francese.

Come già detto, Germania e Francia, vogliono garanzie su due grandi questioni della prima fase del negoziato: diritti dei cittadini garantiti dalla Corte di Giustizia nel post-Brexit e il pagamento del Brexit Bill (impegni pregressi del Regno Unito con la Ue).

Essendo i paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio europeo, temono di dover sostenere il costo d’uscita in maniera maggiore se il Regno Unito non saldasse il conto. Oltre a garantire la solidità europea, non vogliono concedere troppo per evitare che altri paesi facciano lo stesso.

Nonostante l’enorme mercato di sbocco che il Regno Unito rappresenta per l’industria dell’auto tedesca, dove finisce 1 auto su 7 finisce, e l’enorme surplus commerciale, la Germania non si sposta di un centimetro. Parigi e Francoforte inoltre puntano a subentrare come piazze finanziarie di prestigio una volta che Londra sarà (se sarà) fuori.

La trattativa con Scozia, Galles e Irlanda del Nord

L’altro importante braccio di ferro è con le altre nazioni del Regno Unito. Se Inghilterra e Galles hanno votato per il Leave, Nord-Irlanda e Scozia hanno scelto il Remain. Terreno comune fra tutti è comunque la perdita dei finanziamenti europei in diversi settori.

Il primo a rendere insonni le notti degli agricoltori britannici è l’abbandono della Politica Agricola Comune, miliardi di euro con i quali Bruxelles annualmente sovvenziona le fattorie del Regno, un ammontare di circa 3 miliardi di sterline nel 2016. Li pagherà Londra dopo la Brexit?

Gli scozzesi, nello specifico, chiedono inoltre chiarezza sulla loro situazione istituzionale-giuridica e governativa dopo il 2019. La Scozia gode infatti di un’ampissima autonomia in diversi campi, fiscale, agricolo, ambientale etc.

Una conquista di decentramento di potere (devolution) ottenuta con un referendum sotto l’amministrazione Blair nel 1997.

Chiedono nei loro continui incontri con il governo centrale di Londra, tramite il loro delegato Brexit per la Scozia Michael Russel, se oltre alle sovvenzioni dell’agricoltura non si ritroveranno spogliati dei loro poteri governativi con la legge che convertirà la legislazione europea in legge britannica, il famoso “Eu Withdrawal Bill” al vaglio del parlamento.

In questo disegno di legge, infatti, sono stati presentati centinaia di emendamenti e clausole aggiuntive.

La faida interna nel partito Conservatore

Ultimo, ma sicuramente non in ordine d’ importanza, la guerra interna fra i Tories. Il non avere una visione unica su quello da proporre al tavolo di Bruxelles non aiuta certamente nel buon proseguimento dei lavori. Le anime Tories sono essenzialmente due.

Gli hard-brexiteers vogliono un distacco netto e discontinuo con la Ue, senza nessuna concessione di sovranità in quello che sarà il post Brexit.

Quindi niente Corte di Giustizia Europea in caso di disputa sui cittadini, nessun conto da pagare se non la quota per i due anni di transizione proposta a Firenze da Theresa May e nessuna linea di continuità con il passato europeo se non per poter accedere liberamente al suo mercato, motivo per cui in Europa sorridono accusandoli di voler in futuro fare gli europei senza esserne membri.

In questo schieramento, fra le personalità di spicco, figurano il ministro agli esteri Boris Johnson, lo stesso David Davis (delegato per la Brexit), Liam Fox (commercio estero) e Michael Gove (Ambiente).

I soft-brexiteers sono invece quelli che si spesero per la campagna del Remain e che adesso puntano a limitare i danni di un’eventuale distacco. Fra questi, prominenti top-players sono Amber Ruud (ministra dell’Interno), Philip Hammond (ministro dell’Economia) e diversi altri ministri del governo.

Una larga parte del parlamento è apertamente per la versione soft della Brexit, con un largo gruppo parlamentare eterogeneo per provenienza politica pronto a dare battaglia, cosa che già sta facendo con numerosi emendamenti presentati nell’Eu Withdrawal Bill.

In mezzo a tutti questi fronti sta Theresa May, direttrice di un’orchestra che sembra non voglia seguire lo spartito del suonatore che sta di fianco, un’armonia difficile da trovare.

La premier deve cercare di armonizzare tutte queste questioni caldissime, opinioni differenti e respingere gli attacchi che la vorrebbero far cadere dalla testa del partito e, quindi, anche dall’essere premier come capitano di una nave senza rotta.

Per poter far partire le primarie di partito e quindi sfidarla apertamente per la leadership occorre il consenso del 15 per cento dei parlamentari, in questo caso 48. Insistenti voci di recente volevano ci fossero 30 firme già pronte, ma per adesso il pericolo appare scampato. Forse.

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