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La città senza indirizzi

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A Beirut, capitale del Libano, gli abitanti per orientarsi usano punti di riferimento come negozi e cinema: i nomi delle strade esistono, ma nessuno li conosce

È sabato pomeriggio a Beirut e le strade sono più affollate del solito: numerose persone si sono date appuntamento per un evento di arte urbana, presso una delle antiche scalinate della città.

“Avete presente quel negozietto all’angolo dove c’è sempre un cane che dorme lì fuori? Bene, io sono qui.”

Queste le indicazioni inviate ai partecipanti da una delle organizzatrici dell’evento, mentre aspetta seduta di fronte a un vecchio golden retriever, che intanto dorme al sole. Queste informazioni sono più che sufficienti per raggiungere un negozietto di quartiere a Beirut.

Muoversi nella capitale libanese è possibile solo in questo modo: conoscendo dettagli, posti, piccoli punti di riferimento e non i nomi delle strade e i numeri civici. Quando andrete a Beirut per la prima volta a trovare un vostro amico, il miglior modo per raggiungerlo sarà utilizzare piccoli particolari come punti di riferimento e non gli indirizzi ufficiali, poiché a Beirut nessuno li usa.

Il vero problema è che questi punti di riferimento possono essere di ogni tipo: da enormi e fatiscenti palazzi a negozi, boutique o ristoranti conosciuti. Un po’ meno vaghi, certo, rispetto al golden retriever che dorme al sole, ma sempre poco accurati.

Inoltre, alcuni di questi luoghi di riferimento hanno smesso di esistere da tempo, ma sopravvivono ancora proprio grazie alla loro funzione referenziale. È questo il caso del vecchio teatro Medina, da non confondere assolutamente con il nuovo teatro Medina, ancora in piedi ma situato a venti minuti da quello vecchio.

Ovviamente, per chi non è mai stato a Beirut, o per i visitatori occasionali, questi punti di riferimento non hanno alcun significato.

Infatti, quando Bahi Ghubril, libanese di nascita e cresciuto a Londra, si trasferì a Beirut nel 2005, si rese conto di quanto fosse difficile muoversi nella città senza perdersi. Così ha iniziato a mappare la città e i vari punti di riferimento, quartiere dopo quartiere, raccogliendo le informazioni prima dagli uffici municipali e dalle imprese locali, poi parlando con i negozianti e con i frequentatori abituali della zona che passavano gran parte del loro tempo seduti in strada.

Dopo dieci anni di conversazioni e un’innumerevole mole di dati raccolti, nasce Zawarib, the mapping company, che prende il nome da una parola di origine araba che significa “vicoli stretti”. L’azienda si pone come obiettivo quello di mettere ordine nel caos di alcune città, classificando tutti i vari punti di riferimento non convenzionali o creando una mappa dei bus, utilizzando insomma il linguaggio che oggi tutti usano a Beirut per orientarsi.

In effetti questo sistema è il più logico: si fissano dei punti di riferimento in zone diverse della città, si collegano insieme tra loro e si individua il percorso ideale da seguire per raggiungere la propria destinazione.

Chi ha un senso dell’orientamento maggiormente sviluppato cercherà la strada più breve, noncurante dei punti di riferimento precedentemente fissati. Al contrario, chi non ha un buon orientamento preferirà fare una strada più lunga, seguendo però i propri riferimenti e mantenendo sempre il controllo del percorso che si sta facendo.

Le mappe, quando svolgono bene il loro compito, diventano un’estensione della nostra conoscenza. Queste possono anche stimolare la nostra coscienza, facendoci vedere le cose sotto un’ottica differente: è il caso della mappa di Beirut che mette in evidenza la scarsità di spazi verdi nella città o delle mappe sociali fatte a Mumbai, Delhi e Hyderabad, realizzate da bambini, che segnalano delle mancanze fondamentali, come i bidoni dell’immondizia o i servizi igienici.

“Tutto sta nel capire come una città respira. C’è sempre un ordine chiaro e preciso, bisogna solo capirlo a fondo. Nei vecchi quartieri vige una gerarchia tra i negozianti e i residenti. Le piazze e le strade prendono il nome dall’attività commerciale che si svolge lì. Una volta capito questo, muoversi non è più un problema”, spiega l’urbanista Sarah Essbai, che ha lavorato nei vecchi quartieri delle città arabe.

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