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È inutile piangere se in Europa continuiamo a costruire muri

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 26 Giu. 2019 alle 14:26 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:57
Immagine di copertina

Migranti annegati America muri | Sono morti così, un padre e la sua bimba di due anni, annegati nel Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti evitando il muro.

L’uomo era un cittadino salvadoregno, Oscar Alberto Martinez, la sua figlioletta Angie Valeria. I due corpi sono a faccia in giù, immersi nell’acqua di un canneto sporca di fango, trasportati a riva dalla corrente sulla sponda sud del fiume.

Si vede la bimba ancora con le scarpette, legata al padre da quella che sembra essere una maglietta con il quale l’uomo forse cercava di tenere la piccola stretta a sè nel disperato tentativo di proteggerla.

“Makes America great again”. Far tornare grande l’America.

Le quattro parole che avrebbero contribuito a spingere Donald Trump verso la Casa Bianca sono il frutto di un’ispirazione nata diversi anni prima, quando praticamente nessuno al di fuori di lui se lo sarebbe potuto figurare mentre presta giuramento come 45esimo presidente degli Stati Uniti. “Makes America great again”, ripete Trump.

E oggi l’America si sveglia commossa e sconvolta, i commentatori in tv a stento trattengono l’emozione e in qualche caso le lacrime. Ma tutti sanno quale immenso dramma si consumi ormai da anni lungo quel confine, ed esattamente come noi europei, nessuno sa reagire diversamente provando e cercando un cambiamento.

La foto che vediamo oggi – e che vedremo circolare sui social ancora per qualche giorno – resta lì come cartolina consunta.

Ma le cartoline non si mandano più. Ci siamo assuefatti a tutto e non bastano due corpi cuciti in una maglietta a risvegliare le nostre coscienze.

“Makes America great again”. Quello di Trump è uno slogan divisivo e rivolto al passato. Non strizza l’occhio alla diversità, all’educazione o al progresso.

E nell’America di Trump non c’è spazio per disperazione e povertà, non per quella altrui, quantomeno.

Il 25 giugno, 15mila militari messicani sono stati inviati alla frontiera nord da Tijuana a Matamoros. Si aggiungeranno ai 6500 dislocati lungo confine con il Guatemala. Questi numeri sono frutto dell’accordo tra Stati Uniti e Messico per contenere i flussi migratori dal centro-america.

I migranti lasciano le loro case per le violenze che subiscono nei loro Paesi, per la mancanza di opportunità, perché la delinquenza comune costringe i bambini, li obbliga ad entrare nelle loro gang. Quelli che hanno delle attività sono costretti a pagare tangenti. Quando si gestisce un’attività che rende 50 dollari al giorno è difficile darne 25 al crimine organizzato.

Questa è la necessità, la disperazione. La stessa che dall’altra parte del mondo obbliga uomini, donne e bambini ad attraversare deserti, mari e montagne in cerca di un barlume di speranza.

Noi li vediamo affogare nel Mediterraneo, congelare sulle Alpi o stramazzare stipati in camion o container per superare le frontiere. L’Europa reagisce spaventata.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Quasi mille chilometri. Sei volte tanto la lunghezza del famigerato Muro di Berlino. A tanto arrivano i muri e le barriere dentro e lungo i confini di tredici stati europei e dell’area Schengen. Lo si può scopre leggendo l’ultimo report del think tank di Amsterdam The Transnational Institute (Tni) che pubblica “Building walls. Fear and securitization in the European Union” della ricercatrice Ruiz Benedicto.

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“Costruire muri e militarizzare i confini, anche tra gli stati membri”, si legge nella ricerca, “sembra essere la risposta ai movimenti delle persone che arrivano alle porte dell’Europa”.

Ha iniziato la Grecia ma, nel giro di poco tempo, il suo esempio è stato seguito dappertutto. Iniziato nel 2013, il muro tra Bulgaria e Turchia è stato definitivamente concluso nel 2017 per una lunghezza complessiva di circa 200 km, con filo spinato, torrette presidiate da soldati e guardia di frontiera con camere a infrarossi e sensibili al calore.

Nel 2015 altri muri e barriere sono stati costruiti ai confini di stati europei, come l’Ungheria, l’Austria, la Slovenia, ed extra Ue, come la Macedonia. L’Ungheria, guidata dal primo ministro Orban, è diventata l’icona dell’Europa dei muri: lungo il confine con la Serbia corre una barriera di 150 km, quella lungo la Croazia ha una lunghezza doppia.

L’approccio di Orban ha fatto scuola e, sempre nel 2015, per ostacolare i migranti lungo la cosiddetta “Balkan Route” è stata la Macedonia a istallare delle barriere al confine con la Grecia.

Nel 2015 il filo spinato è stato posizionato per 3 km anche lungo il confine tra Austria e Slovenia, presso il passaggio della zona vinicola di Spielfeld. Era la nuova via seguita dai migranti, dopo la chiusura del confine tra Ungheria e Croazia.

L’ultima barriera lungo la Balkan Route è quella tra Croazia e Slovenia, lunga quasi 200 km e istallata, sempre nel 2015, per bloccare, indirizzare secondo la versione delle autorità, il flusso dei migranti.

Più di 30 mila sono le persone che dal 1990 hanno perso la vita, cercando di raggiungere l’Europa via mare o via terra. A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino, il costo umano delle barriere, sempre più lunghe e sempre di più in un’Unione europea, nata per abbatterle, continua a essere alto. Non solo in America.

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