Diamo la cittadinanza italiana agli abitanti di Hong Kong in fuga dal regime cinese

Di Elisa Serafini
Pubblicato il 2 Lug. 2020 alle 18:12
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Illustrazione di Emanuele Fucecchi/TPI

La repressione delle proteste di Hong Kong, i nuovi arresti e il grido di allarme lanciato da Joshua Wong, attivista per la democrazia e i diritti civili, intervistato recentemente da TPI, hanno indotto la comunità internazionale ad intervenire minacciando sanzioni e azioni di retaliation, come prevede, peraltro, il diritto internazionale. In Italia il tema non è entrato nella discussione politica, nonostante in passato diversi partiti si fossero espressi su temi di sovranità come quelli della Catalogna.

L’Italia ha insomma scelto, il silenzio, complice, probabilmente, qualche interesse politico-economico, che riguarda infrastrutture e imprese. Eppure il dramma di Hong Kong riguarda tutti: la nuova legge sulla sicurezza permetterà al Partito Comunista Cinese di reprimere le ultime libertà rimaste intatte nella città-Stato. “È la fine di Hong Kong come la conosciamo”, ha detto Joshua Wong. Ed è anche per questo che il nostro Paese non può stare a guardare.

La nostra Costituzione prevede, all’articolo 10, che lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. L’Italia ha di fronte una grande opportunità: quella di accogliere i cittadini di Hong Kong perseguitati dal governo cinese, garantendo loro la cittadinanza italiana o permessi speciali di residenza.

Hong Kong ha 7 milioni di abitanti, con un’età mediana di 44 anni, il 40 per cento degli abitanti ha meno di 35 anni: si tratta di persone scolarizzate, che parlano perfettamente l’inglese, cresciuti in un contesto complesso ed economicamente vivace e in forte crescita. L’Italia potrebbe garantire a questi cittadini la possibilità di vivere e lavorare nell’Unione europea, un continente che ha un disperato bisogno di riequilibrare i propri assetti socio-demografici e che potrebbe solo avere beneficio da un processo di immigrazione regolamentata e aperta.

In passato, già a partire dagli anni Cinquanta, l’Italia ha accolto con flessibilità cittadini di alcuni particolari Paesi, ad esempio le Filippine, lo Sri Lanka, Capo Verde. All’epoca si trattò di una scelta politica influenzata dalle organizzazioni cattoliche: l’intento era quello di sostenere flussi di immigrazione di culture e religioni ritenute, per l’epoca, “compatibili”.

Oggi, in un mondo culturalmente più unito grazie a media e tecnologia, il tema della difficoltà di integrazione è molto meno sentito. Un cittadino di Hong Kong è un cittadino del mondo, in un Paese che oggi vive una delle fasi più pericolose e violente della sua storia. Aprire le porte del nostro Paese ai cittadini di Hong Kong – come peraltro ha proposto anche il Regno Unito – permetterebbe al nostro Paese di attrarre nuovi cittadini e lavoratori, di cui l’Italia ha disperatamente bisogno, e potrebbe salvare la vita a migliaia di persone.

L’Italia deve dimostrare almeno la metà del coraggio che hanno mostrato di possedere giovani attivisti come Joshua Wong, che ogni giorno, da mesi, rischiano la vita per poter difendere la libertà, la democrazia, il lavoro: i valori su cui si basa la nostra Costituzione.

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