Israele: l’arte della sopravvivenza politica di Netanyahu dal 7 ottobre alle urne
Dopo il 7 ottobre la sua fine politica sembrava già scritta. Invece il premier più longevo d’Israele è uscito dalla notte elettorale con il Likud in testa, una coalizione che manca la maggioranza ma regge il confronto con i rivali e uno sfidante che, per sostituirlo alla guida del governo, dovrebbe chiedere aiuto ai partiti arabi con cui finora ha rifiutato di allearsi
Israele è spaccato praticamente a metà, i sondaggi sbagliavano ad assegnare il primato all’opposizione del generale Gadi Eisenkot, i partiti arabi hanno registrato il proprio miglior risultato elettorale e potrebbero rappresentare l’ago della bilancia, se solo le altre liste non avessero escluso alleanze con loro. L’unica certezza delle elezioni del 27 ottobre, le prime dagli attacchi di tre anni fa di Hamas e della Jihad islamica, resta la sopravvivenza politica del premier più longevo della sua storia, Benjamin Netanyahu.
Dopo mezzanotte Eisenkot aveva arringato i suoi sostenitori: «La vecchia era è finita e Israele sta iniziando una nuova era». Dopo le tre, invece, è salito sul palco Netanyahu, per rivendicare a sua volta la vittoria: «Il Likud è il partito più grande, nessuno può competere con noi». Due autoproclamati vincitori e nessuna maggioranza, perché alla Knesset né l’una né l’altra coalizione arrivano ai 61 seggi su 120 necessari per formare un governo. Così, qualunque cosa diranno i conteggi definitivi, il leader intorno a cui le elezioni si erano trasformate in una specie di referendum è ancora in partita. Non è un trionfo e nemmeno una vittoria, ma qualcosa di più ostinato: una sopravvivenza che, dopo oltre 19 anni di potere a fasi alterne, è ormai per lui un mestiere.
Un funerale politico rimandato
I precedenti, in Israele, parlavano chiaro. Golda Meir si dimise dopo la guerra dello Yom Kippur, benché una commissione d’inchiesta l’avesse scagionata. Menachem Begin lasciò dopo il primo conflitto in Libano. Netanyahu, che invece ha costruito la carriera sulla sicurezza, si è ritrovato al governo durante il peggior attentato della storia del Paese, quello del 7 ottobre 2023, ed è ancora lì. «Golda Meir avrebbe dovuto saperlo», scrisse una volta l’attuale premier, mentre oggi gli viene rivolta la stessa accusa. Eppure lei lasciò, lui no. Sei ebrei israeliani su dieci dichiaravano, in un sondaggio di ottobre, di volere un altro premier, ma le urne sono un’altra cosa e l’endorsement di Donald Trump, praticamente l’unico alleato internazionale di peso rimasto a Israele, ha di certo influito. Del resto non sarebbe la prima volta che Netanyahu rientra in gioco. Già sconfitto da Ehud Barak nel 1999, impiegò dieci anni per tornare al governo, ma alla fine ci riuscì. Ha imparato talmente bene la lezione che dopo la cacciata del giugno 2021 gli bastò un solo anno e mezzo per riprendere il potere, stavolta alla guida di una coalizione di estrema destra che ha continuato a sostenerlo malgrado i fallimenti del 7 ottobre.
Le due tribù di Israele
Ma il Paese che governa era già spaccato prima degli attentati. Pochi mesi prima, la riforma della giustizia voluta dal suo governo riempì le piazze come non accadeva dal 1974. Una frattura che non si è mai ricomposta, nemmeno dopo gli attacchi di Hamas e della Jihad islamica. Quattro mesi dopo l’invasione di Gaza quelle stesse piazze sono tornate a riempirsi, stavolta per chiedere un accordo per liberare gli ostaggi, mentre i parenti dei rapiti sono arrivati a litigare in diretta tv con alcuni ministri dell’ultradestra, altri sono stati persino scacciati dalle strade a colpi di idranti e l’ultima manifestazione del genere è avvenuta a Tel Aviv poche ore prima del voto.
Lo storico sionista Gil Troy le definì «due tribù» in cui ormai era diviso il Paese, che avevano «più o meno messo da parte le loro divergenze dopo il 7 ottobre», ma prevedeva nuovi scontri, perché «la guerra non ha prodotto eroi unificanti». Lo stesso Eisenkot, le cui politiche internazionali e di sicurezza non si discostano molto da quelle del suo avversario, ne è un esempio. Ha accusato Netanyahu di coltivare una mentalità d’assedio che lo fa sembrare indispensabile, un metodo che giudica «veleno per la società» israeliana, ma propone un modello che ha poco di alternativo, a dispetto di chiunque pensasse che le urne avrebbero davvero cambiato qualcosa. In un Paese diviso in tribù ha buon gioco chi sa parlare alla propria, più di chi vorrebbe riunirle.
Il rivale che parla la sua lingua
L’alternativa, a ben vedere, non è quella che molti immaginavano all’estero. Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di stato maggiore e padre di un riservista morto a Gaza, nei sondaggi finali aveva superato di poco il Likud, ma non è affatto una colomba: è contrario a uno Stato palestinese, prometteva di mettere fine al dominio di Hamas su Gaza entro diciotto mesi, con il piano di Trump o con la forza, ed è considerato l’architetto della Dottrina Dahiyeh, che prevede il ricorso ad attacchi sproporzionati, senza riguardo per potenziali vittime civili, pur di difendere Israele. Questo era il candidato che avrebbe dovuto sostituire Netanyahu. D’altra parte, come mostrano i sondaggi, dopo il 7 ottobre quasi un terzo degli ebrei israeliani si è politicamente identificato più a destra di prima a causa della guerra, la maggioranza ha ammesso di voler mantenere l’occupazione a Gaza e in Libano, mentre tra i giovani risultava popolare persino il ministro della Sicurezza nazionale e leader del movimento di estrema destra Potere ebraico, Itamar Ben-Gvir. Così, per vincere, l’opposizione avrebbe dovuto conquistare una decina di seggi nelle circoscrizioni che nel 2022 scelsero Netanyahu e per riuscirci avrebbe dovuto parlare la sua lingua. Ma, come abbiamo visto spesso anche in Italia, tra l’originale e la copia, alla fine gli elettori scelgono l’originale.
Netanyahu, intanto, ha puntato sulle solite carte: l’appoggio di Donald Trump, che per due volte in una settimana ha invitato a votare “Bibi”, e la minaccia dell’Iran, messa al centro della volata finale con tanto di immagine generata dall’intelligenza artificiale di un’esplosione nucleare su Tel Aviv. Non è però la paura la sua migliore alleata, semmai la profonda spaccatura interna a Israele.
Lo stallo che lo salva
I numeri, per ora, non indicano un vincitore. Con il 66 per cento delle schede scrutinate il blocco pro-Netanyahu è dato 56 seggi, quello avverso a 48, i partiti arabi a 16. Ma Eisenkot non si è impegnato ad allearsi con questi ultimi per andare al governo. Così lo stallo e il tempo giocano ancora una volta a favore di Netanyahu, che resterà al potere almeno un altro mese, visto che chiunque sarà incaricato dal presidente Isaac Herzog avrà 28 giorni per trovare i voti alla Knesset necessari a formare un nuovo esecutivo.
Il presidente non è obbligato ad affidare l’incarico al leader del primo partito ma, con il Likud in testa, l’attuale premier parte di nuovo favorito. Eisenkot potrebbe raccogliere più consensi nelle consultazioni ma un suo governo con l’appoggio esterno delle liste arabe appare improbabile, viste le sue posizioni. Netanyahu, dal canto suo, ha già avvertito: «Non dobbiamo mettere in pericolo Israele formando un governo che si regga su partiti arabi antisionisti». Se nessuno riuscirà a ottenere la maggioranza, lui resterebbe alla guida di un governo ad interim, incaricato di gestire solo gli affari correnti e incapace di approvare provvedimenti rilevanti come la legge di bilancio, ma gli scenari internazionali potrebbero cambiare il quadro. Un governo di unità nazionale, escluso da Eisenkot, non è affatto improbabile in caso di ripresa delle ostilità con l’Iran. Comunque vada a finire però, in tutti questi scenari, Netanyahu resta in scena, da incaricato, da premier ad interim o da leader del primo partito del Paese e della coalizione più votata.
Sopravvivere, però, non significa essere assolto. Seppure politicamente ancora vivo, malgrado un’imputazione per crimini di guerra e contro l’umanità presso la Corte penale internazionale, Netanyahu esce indebolito da queste elezioni. Per i suoi detrattori resta il leader che, sotto processo per corruzione, ha prima diviso il Paese, poi ha fallito nel proteggerlo dagli attacchi del 7 ottobre e infine ha trascinato la guerra e la crisi degli ostaggi per ragioni personali. Per i suoi sostenitori, rappresenta la sola mano ferma capace di guidare Israele attraverso più conflitti difendendone l’identità ebraica e allargandone i confini, senza però riuscire a ottenere la tanto annunciata “vittoria finale”.
Nel loro ultimo incontro, come raccontato dalla rivista Time, Eisenkot tirò fuori dalla borsa un libro di Martin Indyk su Henry Kissinger e chiese a Netanyahu: «L’hai letto?». La risposta del premier fu lapidaria: «Ho un’idea diversa del significato della parola strategia». Se vuol dire sopravvivere a ogni costo, per ora, ha avuto ragione lui.