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Perché l’Occidente deve cambiare rotta in Ucraina

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Credit: AP Foto

Le armi non bastano. La vittoria di Kiev è improbabile. E il protrarsi del conflitto rischia di sfociare in uno scontro atomico. Così una nuova relazione dell’istituto RAND consiglia agli Usa di aprire ai negoziati

Come andrà a finire la guerra in Ucraina? A poche settimane dal 24 febbraio, è una domanda a cui esperti e addetti ai lavori ancora faticano a dare una risposta. Dopo le riconquiste ucraine degli ultimi mesi, l’afflusso costante di armi e (da parte russa, per ora) di uomini sta preparando il terreno a una nuova escalation. 

Stando alle parole dello stesso Volodymyr Zelensky, è «già iniziata» l’offensiva della Russia, che punta a una «grande revanche» dopo i successi della controffensiva ucraina dello scorso autunno. Per questo il presidente ucraino ha chiesto un ulteriore salto di qualità nelle forniture di armi, da missili con gittata sempre più lunga fino agli aerei da caccia, passando per l’invio di carri armati, finalmente sbloccato dopo mesi di trattative.

Al momento non è chiaro fin dove potrà spingersi il nuovo assalto di Mosca, che secondo la Nato sta mobilitando più di 200mila soldati, né fino a che punto le forze ucraine riusciranno a ricacciare le forze di occupazione. Quello che è certo è che finora il successo di Kiev nel riprendere i territori occupati è stato considerato una priorità dell’intero Occidente. In futuro però potrebbe non essere più così, stando almeno alle indicazioni di un recente rapporto della Rand Corporation, un influente think tank di Washington.

Nuove priorità
L’istituto di ricerca, noto per aver contribuito a delineare le strategie statunitensi durante la Guerra fredda, ha messo in guardia da un rischio che considera fin troppo sottovalutato: quello di un conflitto duraturo.

Nel rapporto “Evitare una guerra lunga: politiche statunitensi e la traiettoria del conflitto Russia-Ucraina”, non si trova alcun riferimento alla democrazia, allo stato di diritto o all’auto-determinazione. Spazio invece agli “interessi”, ai “costi” e agli interrogativi su “come finirà” la guerra. Una posizione diversa da quella articolata solitamente dai think tank di Washington, che punta a un ripensamento radicale delle priorità statunitensi nel conflitto.

«È opportuno valutare come questo conflitto possa evolversi, cosa le traiettorie alternative possano significare per gli interessi degli Stati Uniti e cosa Washington possa fare per promuovere una traiettoria che serva al meglio gli interessi degli Stati Uniti», scrivono gli autori Samuel Charap e Miranda Priebe nella parte introduttiva, in cui giudicano «improbabile» e «ottimistico» lo scenario di una vittoria totale ucraina, in cui una Russia «umiliata» scelga addirittura di risarcire Kiev. Piuttosto, in questo caso, «i rischi di un ricorso al nucleare o di una guerra Russia-Nato schizzerebbero verso l’alto».

Ed è su questi pericoli che pone l’accento il rapporto, chiedendo sia data loro maggiore importanza a discapito di altre «dimensioni» del conflitto finora prioritarie, come la riconquista ucraina delle zone occupate. Il rapporto riconosce le ragioni umanitarie a favore della liberazione dei territori ucraini «dagli orrori della liberazione russa». Per quanto riguarda però l’ordine internazionale ed economico, le ragioni a favore di ulteriori riconquiste ucraine sono, secondo Charap e Priebe, «meno evidenti».

Secondo gli autori, gli Stati Uniti dovrebbero dovrebbero intervenire per rendere più probabile «una fine del conflitto nel medio termine» ed evitare i costi di una guerra duratura, anche sull’Europa. Stando alle stime citate nel rapporto, solo in questo inverno gli aumenti dei prezzi energetici porteranno a quasi 150mila morti in più nel continente. La Russia invece è già stata indebolita pesantemente del conflitto: «Ci vorranno anni, forse anche decenni, prima che l’esercito e l’economia si riprendano dai danni già subiti».

Verso la pace
Per questo l’amministrazione statunitense dovrebbe prendere misure per spingere le parti a negoziare. Ad esempio, vincolando gli aiuti all’Ucraina alla disponibilità a trattare. Una presa di posizione finora tabù «perché l’Ucraina si sta difendendo da un’aggressione russa non provocata». «Tuttavia», aggiunge il rapporto, «il calcolo degli Stati Uniti potrebbe cambiare man mano che aumentano i costi e i rischi connessi alla guerra».

Gli Stati Uniti potrebbero calibrare il ricorso a questa «leva». «Ad esempio», afferma lo studio, «gli Stati Uniti potrebbero ridurre gli aiuti gradualmente e non drasticamente, se l’Ucraina non dovesse negoziare. E, ancora, la decisione di ridurre gradualmente gli aiuti di guerra in vista dei negoziati può essere presa in tandem con la promesse di aumenti sostenuti e a lungo termine nel Dopoguerra». Si fa anche l’esempio di Israele e la «vasta quantità di aiuti» ricevuti da Washington dopo gli accordi di Camp David, i quali hanno «garantito che le capacità» dello Stato ebraico «superassero quelle dei Paesi vicini».

Gli studiosi della Rand Corporation non sono soli nel sostenere le ragioni di un cambiamento nelle politiche occidentali. Anche su The Economist ha trovato spazio un saggio di Christopher Chivvis, del Carnegie Endowment for International Peace, che ripete molte delle osservazioni contenute nel rapporto. Secondo l’esperto, gli obiettivi di guerra ucraini attualmente «sono irrealistici»: i nuovi carri armati non cambieranno il corso della guerra e Putin «non sta per esaurire i fondi». «Un altro conflitto congelato è preferibile a una guerra senza fine che mette a rischio l’Europa, l’Ucraina e, in ultima analisi, il mondo per gli anni a venire», il verdetto di Chivvis, che invoca il ritorno allo strumento, seppur imperfetto, della diplomazia.

“Aiuti eccessivi”
Anche nell’opinione pubblica statunitense, il sostegno all’Ucraina sembra essere meno incondizionato. Secondo un recente sondaggio Pew, dallo scorso marzo la percentuale di chi ritiene che gli aiuti all’Ucraina siano eccessivi è aumentata di quasi quattro volte, dal 7 al 26 per cento. La quota di chi invece pensa che non siano sufficienti si è più che dimezzata, passando dal 42 al 20 percento. 

Un cambiamento trainato dai repubblicani, che nei dieci mesi dal marzo 2022 al gennaio scorso hanno visto aumentare di oltre quattro volte la percentuale di chi ritiene che Washington abbia fornito troppi aiuti (dal 9 al 40 percento). Solo il 17 per cento dei repubblicani pensa che non siano sufficienti, poco più di un terzo rispetto al 49 per cento di marzo. Tra i democratici il calo è stato significativo ma meno marcato: è triplicata la percentuale di chi ritiene che gli aiuti siano troppi, mentre il 23 per cento vuole maggiore sostegno per Kiev, rispetto al 38 per cento di marzo.

Un divario che non rappresenta certo una novità. Negli ultimi mesi una fetta consistente del Partito Repubblicano, tradizionalmente allineata su posizioni isolazioniste, ha manifestando una crescente ostilità agli aiuti a Kiev. Una campagna culminata nel boicottaggio dell’intervento di Zelensky alla Camera dei rappresentanti a dicembre, a cui la maggior parte dei deputati repubblicani non era presente.

Biden e il Partito Democratico, alle prese con i preparativi per le elezioni presidenziali del 2024, non hanno finora ridotto il loro sostegno a Kiev. Si stanno anzi preparando a inviare più di 2 miliardi di dollari di armi e aiuti militari portando il totale, in meno di un anno di conflitto, a quasi 30 miliardi. Alla domanda però se la sua amministrazione intendesse inviare jet F-16 in Ucraina, la risposta è stata secca: «No». Per ora.

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