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Le storie di vita dei migranti allo Human Rights Watch Film Festival di Londra

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Si è da poco conclusa nella capitale britannica la ventesima edizione del festival cinematografico, che quest'anno ha visto diversi film incentrati sui processi migratori

Si è da poco concluso a Londra lo Human Rights Watch Film Festival. Tra i molti film presenti in programma dal 9 al 18 marzo 2016, spiccavano quelli che affrontano diversi aspetti del processo migratorio che negli ultimi anni ha visto più di un milione di persone arrivare in Europa.

I registi che hanno affrontato l’argomento nei loro film e documentari mostrano le diverse forme che il processo migratario prende a seconda dei contesti e delle situazioni di chi ne è coinvolto.

Il film Mediterranea di Jonas Carpignano, ad esempio, racconta la storia di due migranti che partono dal Burkina Faso e arrivano a Rosarno, in Calabria. Mediterranea è un film di finzione, ma attaraverso la vita di Ayiva e Abas mostra come il processo migratorio inizia e si evolve: partendo dalle immagini pubblicate su Facebook da altri migranti che mostrano la bella vita che si sono costruiti in Europa e dalla situazione di povertà ed immobilità nei villaggi di partenza, Carpignano racconta come nasca la voglia di partire.

Le aspettative ed i sogni dei due burkinabè si scontreranno con la realtà di Rosarno: un lavoro malpagato come raccoglitori di arance, senza permesso di soggiorno, in una società che non vuole vedere i migranti ma allo stesso tempo non può farne a meno. Attraverso le esperienze di Ayiva e Abas, Carpignano mostra come si siano create ed evolute le condizioni che hanno portato agli scontri di Rosarno del 2010 tra la popolazione locale e i migranti che lavoravano, e lavorano, nelle campagne della Piana di Gioia Tauro, vivendo per mesi in tende e costruzioni precarie fuori dai centri abitati.

Diverse sono invece le prospettive e storie raccontate da Andreas Koefoed e George Kurian, con i loro documentari The crossing e At home in the world. Entrambi i registi si sono concentrati sulla situazione di rifugiati e richiedenti asilo arrivati in Europa negli ultimi anni.

The Crossing segue un gruppo di siriani inizialmente rifugiatisi in Egitto. Prima dello scoppio della guerra civile questi avevano professioni affermate nella propria società di partenza: un famoso musicista, una giornalista, una farmicista, sono alcuni dei protagonisti che Kurian segue con la propria telecamera prima e dopo la partenza verso l’Europa.

In The Crossing viene mostrato come forte corruzione e una situazione legale e di sicurezza precaria in Egitto spinga i rifugiati siriani a cercare soluzioni alternative; inoltre, parte del film è dedicata al viaggio attraverso il Mediterraneo, durante il quale il gruppo di amici stipato su un peschereccio usa un telefono per riprendere la situazione a bordo della barca che li porterà verso l’Europa.

I personaggi del documentario partono insieme dall’Egitto, e una volta arrivati in Europa si separano e finiscono in paesi diversi dell’Unione Europea, chi in cerca di famigliari, chi di condizioni legali favorevoli, chi di lavoro, chi per caso.

Nel documentario di Kurian si affronta il tema di come sia difficile lasciarsi una vita affermata alle spalle, riniziando e ricostruendo tutto dall’inizio in paesi di cui non si conosce la lingua nè il contesto sociale e legale. Inoltre, in The Crossing si percepisce quanto sia difficile dover aspettare per mesi di completa inattività prima di sapere se sarà possibile ricostrursi una vita, attendendo in campi profughi in diversi punti dell’Europa l’esito di decisioni legali riguardo la propria reichiesta d’asilo, mentre notizie in arrivo dalla Siria continuano a mostrare guerra e morti.

In un’intervista rilasciata in esclusiva per TPI, il regista George Kurian parla di come abbia scelto il gruppo di persone da seguire con il suo documentario: “Ho conosciuto queste persone quando erano in Egitto, e mi ha colpito il fatto che, soprattutto le donne, fossero completamente l’opposto dello stereotipo dei rifugiati provenienti da un paese islamico: persone forti, padrone della propria vita, con carriere affermate e sogni per il futuro. Nel mio documentario ho voluto andare contro lo stereotipo comune che dipinge i rifugiati come persone oppresse e senza capacità da offrire ai paesi in cui vengono accolti.”

Una simile prospettiva è stata presa da Andreas Koefoed nel suo documentario At home in the world. In questo film il regista mostra quale sia la situazione in Danimarca all’interno di scuole gestite dalla Croce Rossa per bambini rifugiati e richiedenti asilo.

Durante mesi di riprese all’interno di una di queste scuole, il regista conosce e ci fa conoscere le storie di bambini e famiglie in arrivo dall’Est Europa e Medio Oriente. I bambini frequentano queste scuole temporanee per mesi, imparando il danese mentre le autorità prendono deicisioni riguardo la situazione legale delle famiglie in attesa.

Andreas Koefoed segue da vicino una famiglia in arrivo dall’Ucraina, il cui padre è stato torturato prima di lasciare il paese. Una volta in Danimarca, a tutti i famigliari viene riconosciuto lo status di rifugiato tranne che al padre, che si vede costretto a tornare verso un paese in cui lo attendono anni di carcere. Il regista ci fa anche conoscere Dorte, una delle insegnanti della scuola, che giorno dopo giorno affronta storie di bambini in arrivo da guerre e che vivono in un permanente stato post traumatico.

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