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Patrick Zaky trasferito nella terribile prigione di Mansoura: le testimonianze dall’Egitto

Il legale di Patrick George Zaky, Wael Ghally, e il direttore della Ong Eipr, Abdel Razek Gasser, raccontano le novità sul caso del giovane studente egiziano dell'università di Bologna arrestato al Cairo lo scorso 8 febbraio

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 28 Feb. 2020 alle 17:03 Aggiornato il 28 Feb. 2020 alle 18:14
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Immagine di copertina

Patrick Zaky trasferito nel carcere di Mansoura: le testimonianze dall’Egitto

La vita di Patrick George Zaky, lo studente egiziano dell’università di Bologna arrestato al Cairo l’8 febbraio con l’accusa di diffusione di materiale dannoso per lo Stato, è radicalmente cambiata in meno di un mese.

Da studente libero e impegnato nel master Gemma, oggi è un 28enne rinchiuso in una delle peggiori carceri d’Egitto.

Il 24 febbraio Patrick Zaky è stato è trasferito da una stazione di polizia alla Mansoura General Prison: è un brutto segnale perché i tempi della sua detenzione potrebbero allungarsi.

Il giorno seguente, gli avvocati hanno presentato una richiesta al procuratore per consentire una visita straordinaria ai genitori e ai rappresentanti legali di Patrick, ma fino a oggi l’accusa si è rifiutata di accogliere la richiesta prima della fine del periodo di detenzione preventiva (15 giorni).

Alla famiglia non sono state date spiegazioni sul trasferimento, ma potrebbe essere un segnale di ulteriori complicazioni del caso, che erano apparse all’orizzonte già sabato, quando nel tribunale di Mansura gli amici, gli avvocati e i giornalisti che seguivano il caso del ricercatore erano stati strattonati e maltrattati dai poliziotti presenti.

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“Sono 11 giorni che Patrick non vede la famiglia. Le notizie che abbiamo su di lui sono poche: sappiamo che è molto stanco e provato. Non ha potuto nemmeno curare barba e capelli. In cella vive con almeno 15 persone, non ha privacy, non c’è luce. Non sono previste ore d’aria e resta serrato tutto il giorno, esce solo per presentarsi in commissione. Il bagno è stesso dentro la cella. Nella prigione precedente erano previste 2 ore d’aria, ora nemmeno quelle”, racconta a TPI il leader del Movimento 6 aprile, Sayed E. Nasr.

Le condizioni sono peggiore delle precedenti. Il legale di Patrick sta cercando di fare in modo che possa incontrare i genitori e forse potrebbe accadere anche domani. Wael Ghally spiega a TPI: “Un incontro potrebbe essere possibile il 29 febbraio, secondo le norme penitenziarie, dopo 12 giorni”.

In Italia continua la mobilitazione a suo favore, sono in programma diverse manifestazioni. E sia l’università di Bologna che l’università La Sapienza di Roma, sono attive per non far spegnere le luci sulla sua vicenda.

Allo stadio di Bologna, durante una partita, è apparso uno striscione con la scritta: “Giustizia per Patrick”. In prima linea c’è anche Amnesty Italia che ha lanciato una petizione online che ha raggiunto in pochissimi giorni le quasi 80mila firme.

La prigione di Mansoura è tristemente nota per frequenti violazioni da parte dell’amministrazione penitenziaria. Esistono rapporti che testimoniano gli abusi degli ufficiali contro i detenuti. Alcuni rapporti, risalenti al 2018, parlano di cibo rubato e importanti documenti non consegnati ai prigionieri politici. Addirittura stipendi, pensioni e relazioni degli avvocati.

Abdel Razek Gasser, direttore di Eipr (Egyptian iniative for personal rights), spiega a TPI: “Forse un incontro sarà possibile domani stesso, dopo 12 giorni durante i quali Patrick non ha potuto vedere la famiglia. Credo che in questo carcere Patrick non sia stato maltrattato. Questo perché il caso di Patrick ha avuto una forte eco mediatica”.

Il direttore della Ong spiega anche: “Stiamo lavorando affinché Patrick non resti in prigione per due anni. Non è facile, dirigo uno dei gruppi egiziani per i diritti umani più famosi, e lo faccio sotto la presidenza di Al-Sisi. Sì, sono a rischio. Come me sono centinaia di altri attivisti. Posso farci qualcosa? Non credo proprio, continuiamo a lavorare”.

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