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Siria, oltre 1.000 morti in due settimane nel Ghouta

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Una bambina siriana dopo i bombardamenti aerei nel Ghouta orientale, enclave in mano ai ribelli, il 7 marzo 2018. Credit: AMER ALMOHIBANY / AFP

Medici Senza Frontiere lancia l'allarme: tra il 18 febbraio e il 4 marzo 2018 oltre 1.000 persone sono rimaste uccise nella parte orientale di Ghouta

Tra il 18 febbraio e il 4 marzo 2018, oltre mille persone sono morte nella parte orientale di Ghouta, in Siria, secondo quanto riporta Medici Senza Frontiere (MSF).

Il tragico bilancio, reso noto tramite un comunicato diffuso dalla Ong il 7 marzo, riporta che i feriti sono oltre 4.800.

La parte orientale di Ghouta è sotto l’assedio di incessanti bombardamenti da parte delle forze siriane fedeli al governo di Bashar al-Assad con il sostegno delle forze aeree russe.

Almeno 15 delle 20 strutture mediche di MSF nel Ghouta sono state gravemente danneggiate e le operazioni sanitarie sono per questo molto complesse.

Negli ultimi giorni erano stati segnalati almeno 60 casi di soffocamento, la metà dei quali dovuti all’uso di gas cloro. Secondo la Ong Syrian-American Medical Society (SAMS), i medici di una struttura medica nell’enclave ribelle hanno dichiarato di aver trattato almeno 29 pazienti con sintomi di esposizione a gas cloro.

Il regime siriano sta portando avanti un’offensiva senza precedenti contro l’enclave ribelle alla periferia di Damasco, a partire dallo scorso 18 febbraio. Gli abitanti della zona e gli operatori umanitari in servizio hanno fin da subito denunciato come i bombardamenti di Damasco mirassero volutamente a colpire i civili e le strutture sanitarie.

La parte orientale di Ghouta è in mano ai ribelli siriani, ma le forze del regime hanno riconquistato più della metà della regione alla periferia di Damasco.

Nel Ghouta vivono circa 400mila abitanti, alle prese con gravi carenze di cibo e medicine. L’8 marzo il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) ha annunciato che la consegna degli aiuti umanitari prevista per giovedì nell’enclave ribelle della Ghouta orientale è stata “posticipata” a causa degli intensi bombardamenti che continuano a colpire la regione.

Il 24 febbraio 2018 il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva approvato all’unanimità una tregua di trenta giorni nella regione proprio per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e l’evacuazione della popolazione civile e dei feriti in gravi condizioni di salute.

Due giorni dopo, il 26 febbraio, il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato un cessate il fuoco di cinque ore al giorno per consentire ai civili di abbandonare la zona.

Ma lo stop ai combattimenti non è stato rispettato e nel Ghouta si continua a morire nonostante la tregua. Nei giorni successivi i ribelli hanno annunciato che ci sono stati attacchi aerei e di artiglieria da parte delle truppe governative, mentre la Russia ha affermato che a violare la tregua sarebbero stati i ribelli stessi, colpevoli di aver bombardato un corridoio umanitario destinato all’evacuazione dei civili.

Osservando le immagini satellitari fornite dalle Nazioni Unite, in un distretto del Ghouta, il 93 per cento degli edifici è stato danneggiato o distrutto.

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