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Home » Esteri

La tradizione dei petizionisti

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Il governo cinese ha aperto un sito per le lamentele dei cittadini. Ma in molti dubitano dell'efficacia del servizio

‘Shangfang’, ovvero la petizione. Una tradizione secolare in Cina, ma che vive ancora oggi, per cui il cittadino va a chiedere giustizia al governo centrale di un torto subito in provincia da un pubblico ufficiale o da un’autorità locale. In uno Stato grande quanto la Cina, il viaggio verso Pechino diventa spesso un’odissea piena di rischi: numerosi scandali sono scoppiati negli ultimi anni, denunciando le violenze con cui gli amministratori locali impediscono ai petizionisti di raggiungere la capitale, anche attraverso l’uso di prigioni non ufficiali, le cosiddette ‘black jails‘.

Oggi – nell’era di Internet – tutto dovrebbe cambiare. L’Ufficio pubblico per le lettere e le petizioni ha aperto lunedì sul proprio sito una sezione dedicata alle petizioni. Una sorta di “sportello del cittadino”, dove poter inviare le proprie lamentele e le richieste di un intervento giuridico dall’alto. Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, ora sarà più facile “presentare i propri reclami su diritti ignorati e abuso di potere da parte di autorità, aziende o istituzioni pubbliche, facendo sentire la propria voce”.

Ma la rivoluzione digitale deve fare i conti con la realtà. Nel giro di poche ore il sito è crollato, costringendo gli amministratori a chiuderlo temporaneamente. In Cina nessun quotidiano ha riportato il flop dell’Ufficio petizioni: solo a Hong Kong il South China Morning ha sollevato dubbi, chiedendosi se non fosse “prematuro affidarsi ad internet per pratiche che avrebbero bisogno di essere spiegate di persona”.

Nonostante il servizio sia stato poi riportato online, la faccenda ha attirato molte critiche nei social network. Su Sina Weibo qualcuno ha addirittura suggerito che in realtà il sito potrebbe essere una ‘trappola’ per avere i dati dei petizionisti (è infatti necessario registrarsi con il proprio nome ed indirizzo), in modo che i governi locali possano impedire all’origine ed eventualmente punire ogni lamentela.

Inoltre sono anche sorti dubbi sulla reale efficacia del servizio. Il sito impone la registrazione attraverso il numero di carta d’identità, è compatibile soltanto con il browser Internet Explorer e permette di allegare al massimo 2 megabyte di documenti. E il numero verde del sito sembra ancora non funzionante. La giustizia sembra lontana in Cina, anche nell’era digitale.

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