“Mi mancate, sto bene e un giorno tornerò libero”: Patrick Zaky dal carcere scrive alla famiglia

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 5 Lug. 2020 alle 10:17
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Immagine di copertina
Patrick Zaky Credits: Facebook

“Cari, sto bene e in buona salute, spero che anche voi siate al sicuro e stiate bene. Famiglia, amici, amici di lavoro e dell’Università di Bologna, mi mancate tanto, più di quanto io possa esprimere in poche parole”. Dopo 5 mesi, finalmente, Patrick Zaky, lo studente attivista egiziano dell’Università di Bologna in carcere in Egitto da inizio febbraio, ha potuto scrivere alla famiglia. Ne dà notizia la rete di attivisti ‘Patrick Libero’. “Un giorno sarò libero e tornerò alla normalità, e ancora meglio di prima” scrive Patrick Zaky, che si trovava in Italia per seguire un Master all’Ateneo di Bologna. Nel testo si legge tra l’altro: “Spero che stiate tutti bene e che il Corona non abbia colpito nessuno dei nostri cari”.

La lettera è stata scritta il 21 luglio. “Per una volta – scrive la rete di attivisti ‘Patrick Libero’ sui social – oggi vi diamo una, relativamente, buona notizia. Naturalmente non ha potuto dire tutto quello che voleva, dato che queste lettere passano attraverso varie mani di sicurezza prima di raggiungere il destinatario”.

“Una notizia bella, una lettera molto dolce che ci dà conforto, che ci sprona a impegnarci ancora di più per assecondare il desiderio di Patrick, che poi è un diritto più che desiderio. E cioè quello di tornare in libertà – afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – Bello leggere che Patrick nonostante tutto sia in buone condizioni, di spirito. Continua la campagna per chiedere il suo rilascio, immediato e incondizionato”.

Attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, da settembre Patrick George Zaky frequenta un master internazionale in Studi di genere all’università di Bologna ed è attivista presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr). Il giovane era partito da Bologna per trascorrere un breve periodo di vacanza nella sua città natale, Mansoura, circa 120 chilometri a nord del Cairo. Ed è proprio all’aeroporto della capitale egiziana che il ragazzo viene preso in custodia dalla polizia e ‘scompare’ per 24 ore. Riapparirà il giorno dopo alla procura di Mansoura dove gli vengono contestati diversi reati.

“Patrick è stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato in merito al suo lavoro e al suo attivismo. I legali ci hanno assicurato che sul corpo mostra segni visibili delle violenze”, riferisce l’Eipr, l’ong per cui il ricercatore egiziano collabora. “Patrick è apparso davanti alla procura di Mansoura, dove i pubblici ministeri gli hanno contestato i reati di “istigazione a proteste e propaganda di terrorismo sul proprio profilo Facebook”.

Come spiega in una recente intervista a TPI Mohmed Lotfy – il legale dei Regeni al Cairo e direttore esecutivo di una delle più importanti organizzazioni che si occupano di diritti umani in Egitto, la Ecrf – “La sicurezza nazionale egiziana sospetta che Patrick Zaky abbia contattato la famiglia di Giulio, o che comunque ci siano delle connessioni e supporti la causa di Giulio. Hanno sospetti sulla sua attività in Italia. E non vogliono lasciare questa storia. Gli ufficiali lo tengono dentro con le stesse accuse che rivolgono a tutti gli attivisti. Credono che sia contro il regime e non so che tipo di elementi abbiano per sospettare questo. Io non credo che Patrick abbia avuto contatti con la famiglia o cose del genere. Magari è bastato partecipare a un evento o scrivere qualcosa su Facebook per scatenare i sospetti”.

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