Me
HomeEsteri

Il Muro di Berlino è caduto 30 anni fa, ma l’Europa continua a costruire (e finanziare) muri: ecco quali sono

Di Madi Ferrucci
Pubblicato il 9 Nov. 2019 alle 07:08 Aggiornato il 15 Nov. 2019 alle 07:23
Immagine di copertina

Il Muro di Berlino è caduto 30 anni fa, ma l’Europa continua a costruire (e finanziare) muri

Sono passati 30 anni dalla caduta del muro di Berlino ma in Europa ancora oggi sono molti i muri che continuano a essere innalzati. L’Istituto di ricerca transnazionale (Tni) ha pubblicato a inizio novembre un dettagliato report su tutti i finanziamenti che i paesi membri dell’Unione europea continuano a fornire per realizzare “nuovi muri” e aumentare il controllo dei confini. Esistono barriere tra un Paese e l’altro, muri che separano le acque dei nostri mari e muri virtuali che percorrono tutte le frontiere senza che nemmeno riusciamo ad accorgercene.

I muri al confine

Nell’aprile del 2016 un’analisi di dati pubblici dell’agenzia Reuters ha mostrato come i Paesi europei dopo la fine della Guerra Fredda abbiano speso almeno 500 milioni di euro nella costruzione di muri contro l’immigrazione. In base ai calcoli aggiornati del report di Tni invece ad oggi si calcola che la spesa nella costruzione di barriere e confini contro i migranti sia stata di almeno 900 milioni di euro.

La Spagna dagli anni ’90 per la costruzione delle barriere di separazione tra il Marocco e le città autonome di Ceuta e Melilla ha speso 132,6 milioni, comprensivi delle prime spese di realizzazione e delle successive spese di mantenimento nel periodo che va dal 2005 al 2013.

La Grecia ha fatto da pioniera dopo la Spagna e nel 2011 ha iniziato la progettazione di un muro per “difendersi” dal flusso di migranti proveniente dalla Turchia. Costo: circa 7,5 milioni di euro.

La Bulgaria ha seguito il suo esempio nel 2013 e ha speso altri 87 milioni per costruire un muro di 200 chilometri che impedisse il passaggio dei migranti dalla Turchia. La sua realizzazione si è conclusa nel 2017. Un muro di filo spinato con torrette presidiate dai soldati e guardie di frontiera, dotate di camere a infrarossi sensibili al calore, per individuare a distanza i migranti in avvicinamento.

Il primo ministro Orban in Ungheria, noto per le sue politiche autoritarie, non è stato da meno. Due recinti paralleli alti quattro metri si ergono per 175 chilometri lungo il confine con la Serbia per chiudere ai migranti la rotta balcanica. La prima barriera di filo spinato è stata costruita nel 2015. La seconda, più avanzata, perché dotata di sensori, è stata completata nel marzo del 2017. Nel settembre 2015 l’Ungheria ha infine completato anche il muro con la Croazia installando una barriera di filo spinato di 41 chilometri alla frontiera. Gli altri 330 chilometri del confine sono invece segnati dal fiume Drava, difficilmente valicabile e il filo spinato ha quindi potuto essere più breve. Il costo complessivo dell’intera “opera” è stato di 440 milioni.

Anche la Macedonia nel 2015 si è unita al coro e ha iniziato a costruire una barriera lungo il suo confine con la Grecia per bloccare l’ingresso a tutti i migranti provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan. Ancora nel novembre 2015 è stata avviata la costruzione del muro con la Croazia voluto dalla Slovenia per una spesa che si aggirava allora intorno agli 80 milioni. Poi è stata la volta del Regno Unito che nel dicembre 2016 dopo soli tre mesi ha concluso la costruzione del grande muro di Calais che impedisce il passaggio dei migranti dalla Francia diretti a Dover attraverso il tunnel della Manica.

La struttura del “Great Wall” è costata 2,7 milioni di euro. Nel 2018, infine, anche la Lettonia ha iniziato la costruzione di una recinzione metallica di 90 km, alta 2,5 metri, lungo il confine con la Russia estesa su oltre 190 km di confine: costo totale 21,1 milioni di euro. Nello stesso periodo anche Estonia e Lituania hanno iniziato ad erigere i loro muri con la Russia spendendo rispettivamente 130 e 30 milioni di euro.

I muri virtuali

L’unione europea ha inoltre aumentato moltissimo dal 2017 la spesa per l’introduzione di sistemi che servono al controllo delle persone che entrano ed escono dai paesi dell’area di Schengen. Con il Sistema EES (Entry/Exit System) vengono tracciati i movimenti dei cittadini non europei all’interno dell’Europa, il database dovrebbe entrare in funzione nel 2020 per un costo di 480 milioni. Nel 2003 nasce Eurodac, sistema pensato per il controllo dei cittadini richiedenti asiloattraverso l’impronta digitale. E poi c’è sistema SIS II che serve alla condivisione tra le autorità europee di tutte le informazioni sulle persone in entrata e uscita. I muri non sono crollati e la libertà invocata la notte del 9 novembre del 1989 forse è ancora tutta da conquistare.

La storia di Victor Grossman, il soldato americano che disertò per la Ddr

È inutile piangere se in Europa continuiamo a costruire muri