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Finirà prima o poi l’assurdità di considerare la Libia un porto sicuro, lì dove ammazzano alla luce del sole

La Libia non è un Paese sicuro e continuare ad affidarle la gestione dei migranti è una vergogna che ci porteremo dietro per sempre

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 21 Set. 2019 alle 21:10 Aggiornato il 22 Set. 2019 alle 12:57
Immagine di copertina
Un'immagine del centro detenzione migranti di Zawiya, a 30 km da Tripoli. Credit: ANSA/ZUHAIR ABUSREWIL

La Libia non è un porto sicuro: un migrante è stato ucciso con un’arma da fuoco

In Libia un migrante sudanese è stato ucciso con un’arma da fuoco. In fondo è tutta questione di ecologia lessicale, oltre che intellettuale, per provare a fare un po’ di pulizia anche nell’etica politica: i fatti degli ultimi mesi (fatti provati, registrati, verificati, riconosciuti dalle organizzazioni internazionali, descritti su tutti i media, fatti supportati da centinaia di testimonianze) dicono senza ombra di dubbio che la Libia no, non è un porto sicuro e non è nemmeno una nazione in grado di rispettare la quantità minima dei diritti umani. 

Il sudanese ucciso con colpi di arma da fuoco sotto gli occhi dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni è solo l’ultimo certificato di bestialità che viene ceduto al mondo.

La storia, per chi ha un po’ di etica curiosa su ciò che accade negli inferni del mondo, è chiara nel suo svolgimento: nel centro di Abusitta a Tripoli, uno dei tanti imbuti infernali dove stipare migranti da non fare migrare, 103 persone erano state “recuperate” (e anche questo è un verbo che prima o poi dovremmo avere il coraggio di non usare) dalla Guardia Costiera libica e mentre tentavano di non farsi rinchiudere di nuovo nelle bestiali prigioni di Stato (che hanno il marchio a fuoco di un’Europa indifferente e perfino collusa) hanno dovuto subire il fuoco di alcuni uomini armati.

Colpi di arma da fuoco, sulle persone, come in quei film in cui gli inermi diventano carne da macello solo perché non accettano di farsi mandria. 

La Commissione europea da canto suo si dice “profondamente rattristata” e “condanna fermamente la tragica morte del migrante di origine sudanese, ucciso dopo lo sbarco in Libia”, ripetendo l’ovvietà che è “inaccettabile che vengano sparati colpi di arma di fuoco contro civili disarmati”,e augurandosi “un’inchiesta approfondita” perché “simili incidenti non si verifichino”. 

In un lampo di genio poi si ricorda che in Libia la “situazione non è cambiata recentemente” e ricorda (ma a chi?) che l’Europa continua a lavorare per la “chiusura dei centri e a mettere in piedi dei centri che siano in linea con gli standard internazionali”. 

Intanto si potrebbe adottare un nuovo standard nazionale, da imporre come premessa in ogni discussione politica: la Libia non è un Paese sicuro e continuare ad affidarle (direttamente o indirettamente) la gestione delle partenze delle disperazioni africane, da usare come rubinetto per esercitare pressione internazionale, è una vergogna che ci porteremo dietro per i prossimi anni e che difficilmente riusciremo a spiegare ai nostri figli.

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