Nuovi raid incrociati tra Stati Uniti e Iran: Washington bombarda diverse città, Teheran reagisce contro le basi Usa in Bahrein, Oman, Kuwait e Giordania
L'intesa siglata a Islamabad per fermare le ostilità rischia ormai di naufragare sotto il peso dei bombardamenti. Ma il cruciale snodo marittimo di Hormuz resta il vero ostacolo per la pace
Le forze armate degli Stati Uniti hanno lanciato, nella notte, una nuova offensiva aerea contro l’Iran, che per tutta risposta ha preso di mira obiettivi statunitensi in Bahrein, Oman, Kuwait e Giordania. L’obiettivo dei raid Usa disposti dal presidente Donald Trump contro diverse città e della Repubblica islamica è allentare la morsa di Teheran sullo Stretto di Hormuz, dove nel fine settimana un’altra nave portacontainer è stata colpita dai Pasdaran.
Attacchi incrociati
Il Comando centrale delle forze armate degli Stati Uniti (Centcom) ha reso noto di aver completato, tra la serata di ieri e le prime ore di oggi, due nuove offensive contro “decine di obiettivi” distribuiti in varie regioni dell’Iran. L’operazione, ordinata da Trump allo scopo di “indebolire la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il traffico marittimo internazionale attraverso lo Stretto di Hormuz”, è stata condotta con l’impiego coordinato di caccia, navi, droni aerei e droni navali, che hanno preso di mira “i sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, le infrastrutture per lanciare missili e droni, nonché piccole imbarcazioni” della Repubblica islamica.
Ma la risposta militare iraniana, affidata ai Guardiani della Rivoluzione, non si è fatta attendere e ha coinvolto diversi Paesi vicini. Attacchi diretti dei Pasdaran, secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale IRNA, avrebbero colpito la base aerea “Principe Hassan” in Giordania; un centro di comando per droni e alle installazioni militari statunitensi a Juffair, alla periferia meridionale di Manama in Bahrein, dove sono divampati diversi “incendi”, e un imprecisato numero di basi aeree in Kuwait, tra cui quella di Ali al-Salem. Altre incursioni invece avrebbero centrato obiettivi statunitensi in Qatar e nel Sultanato dell’Oman, dove le forze navali dei Pasdaran sostengono di aver distrutto un radar FPS aviotrasportato a lungo raggio e un radar di rilevamento navale. Teheran ha inoltre avvertito che prenderà in considerazione il bombardamento di ulteriori basi nemiche nella regione in caso di nuovi attacchi da parte degli Usa.
L’escalation non ha precedenti dalla firma del cessate il fuoco tra Washington e Teheran lo scorso 8 aprile. Da allora entrambe le parti si erano già scambiati numerosi colpi, accusandosi a vicenda di aver violato la tregua, che tutto sommato aveva retto. Dal 6 luglio però, quando i Pasdaran hanno colpito tre navi in transito nello Stretto di Hormuz, tra cui una metaniera qatariota e una petroliera saudita, la situazione è precipitata. Per ritorsione, il giorno successivo, gli Stati Uniti hanno effettuato incursioni aeree su obiettivi militari iraniani, a cui Teheran ha risposto lanciando droni e missili contro le basi americane nel Golfo. L’8 luglio poi, dal vertice Nato di Ankara, Donald Trump ha annunciato la fine del cessate il fuoco, ventilando la possibilità di nuovi raid. Quindi, nel fine settimana, i Guardiani della Rivoluzione hanno proclamato la chiusura dello Stretto di Hormuz a seguito dell’assalto a una nave portacontainer accusata di percorrere una rotta non autorizzata, innescando nuovi attacchi da parte statunitense su varie città iraniane situate lungo la costa meridionale e la conseguente controffensiva di Teheran. Una catena di eventi che mette in serio pericolo il memorandum d’intesa di Islamabad siglato il 17 giugno scorso per porre fine alla guerra scatenata il 28 febbraio da Usa e Israele contro l’Iran.
La conta dei danni
I pesanti bombardamenti compiuti dagli Usa all’alba di oggi contro l’Iran hanno provocato forti esplosioni in ampie zone del sud e dell’ovest del Paese, comprese la città costiera di Bandar Abbas, la città settentrionale di Hajiabad e la provincia del Khuzestan, situata lungo il confine con l’Iraq. Il governatore dell’isola di Qeshm, situata nei pressi dello Stretto di Hormuz, ha dichiarato all’agenzia di stampa ufficiale IRNA che i raid Usa hanno colpito obiettivi militari, senza causare vittime. Tuttavia, un primo bilancio diffuso dalla tv pubblica IRIB parla di almeno un morto e quattro feriti provocati da un’esplosione presso una stazione di pompaggio idrico nella città sud-occidentale di Mahshahr, mentre l’agenzia di stampa iraniana Mehr riferisce che la vittima è un ufficiale della Marina dei Pasadaran.
Nei Paesi dell’area colpiti dalla reazione iraniana, invece, i sistemi di difesa aerea della Giordania hanno intercettato e abbattuto all’alba quattro missili sparati dalla Repubblica islamica e penetrati nello spazio aereo del regno, anche se fonti ufficiali dello Stato Maggiore giordano hanno escluso feriti o danni materiali. In Kuwait, che è stato ripetutamente preso di mira dall’Iran durante il conflitto, le autorità militari hanno confermato l’attivazione della contraerea contro “bersagli ostili”, denunciando un attacco contro tre posti di frontiera nel nord dell’Emirato, che ha provocato solo danni materiali. Il ministero della Difesa kuwaitiano ha inoltre segnalato che un drone ha preso di mira una piattaforma offshore della Kuwait Oil Company, ferendo un dipendente e causando alcuni danni strutturali. In Bahrein, le sirene di allarme sono risuonate due volte all’alba nei pressi della sede della Quinta Flotta della Marina statunitense, mentre nella base di Juffair si sono registrati alcuni incendi alle infrastrutture militari americane, che però smentiscono le indiscrezioni su potenziali vittime. Questi danni si sommano a quelli segnalati nel fine settimana nello Stretto di Hormuz, dove l’attacco iraniano a una nave portacontainer ha provocato un incendio a bordo e la scomparsa di un membro dell’equipaggio.
Le conseguenze politiche
Sul piano politico, il ministero degli Esteri di Teheran ha espresso una dura condanna verso l’ultima ondata di attacchi statunitensi, affermando che hanno “reso vani” tutti gli sforzi diplomatici degli ultimi mesi. La nota ministeriale accusa Washington di aver provocato “il ritorno dell’insicurezza” nello Stretto di Hormuz e l’interruzione del trasporto commerciale internazionale “interferendo apertamente” con le disposizioni stabilite da Teheran per il transito nel canale, lasciando intendere che il tempo della diplomazia sia ormai concluso. In linea con questa posizione, il presidente del Parlamento iraniano e principale negoziatore della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva annunciato nel fine settimana sui social che “l’era degli accordi unilaterali è FINITA” “Ve l’avevamo detto”, aveva aggiunto rivolgendosi alle autorità statunitensi. “Mantenete la parola data o ne pagherete il prezzo. La realtà sta bussando alla vostra porta”.
Una lettura diametralmente opposta è stata invece offerta dal presidente statunitense Donald Trump nel corso di un’intervista al programma “Meet the Press” trasmessa ieri sull’emittente NBC. Nella giornata di sabato, ha rivelato l’inquilino della Casa bianca, l’Iran aveva accettato un accordo diplomatico “perfetto” per gli Usa. “Niente nucleare, in cui avevano rinunciato a tutto”, aveva detto Trump. Poi però, “appena un’ora dopo”, la Repubblica islamica ha lanciato un drone contro una nave. “Ho detto: questa gente è malata, ed è andata così”, ha commentato il presidente, ricordando i raid degli Stati Uniti contro l’Iran.
Di fronte alla crisi, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha diramato una nota ufficiale ammonendo che “un ritorno a ostilità su vasta scala avrebbe conseguenze catastrofiche”. Nel frattempo ieri, il ministro degli Esteri del Pakistan, Ishaq Dar, principale mediatore tra Washington e Teheran, ha avuto un colloquio telefonico con la sua controparte iraniana, Seyed Abbas Araghchi, chiedendo un’immediata de-escalation e sottolineando che il dialogo e la diplomazia rimangono “l’unica via percorribile per risolvere le controversie e raggiungere una pace duratura”.
Il nodo di Hormuz
Intanto lo Stretto di Hormuz, dove prima della guerra transitavano un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello globale, resta il fulcro dello scontro. Teheran insiste nel voler imporre il proprio controllo esclusivo sulle acque territoriali, paventando la possibilità di far pagare un pedaggio alle navi in transito, arrogandosi il diritto di “coordinare” il traffico locale e dichiarando lo Stretto formalmente chiuso fino alla fine dell’escalation. A conferma di tale linea, questa mattina le Guardie della Rivoluzione islamica hanno comunicato di aver intercettato e bloccato due imbarcazioni all’interno del canale, senza specificarne l’identità. Al contrario, il Pentagono e il presidente Trump negano con fermezza la chiusura di Hormuz, asserendo che la rotta rimane aperta al traffico civile. Il Comando centrale delle forze armate Usa (Centcom) ha ribadito che lo Stretto costituisce un corridoio marittimo vitale per il commercio globale e che “l’Iran non lo controlla”, precisando che le truppe statunitensi sono posizionate e pronte a garantire la libertà di navigazione contro ogni ingiustificata aggressione da parte di Teheran.
Eppure, secondo i dati raccolti dalla società di monitoraggio Kpler, nel fine settimana il traffico navale nello Stretto è tornato al livello minimo delle ultime cinque settimane. Nella giornata di ieri infatti solo sei navi hanno attraversato Hormuz, tra cui la superpetroliera “Humanity” carica di due milioni di barili di greggio iraniano, la “Capetan Andreas” con a bordo 500 mila barili di prodotti petroliferi kuwaitiani e tre petroliere vuote entrate nel Golfo per caricare greggio. Il traffico marittimo prosegue a livelli ridotti sia al largo dell’Oman che dell’Iran, laddove prima dello scoppio della guerra transitavano mediamente circa 140 navi al giorno. Questo numero invece, secondo i dati resi noti dal Pentagono, è stato raggiunto in una settimana. Oltre 140 imbarcazioni infatti, negli ultimi sette giorni, sono transitate lungo lo Stretto, molte delle quali impiegando una rotta alternativa al largo delle coste dell’Oman, studiata appositamente per evitare le acque territoriali della Repubblica islamica. È proprio per proteggere questo flusso commerciale dagli attacchi condotti contro le imbarcazioni in transito che gli Stati Uniti hanno intensificato le loro operazioni, lanciando nell’ultima settimana tre distinte ondate di attacchi aerei e arrivando a colpire, nella sola giornata di ieri, circa 140 obiettivi militari iraniani. Ma Teheran non intende rinunciare al controllo dello Stretto, che lo stesso segretario di Stato Usa Marco Rubio definì una volta una “bomba nucleare economica”.