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Niger: 40 civili uccisi in vari attacchi al confine con il Mali

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Non si fermano i massacri di civili al confine tra i due Paesi del Sahel, dove già all'inizio del mese erano state trucidate decine di persone

Almeno 40 civili sono rimasti uccisi in Niger a seguito di una serie di attacchi compiuti domenica 21 marzo contro diversi villaggi al confine con il Mali. La notizia, confermata all’agenzia di stampa Afp da varie fonti locali, racconta solo l’ultimo massacro registrato quest’anno ai danni della popolazione civile nel Sahel. Al momento, l’attacco non è stato rivendicato da alcun gruppo.

Un imprecisato numero di individui armati non identificati ha attaccato ieri i villaggi di Intazayene, Bakorate e Wistane, oltre ad alcune altre località nei pressi di Akifakif, nel dipartimento di Tillia della regione di Tahoua. “Uomini armati sono arrivati a bordo di alcune moto e hanno sparato su tutto ciò che si muoveva”, hanno raccontato alcuni funzionari eletti a livello locale all’agenzia di stampa francese.

Il bilancio delle vittime è tuttora provvisorio ma, secondo fonti delle forze di sicurezza nigerine citate da Afp, potrebbe arrivare anche a 60 persone e conta inoltre diversi feriti e ingenti danni materiali. Fonti locali sostengono che nella zona siano già stati inviati rinforzi militari, mentre si segnalano scontri tra soldati nigerini e bande armate in almeno una località dell’area colpita.

Il dipartimento di Tillia, come altri situati al confine con il Mali, si trova in stato di emergenza dal 2017. Da allora, le forze di difesa e sicurezza nigerine hanno compiuto una serie di operazioni su larga scala in collaborazione sia con i militari francesi che americani.

L’attacco di ieri segue quello perpetrato appena una settimana fa nelle località di Darey-dey e Sinégogar vicino Banibangou, nella regione di Tillabéri, nel nord-ovest del Niger, non lontano dal confine maliano, e in cui fu trucidata un’altra sessantina di civili. All’inizio di quest’anno, nella stessa zona, oltre cento civili furono invece massacrati in un attacco compiuto contro i villaggi di Tomabangou e Zaroumdareye.

Nell’area, come nel resto delle zone desertiche a cavallo tra Mali, Niger e Burkina Faso operano vari gruppi terroristici di ispirazione jihadista come al-Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi), lo Stato islamico nel Grande Sahara (EIGS) e il Gruppo per l’affermazione dell’islam e dei musulmani e altri gruppi armati simili o affiliati, che sfruttano la violenza per reclutare nuovi membri.

Secondo i dati forniti dall’ong internazionale Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), negli ultimi quindici anni la violenza è letteralmente esplosa nel Sahel, soprattutto al confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Soltanto l’anno scorso, Niamey ha infatti registrato sul suolo nazionale ben 423 eventi violenti ascrivibili ad attentati, scontri armati etc., in sensibile aumento rispetto ai soli 9 del 2005.

Nel triangolo alla frontiera tra i tre Paesi africani operano varie forze militari internazionali, a partire dalla missione Minusma delle Nazioni Unite e quelle dell’Unione europea, EU EUTM Mali, EUCAP Mali e EUCAP Niger, fino alla forza Barkhane schierata in Mali dalla Francia, che conta oltre 5.000 effettivi.

A queste forze andrà presto ad aggiungersi il contingente italiano della missione bilaterale Misin, approvata dal governo nel 2018 e autorizzata a luglio scorso dal Senato, che prevede lo schieramento fino a un massimo di 295 effettivi, 160 mezzi terrestri e 5 aerei, non impiegati contemporaneamente ma a rotazione, con unità di supporto dispiegate anche nel porto di Cotonou, in Benin, e in Mauritania.

Il Paese africano è uno Stato chiave all’interno della regione del Sahel, soprattutto per gli interessi energetici e militari della Francia e per la sicurezza dell’Italia, che vi ha aperto la prima ambasciata nel 2017, ospitando il corridoio usato per la tratta degli esseri umani verso il Mediterraneo. Proprio il ruolo svolto da Niamey nel quadro regionale richiede la stabilizzazione del Niger, un obiettivo con cui le grandi potenze europee e non solo giustificano i propri appetiti e la presenza nel Paese, il cui quadro politico è tutt’altro che semplice.

Nelle scorse ore, la Corte costituzionale nigerina ha rigettato oltre 3.000 ricorsi presentati dall’opposizione proclamando Mohamed Bazoum, esponente di spicco del movimento al potere Partito Nigerino per la Democrazia e il Socialismo (PNDS) e favorito del presidente uscente, Mahamadou Issoufou, vincitore del secondo turno delle elezioni presidenziali del 21 febbraio, confermando i dati annunciati alla fine dello scorso mese dalla Commissione elettorale nazionale indipendente.

La proclamazione del nuovo presidente ai danni di Tchanji Mahamane Ousmane, candidato del movimento di opposizione Rinnovamento democratico e repubblicano (RDR), aveva provocato nelle scorse settimane varie proteste, soprattutto nella capitale Niamey, mentre almeno 8 funzionari pubblici erano rimasti uccisi nella giornata del 21 febbraio durante il secondo turno delle consultazioni.

Alla violenza e alla crisi politica va poi ad aggiungersi una condizione umanitaria disastrosa. In Niger, secondo i dati del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), su oltre 22 milioni di abitanti, circa 3,8 milioni di persone, compresi 2 milioni di minori, hanno bisogno di assistenza, una situazione ulteriormente aggravata dall’impatto della pandemia di Covid-19.

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