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Svastiche in Mongolia

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Gli Tsagaan Khass, tra il culto di Hitler e l'ambientalismo

I neonazisti mongoli stanno riformando il loro movimento, attuando delle “purghe” per eliminare gli elementi più estremisti e adottare una veste (solo figurata) più “green”, per dirla con parole attualmente di tendenza.

Sono loro, gli Tsagaan Khass (“svastica bianca”), i cento e poco più aderenti di nero e svastica vestiti che hanno scelto, già dagli anni Novanta, la strana posizione di rifarsi alle idee di Adolf Hitler. Lo stesso dittatore che uccideva con barbare esecuzioni i prigionieri di guerra sovietici che apparivano somaticamente mongoli. Senza dimenticare che altri gruppi filo-nazisti contemporanei in passato hanno attaccato gruppi di migranti mongoli.

Per placare la loro iniziale furia nazionalista, in particolare anti-cinese, non crederebbero più nemmeno al mito sull’esistenza di una polizia segreta cinese che incoraggia i propri uomini a fare sesso con donne mongole.

Preservare l’onore delle proprie donne e del proprio popolo resta comunque la politica prioritaria del gruppo, che idolatra Hitler senza dimenticarsi dell’eroe Gengis Khan, ma che persegue questi ideali smorzando i toni più accesi dei primi periodi. Ovvero quei tempi in cui il leader Ariunbold Altankhuum minacciava raid notturni per rasare i capelli delle donne mongole ‘traditrici’, colpevoli di giacere con uomini cinesi.

L’aspetto (nazional)socialista del gruppo però, se contestualizzato, è coerente con i cambiamenti della società mongola, sebbene ammantato da un’ideologia (il nazismo) mistificata e per la maggior parte sconosciuta.

Il quadro è quello di un Paese attraversato da un boom economico incredibile, al primo posto del ranking mondiale stilato dall’Economist all’inizio di questo anno. La crescita mongola, secondo i dati forniti dalla Bbc il 27 giugno scorso, è attestata attorno al 17 per cento dal 2011 a oggi.

La ricchezza tuttavia rischia di non essere distribuita equamente, a causa dello spettro di grandi imprese cinesi, americane e russe – soprattutto Shenhua e Peabody Energy – che da soli due anni sono subentrate con forza nello sfruttamento del deserto del Gobi, ricco di carbone e attraversato dalla ferrovia transmongolica.

La lotta dei neonazisti, che combina nazionalismo e risorse, è diretta dunque verso l’esterno – le compagnie capitaliste – e verso l’interno, a salvaguardia di un ambiente sempre più inquinato e rovinato. Di qui l’aspetto “green”.

Le direttive della loro azione sono due. La paura che i lavoratori stranieri rubino i posti di lavoro ai locali, e la lotta all’inquinamento. Quest’ultimo causato dall’introduzione recente e improvvisa di un sistema capitalistico ancora abbastanza deregolamentato. Il presidente Elbegdorj è stato rieletto appunto per la sua reiterata volontà di controllare in modo più serrato gli investimenti esteri. “Not In My Back Yard”, dunque.

La stessa Banca Mondiale in un video intitolato “The World Bank’s advice for Mongolia” metteva in guardia sulla necessità di regolamentare l’enorme flusso di denaro legato al boom economico e attuare una fondamentale decentralizzazione fiscale per far sviluppare tutto il Paese in modo uniforme.

La Mongolia, secondo il programma ambientale delle Nazioni Unite, potrebbe riuscire a sperimentare una fusione – più utopistica che altro – fra lo stile di vita nomadico tradizionale (simbolizzato della Ger, la tipica tenda mongola) e lo sviluppo capitalistico.

Il già citato leader del gruppo, un 41enne che si fa chiamare “Grande fratello”, motiva la scelta di ispirarsi a Hitler sostenendo che la situazione attuale della Mongolia sia quasi identica a quella della Germania del 1939, anno in cui il Fuhrer riuscì a trasformarla in una potenza mondiale.

Gli attacchi del gruppo, però, non si inseriscono nel mero filone ambientalista, e puntano a colpire anche Lgbt e prostitute, nel segno di una tradizione neo-nazista non solo mongola.

Le svastiche e il colore nero troneggiano nel loro angusto ufficio di Ulan Bator e nelle loro auto, con le quali partono per raid ecologisti contro chi cerca di accaparrarsi le loro risorse senza garantire nulla in cambio.

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