Intervista a Joshua Wong: “Rischio l’ergastolo, ma la paura non fermerà la lotta per la democrazia”

Di Giulio Gambino e Angelica Pansa
Pubblicato il 6 Lug. 2020 alle 16:55 Aggiornato il 6 Lug. 2020 alle 17:02
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Immagine di copertina
Joshua Wong (Credits: Liau Chung-ren/ZUMA Wire)

Joshua, oggi sono quattro giorni che Hong Kong vive sotto la nuova legge sulla sicurezza nazionale voluta dalla Cina. Pechino giustifica questa legge come strumento per salvaguardare l'”alto grado di autonomia” della città. Cosa sta succedendo davvero?

La nuova legge sulla sicurezza nazionale è il cambiamento più radicale nella gestione di Hong Kong da quando la città è stata restituita alla Cina dalla Gran Bretagna, nel 1997. Con l’accordo di passaggio delle consegne, Pechino aveva riconosciuto a Hong Kong le libertà civili fondamentali, nonché l’autonomia giudiziaria e legislativa. La nuova legge ha cambiato questo panorama, autorizzando gli agenti di sicurezza cinesi a operare apertamente in città. La paura a Hong Kong esisteva già, ma con la nuova legge sulla sicurezza oggi ogni hongkonghese che si oppone al regime di Pechino può essere estradato in Cina. Molti sono fuggiti all’estero per continuare a parlare e lottare per Hong Kong. E anche noi da qui, nonostante le minacce, continueremo a lottare.

Hai detto che “con la nuova legge, Hong Kong diventerà uno Stato di polizia segreta”. Quali sono gli aspetti più pericolosi della legge sulla sicurezza?

Chiunque esprima opinioni critiche o di opposizione al governo di Pechino viene arrestato. Questa settimana numerosi manifestanti sono stati fermati semplicemente perché avevano gli sticker del movimento “Free Hong Kong” appiccicati ai cellulari. Gli arresti sono stati motivati come “istigazione alla sovversione”. Le biblioteche pubbliche hanno rimosso una serie di libri scritti da attivisti pro-democrazia, di fatto attuando una censura di pensiero. Questa nuova legge è uno strumento per incutere puro terrore ad Hong Kong, e per mettere a tacere la nostra battaglia. E da giorni un’ondata di paura attraversa la città. Ma la paura non ucciderà il nostro spirito di resistenza e determinazione per la democrazia.

Durante la nostra prima intervista hai detto: “Se questa legge passerà, c’è il rischio che io finisca in una prigione cinese e che venga messo a tacere e imbavagliato per sempre. Potrei dover scontare una pena di oltre 10 anni”. Temi per la tua vita oggi?

Sì, oggi posso rischiare l’estradizione in Cina e il carcere. Ma non solo: rischio anche l’ergastolo. Naturalmente mi preoccupo per il mio futuro personale e il mio destino. Tuttavia, sono sicuro che sempre più persone nella comunità locale e globale oggi sostengono Hong Kong. E saranno loro la pressione critica contro la Cina quando Pechino procederà con le estradizioni.

Lo scorso 30 luglio hai dato le dimissioni come leader di Demosisto, il partito di opposizione. Perché e quali sono le sue ragioni? È stata una libera scelta o ti sei sentito obbligato?

Ho dato le dimissioni come leader di Demosisto, ma continuerò a portare avanti le mie battaglie e le mie proteste nelle strade. L’ho fatto per i miei colleghi e compagni: non voglio mettere a rischio la loro vita. Noi – io e i colleghi che come me hanno lasciato le loro cariche all’interno del movimento – abbiamo già interrotto la nostra operazione, ma tanti altri giovani attivisti continueranno le nostre battaglie.

Quale futuro vedi per Demosisto senza di te e gli altri rappresentanti che hanno seguito la tua scelta?

Proprio come Nathan, che oggi si trova all’estero, continueremo ad avere attivisti in tutto il mondo per attirare l’attenzione internazionale e far conoscere le battaglie di Hong Kong (Nathan Law è scappato da Hong Kong lo scorso 2 luglio perché perseguitato dal regime di Pechino. Ad oggi non è dato sapere dove si trovi, ndr). Dobbiamo far sapere al mondo che è giunto il momento di stare dalla parte di Hong Kong. E anche se le nostre voci potrebbero presto non essere più ascoltate, speriamo che il mondo parli più forte e difenda la democrazia con sforzi più incisivi.

Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, e l’Italia in particolare, per contrastare questa mossa liberticida promossa dal governo cinese?

Credo che la comunità internazionale, ma in particolare e soprattutto l’Europa e l’Italia, dovrebbero sostenere Hong Kong e stare con gli abitanti di Hong Kong, difendendo la democrazia nello stesso modo in cui, tre decenni fa, hanno difeso la Germania dalla morsa autoritaria.

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